Affabulazioni

La vergogna

12.10.2022
“Mio padre ha voluto uccidere mia madre una domenica di giugno, nel primo pomeriggio.
Io ero andata alla messa di mezzogiorno meno un quarto come al solito. Dovevo essere passata a prendere dei dolci dalla pasticceria del quartiere commerciale, un gruppo di edifici provvisori costruiti dopo la guerra in attesa che si completasse la ricostruzione. Tornata a casa mi sono tolta gli abiti della domenica per infilarmi dei vestiti più facili da lavare. Quando se ne sono andati gli ultimi clienti, e dopo aver posizionato le imposte di legno sulla vetrina della drogheria, ci siamo seduti per pranzo, probabilmente con la radio accesa perché a quell’ora andava in onda Le tribunal, una trasmissione comica con Yves Deniaud nel ruolo di un tecnico delle luci che finiva sempre per essere accusato di misfatti insignificanti e condannato a pene ridicole da un giudice dalla voce tremolante.
Mia madre era di cattivo umore. Aveva cominciato a dare addosso a mio padre appena si era messa a tavola ed erano andati avanti a litigare per tutto il pranzo. Dopo aver sparecchiato e tolto le briciole dalla tovaglia cerata, ha continuato a dargli contro affaccendandosi nella cucina minuscola – incastrata tra il bar, la drogheria e le scale che portavano al piano superiore –, com’era solita fare quand’era contrariata. Mio padre è rimasto seduto dov’era, senza replicare, con lo sguardo rivolto verso la finestra. Tutt’a un tratto ha iniziato a fremere convulso e a soffiare. Si è alzato e l’ho visto afferrare mia madre, trascinarla nel bar urlando con una voce roca, sconosciuta. Sono scappata di sopra e mi sono gettata sul letto, la faccia in un cuscino. Poi l’ho sentita strillare: «Figlia mia!». La voce veniva dalle parti del bar, dalla cantina. Mi sono precipitata giù per le scale, gridavo «aiuto!» con tutte le mie forze. Nella cantina mal illuminata, mio padre teneva mia madre stringendola per una spalla, forse per il collo. Nell’altra mano brandiva la roncola da legno che aveva staccato dal ceppo in cui era conficcata di solito. Di questo momento non ricordo altro, solo singhiozzi e grida.
Poi siamo di nuovo tutti e tre in cucina. Mio padre è seduto accanto alla finestra, mia madre è rimasta in piedi vicino ai fornelli e io mi sono accucciata sui primi gradini delle scale. Piango senza riuscire a smettere. Mio padre non è tornato normale, le mani gli tremano e ha quella voce sconosciuta. Ripete «tu che piangi a fare, a te mica ho fatto niente». Mi ricordo di una frase che ho detto: «Mi farai prendere sciagura». Mia madre dice «su, è passata».
Più tardi siamo andati tutti e tre a fare una passeggiata in bicicletta nelle campagne dei dintorni. Tornati a casa, hanno riaperto il bar come ogni domenica sera. Non se n’è parlato mai più.
Era il 15 giugno 1952. La prima data precisa e certa della mia infanzia. Fino ad allora c’è solo un susseguirsi di date e giorni scritti alla lavagna e sui quaderni. Ad alcuni uomini, in seguito, ho detto: «Mio padre ha voluto uccidere mia madre quando non avevo ancora dodici anni». Avere voglia di pronunciare questa frase significava che ero innamorata. Dopo averla ascoltata hanno tutti taciuto. Mi accorgevo di aver fatto un errore, per loro era una cosa irricevibile.”
Annie Ernaux (Premio Nobel per la Letteratura 2022), da “La vergogna”, 2018

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