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Goya, “Caprichos”

16.01.2023

“γνῶθι σαυτόν” (leggi: gnōthi sautón), ossia “conosci te stesso”: è la frase iscritta sulla frontone del tempio di Apollo a Delfi ed è uno dei nuclei portanti del pensiero di Socrate.

Nadie se conoce (“nessuno si conosce“) scrive invece Francisco Goya in calce a uno dei suoi “Caprichos” (“Capricci)”, 80 incisioni ad acquaforte pubblicate nel 1799. Quello “incriminato” è il Capriccio n° 6. In un manoscritto autografo custodito al museo del Prado di Madrid, Goya spiega il significato del suo disegno: “El mundo es una máscara, el rostro, el traje y la voz todo es fingido; todos quieren aparentar lo que no son, todos se engañan y nadie se conoce”. (“Il mondo è una maschera, il volto, il vestito e la voce è tutto finto; tutti vogliono sembrare ciò che non sono, tutti si ingannano e nessuno si conosce”).

 

Capricho n° 6: “Nadie se conoce”

 

Sempre più tormentato dai sui demoni interiori, Goya fa dei suoi “Caprichos” una vera e propria denuncia di tutti i vizi, le nefandezze, le aberrazioni da cui la Spagna è affetta, senza fermarsi neppure davanti alla nobiltà e alla chiesa. Lo scandalo sollevato è enorme: scende in campo il tribunale dell’Inquisizione che condanna i Capricci come opere blasfeme e Goya viene risparmiato soltanto grazie all’intervento del re Carlo IV di Spagna. Sintomatico il fatto che il pittore non risparmi neppure se stesso, ritraendosi  nel Capriccio n° 1  e rappresentandosi ironicamente come un personaggio importante.

 

Capricho No. 1: “Francisco Goya y Lucientes, pintor”

 

Poiché la maggior parte delle cose rappresentate in quest’opera è di natura mentale, non sarà temerario credere che gli intenditori scuseranno forse le loro mancanze, tanto più che l’autore non ha seguito esempi altrui, né ha potuto copiare la natura. E se l’imitazione della natura è già abbastanza difficile e ammirevole quando riesce, guadagnerà certo un po’ di stima anche colui che, allontanandosi del tutto da essa, fu costretto a esibire forme che fino a quel momento esistevano solo nello spirito umano, oscurato e confuso dalla mancanza di rischiaramento o surriscaldato dalla sfrenatezza delle passioni.” (Goya)

 

Le  tavole dei Caprichos rielaborano un materiale folto e complesso costituito da disegni ed appunti presi dal vero e accompagnati da didascalie precise. Si tratta del cosiddetto “Diario di Madrid“, in cui vengono stigmatizzati gli aspetti più svariati della società spagnola:  dai vizi individuali alle mascherate popolari, dalle superstizioni alle stregonerie, passando attraverso la satira politica, le più o meno ridicole convenzioni sociali e la critica ai grandi e piccoli amori.

 

“Frati che sbadigliano, frati che gozzovigliano, facce squadrate di assassini che si preparano a mattutino, facce astute, ipocrite, aguzze e malvagie come profili di uccelli rapaci […] streghe, sabba, diavolerie, bambini arrostiti allo spiedo, che so? Tutte le dissolutezze del sogno, tutte le iperboli dell’allucinazione, e poi tutte quelle spagnole bianche e slanciate che certe vecchie perpetue lavano e preparano per il sabba, o per la prostituzione della sera, il sabba della nostra civiltà!” (Charles Baudelaire)

 

Le tavole dei Caprichos diventano così una galleria di personaggi sconosciuti o illustri, nobili e popolani, laici ed ecclesiastici,  non sempre di facile comprensione. Ecco dunque nobili e clero, “fannulloni” per eccellenza, svegliarsi dal loro sonno atavico:

 

Capricho No. 50: “Los Chinchillas”

 

 

Capricho No. 78: “Despacha, que despiertan” (“Sbrigati, si stanno svegliando”)

 

 

Capricho No. 79: “Nadie nos ha visto” (“Nessuno ci ha visto”)

 

Capricho No. 80: “Ya es hora” (“È ora”)

 

 

Goya non è meno implacabile con le donne, di cui condanna la superficialità, i falsi pudori, gli inganni, i matrimoni di convenienza.

 

 

Capricho No. 2: “El sí pronuncian y la mano alargan al primero que llega” (“Pronunciano il sì e porgono la mano al primo che arriva”)

 

 

Capricho No. 14: “¡Qué sacrificio!” (“Che sacrificio!”)

 

 

Capricho No. 26: “Ya tienen asiento” (“Ora sono sistemate”, alludendo alla loro leggerezza che viene frenata mettendo loro una sedia sulla testa)

 

 

Non risparmiando critiche ad alcuna classe sociale, Goya è altrettanto duro contro le credenze superstiziose del popolino:

 

 

Capricho No. 12: “A caza de dientes” (“A caccia di denti”, perché si credeva che i denti di un impiccato portassero fortuna)

 

 

E non meno intransigente è con i presunti maestri e con qualsiasi forma di autorità che si ammanti di false conoscenze e di improbabili meriti:

 

 

Capricho No. 37: “¿Si sabra más el discípulo? (Non ne saprà di più il discepolo?”)

 

 

 

Capricho No. 38: (“¡Bravísimo! (Bravissimo!”)

 

 

 

Capricho No. 40: “¿De qué mal morirá?” (“Di che male morirà?)

 

 

Il più famoso dei Caprichos resta però il Numero 43: “Il sonno della ragione genera mostri”. Per spiegarne il significato, si ricorre spesso ad un manoscritto custodito nel Museo del Prado e ritenuto autografo di Goya, il cosiddetto Commento di Alaya: “La fantasía abandonada de la razón produce monstruos imposibles: unida con ella es madre de las artes y origen de las maravillas“. (“La fantasia abbandonata dalla ragione genera mostri impossibili: unita a lei è madre delle arti e origine delle meraviglie“). Il che, detto in altri termini, significa in fondo che è la ragione l’unico vero antidoto alla follia umana e l’unica in grado di contenere i deliri altrimenti incontrollati della fantasia. Se potenziata e rafforzata dalla ragione, però, la fantasia  “è madre delle arti e origine delle meraviglie”. 

Indicativo il fatto che Goya abbia preparato il Capricho No. 43 sulla base di due disegni: il primo, senza titolo, rappresenta un uomo che dorme riverso su un tavolo (o su uno scrittoio) e circondato da quattro figure, una delle quali (in alto) ha il volto dello stesso Goya, che scompare, invece, nel secondo bozzetto lasciando il posto  a due scritte attribuibili alla grafia del pittore. La prima recita: “Idioma universal. Dibujado y grabado por Francisco de Goya. Año 1797” (“Lingua universale. Disegnato e inciso da Francisco Goya nell’anno 1797″). Nella seconda si legge: “El autor soñando. Su intento solo es desterrar vulgaridades perjudiciales y perpetuar con esta obra de Caprichos, el testimonio sólido de la verdad. 1797“» (“L’autore nel sonno. Il suo intento è quello di scacciare le dannose volgarità e di perpetuare, con opere come i Capricci, la solida testimonianza della verità“). Come a dire che la sola speranza dell’Autore è quella di sconfiggere le superstizioni, l’ignoranza, le aberrazioni degli uomini affidando proprio ai  Caprichos l’arduo compito di smascherarle.

 

Bozzetti preparatori del Capricho No. 43 

 

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Nell’immagine in evidenza: Vicente López y Portaña, “Ritratto di Francisco de Goya”, 1826

 

 

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