Affabulazioni

La tirannia della bellezza

03.10.2022

Quando avevo 13 anni, o giù di lì, facevo tutte quelle cose che facevano i miei amici, finché non veniva l’ora di andare a letto e allora camminavo per miglia, folle amante della notte, sbirciando tra le mense con i tavoli di marmo dove gli uomini indossavano il soprabito anche d’estate, bloccandomi per minuti micidiali davanti ai negozi, catalogandone trucchi e magie, scarafaggi di gomma, sigari che esplodono, bicchieri bucati, spesso scegliendo una pipa piuttosto erotica per foraggiare la mia prevista virilità, tra le vetrine luminose delle tabaccherie – mi fermavo ovunque ci fossero cose, tante cose –; edicole, vetrine di ferramenta, parrucche di capelli biondi e neri appesi a teschi di legno nei saloni di bellezza; volevo dettagli, dettagli da setacciare e studiare, a profusione… Quando tornavo a casa, mia madre era al telefono: descriveva alla polizia il mio viso, il cappotto che indossavo. Mentre mi preparavo per andare a letto, si infuriava, chiedeva spiegazioni, recitava i nomi dei bimbi che davano soddisfazione ai loro genitori, intimava il mio caro padre a denunciare la mia colpevolezza, obbligava Dio a confessare perché fossero proprio loro i genitori di un figlio come me. Mi addormentavo in quel torrente, profetizzando la faticosa giornata scolastica che mi attendeva.

Non so cosa mi spingesse in centro due o tre notti alla settimana. Quei cubi oscuri tra le finestre mi attraevano. Camminavo affamato, a caccia di novità, pieno di una visione eroica di me stesso: un uomo vissuto alla metà degli anni Venti, impermeabile, cappello malconcio tirato in basso sopra uno sguardo profondo, vicende di ingiustizie varie nel cuore, un viso troppo nobile per la vendetta, che cammina di notte lungo viali tumefatti dalla pioggia, braccato dall’ammirazione di molti spettatori. Il mio immaginario derivava dalle indagini solitarie di investigatori privati su crimini radiofonici o cinematografici, dai resoconti familiari di vagabondaggio razziale, dalla biblica gloria dei santi e degli eremiti del deserto. La mia creazione camminava con il tenue sorriso di Captain Marvel, geniale nella ferocia, che agiva per la pace. Conosceva venti lingue, compresi dialetti cinesi di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Amava da due a tre donne, bellissime, che non avrebbero mai potuto averlo; era così coraggioso che ogni bambino lo adorava. Scriveva libri brillanti e difficili; celebri professori a volte lo riconoscevano sul tram, ma lui si voltava, austero, e scendeva alla prima fermata.

Se ce lo potessimo confessare, noi non siamo altro che l’approssimazione di quell’immaginario – con meno nobiltà, sorrisi, lingue, maestria –, cresciamo nei sogni di quel tredicenne, per accondiscendenza o tradimento, allenati da film tristi, poesie della follia e del fallimento, accordi in minore di chitarra, canzoni popolari, una fraternità socialista da dimenticare. E in un attimo, passeggiamo per le strade con un trench nuovo di zecca, i capelli accuratamente scompigliati, e abbracciamo il chiaro di luna, tutta quella oscura compassione, risposta preziosa alle pretese della visione originaria; ma molto più tardi, quando siamo stanchi di indugiare su noi stessi, disprezziamo le pose, le menzogne, ci ritroviamo a passeggiare sul serio su quelle stesse strade, sotto un acquazzone autentico, e vaghiamo per la città fino al mattino finché non sappiamo a memoria ogni cancello in ferro battuto, ogni decrepito palazzo, ogni squarcio che dà verso le montagne. In questi viaggi compulsivi, siamo vagamente consapevoli di una nuova visione, di un nuovo immaginario, e preghiamo perché possa dilatarsi, incoraggiata, e impossessarsi di noi, travolgendo quella antica; una nuova visione, di austerità, lavoro, luce solare. Così, la settimana scorsa barcollavo lungo Pine Avenue, alle quattro del mattino, augurandomi di essere da tutt’altra parte, in una casa tutta mia, accanto a una moglie, pronto per il prossimo lavoro.

Nella mia stanza, in Mountain Street, una bella ragazza dormiva sul materasso e non ero con lei. Camminavo verso Côte-des-Neiges e lei dormiva ancora nella mia stanza, un sonno di profondo isolamento, i capelli rossi che le cadevano sul viso e sulle spalle, come se fossero acconciati da un vento ideato lì per lì da Botticelli. Non potevo non pensare che fosse troppo bella per me; non ero alto né procace, non amministravo la gloria della carne, la gente non si voltava a guardarmi sul tram, e nonostante alcune conquiste sentimentali e artistiche – che avrei di certo rivendicato – lei meritava un altro, un atleta, probabilmente, che sapesse muoversi con grazia pari alla sua, ed esercitasse, come lei, l’immediata tirannia della bellezza del viso, del corpo.

