Affabulazioni

Come frate Ginepro spiccò certe campanelle dallo altare e si le dié

19.01.2023
“Essendo una volta frate Ginepro a Ascesi per la Natività di Cristo allo altare del convento in alte meditazioni, il quale altare era molto bene parato e ornato; a’ prieghi del sagrestano, rimase a guardia del detto frate Ginepro infino che ’l sagrestano andasse un poco a mangiare.
Et istando in divota meditazione, una poverella donna gli chiese limosina per Dio. A cui rispuose cosí: — Aspetta un poco, et io vedrò se di questo altare cosí adornato ti possa dare alcuna cosa. —
Era a questo altare un fregio molto singulare, ornato con campanelle d’oro e d’ariento di grande valuta. Dice frate Ginepro: — Queste campanelle ci sono di superchio; e piglia uno coltello, e tutte ne le spicca del fregio, e dàlle a questa poverella per pietade. —
Il sagrestano, mangiato ch’ebbe tre o quattro bocconi, si ricordò de’ modi di fra Ginepro, e cominciò forte a dubitare che dello altare cosí ornato, il quale egli avea lasciato in guardia, egli non gliene facesse iscandalo per zelo di caritade. E di súbito si lieva dalla mensa, e vanne in chiesa, e guarda se lo ornamento dello altare è rimosso, o levato nulla; e vede del fregio tagliate e spiccate le campanelle: di che e’ fu sanza misura turbato e scandalezzato. Frate Ginepro vede costui cosí ansiato, e dice: — Non ti turbare di quelle campanelle, perocch’io l’ho date a una povera donna che n’avea grandissimo bisogno, e quivi non faceano utile né nulla, se non ch’erano una cotale pomposità mondana e vana. —
Udito questo, il sagrestano di súbito corse per la chiesa e per tutta la città afflitto, se per ventura la potesse ritrovare: ma non tanto trovò lei, ma non trovò persona che la avesse veduta. Ritornò al luogo, et in furia levò il fregio e portollo al Generale, che era ad Ascesi, e dice: — Padre generale, io vaddimando giustizia di frate Ginepro, il quale m’à guasto questo fregio, il quale era il piú orrevole che fosse in sagrestia; ora vedete come l’à sconcio, e spiccatone tutte le campanelle dello ariento, e dice che l’à date ad una poverella donna. — Rispuose il Generale:
— Questo non à fatto Ginepro, anzi l’ha facto la tua pazzia; perocchè tu debbi pure oggimai conoscere le sue condizioni: e dicoti ch’io mi maraviglio come non ha dato tutto l’avanzo; ma nondimeno io sí lo correggerò bene di questo fallo. — E convocàti tutti li frati insieme in Capitolo, fece chiamare frate Ginepro: e, presente, tutto il convento, lo riprese molto aspramente delle sopraddette campanelle; e tanto crebbe in furore, e innalzò la boce, che diventò qui come fioco.
E frate Qinepro di quelle parole poco curò e quasi nulla, perocchè delle ingiurie si dilettava, quando egli era bene avvilito; ma per compensazione della infiocagione del Generale, cominciò a cogitare del rimedio. E ricevuta la rincappellazione del Generale, va frate Ginepro alla cittade et ordina e fa fare una buona iscodella di farinata col butirro: e passato un buono pezzo di notte, va e ritorna, e accende una candela, e vassene con questa scodella di farinata alla cella del Generale, e picchia. Il Generale aperse, e vede costui colla candela accesa e colla scodella in mano, e piano domanda: — Che è questo? —
Rispuose frate Ginepro: — Padre mio, oggi quando voi mi riprendevi de’ miei difetti, io vidi che la boce vi diventò fioca, credo per troppa fatica; e però io cogitai il rimedio, e feci fare questa farinata; però ti priego che tu la mangi, ch’io ti dico, che ella ti allargherà il petto e la gola.— Dice il Generale: — Che ora è questa, che tu vai inquietando altrui? — Risponde frate Ginepro — Vedi, per te è facta; io ti priego, rimossa ogni cagione, che tu la mangi, perocch’ella ti farà molto bene. —
Et il Generale, turbato dell’ora tarda e della sua improntitudine, comandò ch’egli andasse via, che a cotale ora non volea mangiare, chiamandolo per nome vilissimo e cattivo. Vedendo frate Ginepro, che né prieghi né lusinghe non valsono, dice cosí: — Padre mio, poichè tu non vuoi mangiare, e per te s’era fatta questa farinata, fammi almeno questo, che tu mi tenga la candela e mangerò io. — E il Generale, come piatosa e divota persona, attendendo alla pietà e simpricità di frate Ginepro, e tutto questo facto per divozione, risponde: — Or ecco, poichè tu pur vuogli, mangiamo tu et io insieme. — Et amenduni mangiarono questa iscodella della farinata per una importuna caritade. E molto piú furono ricreati di divozione che del cibo.
A laude di Jesú Cristo e del poverello Francesco. Amen.”
Anonimo, da “Vita di Frate Ginepro”, in “I Fioretti di San Francesco”, XIV secolo
(Quella di Frate Ginepro è ancora oggi considerata una personalità controversa: la sua “santa pazzia”, infatti, testimonia una semplicità che rasenta l’assurdo e gli episodi che lo vedono protagonista fanno ridere e, nel contempo, commuovono per tanta paradossale ingenuità.
Eppure San Francesco, che lo ebbe tra i suoi primi seguaci, sembra che un giorno abbia esclamato: «Fratelli miei, volesse Iddio che di tali Ginepri io n’avessi una grande selva!»
E altrettanto lo stimava Santa Chiara, che lo definì
“giullare del Signore”.
Un episodio, tra i tantissimi che vengono raccontati nella sua “Vita”, può risultare indicativo della sua personalità.
Un giorno, Frate Ginepro percorse la strada da Spoleto ad Assisi completamente nudo. Lo scandalo fu di tali proporzioni che perfino il padre generale non sapeva quale punizione infliggere al frate e mentre, furibondo, cercava di decidere il da farsi, si sentì rispondere candidamente da frate Ginepro: «Padre mio, io te la voglio insegnare; che sì come io sono venuto insino a qui ignudo, per penitenza io ritorni insino a là, donde io sono venuto a questa cotale festa.”)

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