Affabulazioni

Da questa parte del mare

30.10.2022
“Ho fatto in tempo, da bambino, a imparare la semina del grano a mano. Era praticata ormai soltanto nei campi più piccoli e difficili da lavorare con un trattore e la macchina da semina. Ci si metteva il sacco di iuta a tracolla con l’apertura verso la mano destra e poi si partiva. Al primo passo s’infilava la mano nel sacco cercando di prendere sempre la stessa quantità di grano, al secondo si faceva un largo gesto con il braccio e si apriva il pugno in maniera da spargere i semi in modo uniforme davanti e a lato del proprio corpo in movimento.
A dirlo così sembra facile, in realtà quello è stato forse il lavoro più difficile che mi sia capitato di fare quando lavoravo con mio padre, e non credo di essere mai veramente riuscito a impararlo bene. Richiedeva coordinazione, calma, attenzione, ritmo, passo regolare, mano ferma e testa sgombra da altri pensieri. Tutto doveva confluire in quel gesto ripetuto, in quel camminare dritto e senza esitazioni. C’era qualcosa di definitivo e fiero, e c’era anche un’intrinseca speranza di raccolto propizio.
Mi rendo conto soltanto adesso che la semina del grano a mano assomigliava a una preghiera, una specie di rosario fatto di gesti invece che di Avemarie e Paternoster. Era come una lunga e sudata giaculatoria. Ed era un lavoro da uomini adulti, gente che avesse masticato la fatica della terra, gente che nelle mani dure e nella schiena avesse memoria di quanto fosse costato portare quella terra a essere pronta a custodire, e poi a crescere, il grano. Forse è per questo che mio padre, che in genere s’innervosiva in fretta, sul seminare a mano è stato piuttosto paziente. O forse semplicemente sapeva che quel mondo di passi e bracciate stava per finire e non sarebbe piú stato il mio.
Ho incontrato e riconosciuto nel passo e negli occhi di certi anziani contadini quel piglio da seminatori di grano e l’ho ritrovato anche nei personaggi di uno dei quadri simbolo del Novecento italiano, “Il quarto stato di Pellizza da Volpedo”. Tutti conoscono quelle figure, i due uomini e la donna con il figlio in braccio che avanzano in testa a un corteo di braccianti, tutti hanno visto in quegli occhi la determinazione e la fierezza di chi sa di avere delle ragioni da difendere e sta andando a farle valere. Anch’io naturalmente, ma più di ogni altra cosa mi ha sempre colpito il passo, quell’incedere che a me sembrava da seminatori di grano. A Volpedo, nel luogo dove Giuseppe Pellizza ha dipinto il suo quadro, hanno messo delle grandi pietre piatte in mezzo ai sassi tondi dell’acciottolato, segno indelebile delle posizioni nelle quali si trovavano i modelli che il pittore aveva ritratto. Di alcuni di loro, grazie agli appunti di Pellizza, si conoscono nomi e cognomi, la donna era sua moglie Teresa, l’uomo al centro si chiamava Giovanni Zarri e faceva il muratore, l’uomo a sinistra, Clemente Bidone, era un reduce della Terza guerra d’indipendenza. I modelli, regolarmente pagati dal pittore, posarono per molti giorni sotto il sole nell’estate del 1898 in piazza Malaspina, scelta non a caso in quanto sede di un palazzo padronale verso il quale il corteo idealmente si dirigeva a rivendicare giustizia.
Ma tutto questo l’ho scoperto dopo, anche grazie all’ausilio di un gentile e appassionato volontario del Museo Giuseppe Pellizza. Quel quadro invece mi accompagna da sempre, da quando lo vidi per la prima volta riprodotto in un libro di testo alle medie. E sempre ci ho trovato qualcosa di familiare, addirittura un sentimento di déjà-vu, come mi è capitato soltanto leggendo certi romanzi di Fenoglio. In questi ultimi anni, però, alla sensazione di familiarità se n’è aggiunta un’altra. Il quarto stato è diventato per me un termine di paragone fra quella moltitudine in cammino e altre moltitudini contemporanee, anch’esse in cammino, ma senza quel passo e quello sguardo, perché a muoverle non è una volontà di giustizia, a muoverle è la disperazione di chi non ha più niente da perdere, la più forte delle energie.”
Gianmaria Testa, in “Da questa parte del mare”, 2016
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Nell’immagine: Giuseppe Pellizza da Volpedo, “Il Quarto Stato”, 1901

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