Due giorni prima era venuta a Montreal, aveva detto di amarmi, aveva detto quelle parole che non riuscirò mai a usare con facilità: “Ti amo”, e io permettevo a quelle parole di nobilitarci, di profumare la stanza, ma non accettavo che entrassero a fondo, nel mio cuore. Forse lei lo sapeva. Voleva credere a quelle parole, ma forse non ci credeva. Forse avrei dovuto costringermi a rispondere a quella dichiarazione. Forse è bene che le persone stabiliscano intorno a un concetto ideale – l’amore – tutta una serie di accorgimenti pratici, il più rapidamente possibile, per renderlo reale, l’amore, per avvicinarlo. Che ne so dunque di quelle parole? Fuggo da quelle parole, come se fossero una sentenza, lo stigma della schiavitù; mai ho avuto il coraggio di pronunciare quelle parole.

Più tardi, quella stessa notte, camminando lungo Mountain Street per prendere qualcosa da mangiare, le ho mostrato una cancellata in ferro battuto, che aveva tutta una calligrafia di rondini, conigli, scoiattoli. Mi ha detto, “Mi hai vinto, mi hai conquistato”, e mi ripeté il suo nome. Avrei dovuto credere che l’avevo vinta, che ero riuscito a conquistarla? Avrei dovuto credere che uomini e donne si accoppiano, fanno le bestie, si piangono baci in bocca, si donano ogni brandello di carne e di spirito, finché non c’è più nulla da dare o da esigere e non resta che un cieco scambio divino di corpi, fino a sussurrarsi, esausti, “Ci siamo vinti”. Ma non succede mai.

Verso la fine del giorno successivo ho scritto una poesia su due eserciti che marciano da diversi angoli del continente per scontrarsi. Arrivano su una scarnificata pianura, ma non si scontrano. L’inverno divora entrambi i battaglioni come una tempesta di falene su un abito di broccato, lasciando i fili di metallo dell’artiglieria sparpagliati, senza soldati, congelati, futili disegni su una carta da parati che fodera l’armadio. Due mesi dopo, due caporali che parlano una lingua diversa si incontrano su una pianura verde, incontaminata. I loro piedi sono bendati con la stoffa strappata dalle divise dei loro superiori. Questo campo, su cui si fronteggiano, è quello che i potenti marescialli hanno decretato per la gloria. Gli uomini che si scontrano hanno dimenticato il motivo per cui sono giunti fin lì.

Anche lei aveva scritto qualcosa. Quando se ne è andata, ho trovato un foglio. “Non puoi avermi ora – ho troppa pietà per me stessa, ma allo stesso tempo troppa rabbia – non puoi avermi ora – vorrei parlarti, ma ora non posso…”.

Infine, abbiamo trovato le parole che dovevamo dirci. Le ricordo, ma non voglio registrarle tutte. Abbiamo parlato per diventare docili. Abbiamo raggiunto una specie di tenerezza: non quella che segue la passione, ma quella che sancisce un fallimento. Scartai la lussuria. Per il tempo che ci restava, sarebbe stata uno strumento di disciplina e di grazia, raffinato, per lodare la sua bellezza con esatta dedizione. Usando una metafora: abbiamo abbandonato il materasso degli amanti per le caste poltrone dell’amicizia.

Quella notte, l’ho vista muoversi nella mia stanza. La nostra conversazione l’aveva liberata. Non l’avevo mai vista così bella. Annidata sulla poltrona marrone, studiava una sceneggiatura. Quando lavoravo in fonderia, amavo il colore del metallo fuso, nel crogiolo. I suoi capelli avevano quel colore, e il suo corpo, caldo, lo rifletteva, proprio mentre il volto del saldatore brilla sopra gli stampi appena predisposti. Mentre ripeteva quelle parole celeberrime, il suo viso era quello di una bambina alla prima comunione, o quello di una vecchia signora nel pellegrinaggio della verginità. Ho pensato all’esclamazione di Baudelaire, mon semblablePauvre grande Beauté!

Ho ceduto ogni mio silente inno ai suoi fianchi, alle sue labbra, non nel clamore del desiderio, ma per pura ambizione di eccellenza. Ero sufficiente distaccato per poter scrivere sul mio quaderno:

Un tempo, anelavo la distanza
miglia di binari
per scagliare l’amore lontano da me
e augurarmi che tornasse.

Ora la mia carne vuole
ciò che la distanza non promette.
Il bacio astratto non conforta
ho bisogno della bocca per vivere.

Studiavo il suo corpo, meraviglioso, che aveva caritatevolmente lasciato nudo, il suo sesso – linea morbida e primitiva, tracciata sulla parete di una caverna dall’artista-cacciatore per delineare il suo cuore albino.

Sono stare ore bellissime, passate insieme, nella mia stanza. Eravamo insieme perché eravamo distanti. Poeta e Attrice persi nella loro maledetta Opera. Poi si stancò, si sdraiò per dormire. Sarebbe partita la mattina dopo. Volevo sdraiarmi al suo fianco. Spensi la luce. Mi avvicinai. Ho pensato al miracolo selvaggio che ci avrebbe conchiusi. Ci siamo dati la buonanotte. Appoggiò la mano sulla mia coscia, nessun desiderio alterò quel tocco.

 

Leonard Cohen, “La tirannia della bellezza”, da “Novel and Stories” (testi scritti tra il 1956 e i 1961 e finora inediti)

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Foto di Bernard Delhalle, “Zebra”

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