Affabulazioni

Santi in laguna

29.11.2022
“È un paese piccolo il nostro, a mollo sulla Laguna. Abbiamo sempre vissuto in una geometria di case basse, due piani, intonaco bianco; da lontano, quando si arriva da est, sembra di schiantarsi con l’auto contro un quarzo gigante o una lastra di ghiaccio. Da nord non si vede nulla, perché il paese è protetto da una tavoletta di nebbia fitta che non scompare mai, nemmeno col sole.
Anche per questo, quando l’acqua s’è presa i giardini, e poi i pianterreni, quand’è passata sotto le saracinesche dei negozi e ha alzato i tappeti e gonfiato il parquet, qualcuno ha detto: ci stiamo sciogliendo, per questo nostro abitare come dentro un cristallo di neve. Magari. Qui è solo cemento e stortura, e se non impazziamo è perché c’è la Laguna che manda i suoi odori salmastri, uno stordimento prodigioso. Ti entra dentro la testa e si prende tutti i pensieri, ti fa dire: va be’, alzata di spalle come quando ci si scrolla di dosso la vita – il peso della vita – ti fa sopportare ogni cosa e di notte parla. Poi una notte che l’acqua era zitta abbiamo abbandonato il salone, la cucina, il bagno del piano di sotto e siamo saliti quassù, al secondo piano. Era zitta l’acqua, ma ha continuato a salire – per dire quello che ho sempre saputo: non tutti i silenzi sono innocenti e chi tace spaventa.
Il cane se l’è preso al quarto giorno, povera bestia. Aveva ancora la testa di fuori, il corpo immerso nell’acqua, fluttuante. Ci ha fissati finché non è uscito dalla finestra che era aperta, senza capire cosa stesse accadendo ma già presagendo tempesta. Abbarbicati in cima alle scale, non abbiamo potuto far niente. L’ho salutato come da piccolo al ritorno da scuola, un impazzare di mani nell’aria, le feste della gioia. Ciao Wafer, onore alle armi.
E intanto la pioggia continuava a cadere fitta e la Laguna a salire, ad avvolgerci peggio della nebbia del nord. Finché è durata l’inondazione ho sognato i dinosauri, la loro e la nostra estinzione. Io ero uno pterosauro dall’incredibile apertura alare; appena l’acqua mi toccava le zampe mi alzavo in volo protervo come un antico re che guardi il suo regno morente per l’ultima volta. Così sarei forse sopravvissuto all’estinzione, io solo, la lucertola alata del Mesozoico.
La grande inondazione ha cacciato dal paese molte famiglie. Noi no. Prima che il livello salisse fino a fare di queste case un’indistinta distesa d’acqua, se ne sono andati i Baroli, i De Paolis, poi è stata la volta dei Buendìa (che si fanno chiamare così anche se sono sardi, sardissimi, fin dal paleolitico superiore). Quand’è stato il turno dei Vistoli sono sceso dabbasso, i polpacci per metà immersi, ho provato a corrergli dietro per fermarli perché mi stavano portando via Ludmilla, e con Ludmilla ci sono cresciuto, io. Non c’è stato niente da fare; hanno preso la strada a sud abbandonando la casa ancora piena di oggetti. Non veri e propri oggetti: scarti, segni del loro passaggio, come certe auto abbandonate da anni nelle quali ha riparato un barbone.
Stavamo in soffitta quando abbiamo sentito le grida. Ci siamo affacciati alle finestre e per prima cosa ho pensato: è finita, ma ovviamente sbagliavo. I balconi così vuoti non li avevo mai visti, sembrava una cittadina americana dopo la grande crisi così come la immaginavo dai libri di storia, appartamenti sfitti e ville in vendita, nessun acquirente. La natura che si riprende il suo spazio in questa umida archeologia industriale. Poi qualcuno ha indicato e gli occhi hanno seguito quel dito che puntava alla chiesa, le porte gonfie e putride, un gigante in ginocchio. C’era corrente quel giorno.
Eccoli i figli della pioggia, girini intagliati nel legno; prima Santa Caterina col suo giglio bianco, poi se ne vennero via Sant’Antonio e il bambino, sospinti dall’acqua lungo la navata, orizzontali come la morte. Sembrava un lungo sonno. Non s’era mai vista in paese, nemmeno alle feste comandate, una processione del genere. La Madonna uscì per ultima e, galleggiando, andò dritta dritta a impigliarsi tra i rami bassi del ciliegio. Rimase così per due notti, la testa nel groviglio di rami nudi di fiori.
Le statue si presero la Laguna. Furono notti di sogni inquieti con quei legni marciti là fuori a infestare le ore. Presto i legni si gonfiarono, i volti si fecero scuri, pieni di rughe, come bruciati dall’acido. Sembravano demoni, ora, i nostri santi. Dai tetti, quando passavano a portata di mano, tentavamo di affossarli coi bastoni, con le racchette da tennis, con quello che ci capitava a tiro per affogare il male.
Un tempo avevamo chiesto protezione a quelle statue, ora che ci avevano abbandonati dovevamo proteggerci da loro. La Laguna si intorbidì, un liquido nerastro. Come avrebbero potuto esercitare la loro potenza di grazia ridotti così. Durò cinque giorni la caccia, poi anche l’ultimo di loro, Sant’Antonio, sparì sott’acqua. Deve aver resistito di più per via del bambino, l’infanzia che si attacca alla vita con tutte le unghie. Quando l’ultimo santo atterrò in quello spazio ignoto dove un tempo stavano le nostre case, i nostri giardini, le strade mandate a memoria, la piena arrestò. Cosa si nasconde nell’acqua?
Fu orribile. La laguna restituì quanto aveva rubato. Più l’acqua scendeva più il mondo tornava visibile. Ma il mondo è bene vederlo in percentuale, a piccole dosi, o non vederlo affatto. Al quarto giorno per strada c’erano carcasse di bestie un tempo amate, ora prive di nome. Rinvenimmo Wafer oltre il confine a sud, dov’era scomparsa Ludmilla.
Cercammo a lungo i nostri santi tra le carogne e le nostre vite di prima, ma poi venne in mente a mio padre di dire: i santi, si sa, ascendono al cielo. Ci è sembrata una spiegazione convincente, dopotutto.”
Giorgio Ghiotti, da “Le cattività domestiche”, 2022

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