Riflessioni

L’affaire Pasternak: storia d’amore e di spie

14.02.2023
Olga, mia bambina dorata, ti mando tanti tanti baci. Sono legato a te dalla vita, dal sole che brilla alla finestra, da un sentimento di commiserazione e di tristezza, dalla coscienza della mia colpa (oh, non di fronte a te, naturalmente), ma di fronte a tutti, dalla coscienza della mia debolezza e dell’ insufficienza di ciò che ho fatto finora, dalla convinzione che bisogna fare uno sforzo enorme e spostare montagne per non ingannare gli amici e non risultare un impostore. E quanto migliori di noi sono tutti gli altri intorno a me e con quanta più premura li tratto e quanto più cari mi sono, tanto più e tanto più profondamente ti amo, in modo tanto più colpevole e triste. Ti abbraccio forte forte, e quasi cado per la tenerezza e quasi piango.
Boris, 28 febbraio 1959
Una lettera d’amore di Boris Pasternak a Olga Ivinskaja, la donna che ispirò la Lara del “Dottor Živago
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Il nostro amore fiorì nel 1946, all’inizio della stesura del Dottor Zivago e continuò a crescere con il numero delle pagine che Boris scriveva”.
Si dice che Boris Pasternak fosse intoccabile perfino in un paese come la Russia stalinista, che non era certo tenera con i poeti in odore di eresia. A quanto si legge in un documento conservato negli archivi del Kgb, infatti, Stalin doveva nutrire una grande ammirazione per il poeta se arrivò a dire che bisognava  lasciare «Pasternak in pace fra le sue nuvole».
Olga, però, non disponeva di tali appoggi, per cui fu proprio lei a finire nel mirino dei servizi segreti.
Lei  e Boris si erano conosciuti nel 1946 presso la rivista letteraria Novy MirNuovo mondo»), di cui Olga era redattrice: erano entrambi reduci da precedenti matrimoni e Boris era ancora sposato con Zinaida, la seconda moglie, che non lascerà nonostante le infinite promesse ripetutamente fatte a Olga, il suo nuovo amore.
«Lui era lì davanti alla mia scrivania,  l’uomo più generoso del mondo, cui fu dato di parlare a nome delle nuvole, delle stelle e del vento, che trovò parole eterne per la passione dell’uomo e la debolezza della donna».
Per Olga, la relazione con lo scrittore fu fatale: nel 1949, tre anni dopo il loro primo incontro, la donna fu arrestata e trasferita in un gulag. Per giorni e giorni fu torturata dagli inquisitori che volevano costringerla ad accusare  Pasternak  di svolgere attività antisovietiche. Durante gli interrogatori, perse il bambino che aspettava e fu poi condannata a cinque anni di lavori forzati nel gulag di Potma.
Hanno arrestato lei perché non possono arrestare me. Se sono vivo e libero, lo devo alla sua resistenza e al suo eroismo.
Tornata in libertà tre anni dopo, Olga raggiunse  Boris nella sua dacia di Peredelkino, nei pressi di Mosca: i due non si lasceranno più fino alla morte dello scrittore.
Intanto, in Russia e in Europa scoppia l'”affaire Pasternak“, un vero e proprio intrigo internazionale che coinvolge  servizi segreti, uomini politici e intellettuali.
Il “Dottor Živago” è finalmente terminato, ma il suo Autore sa benissimo che in Russia non potrà essere pubblicato:  il romanzo viene infatti considerato “anti-sovietico” e in un’Europa spaccata dalla guerra fredda diventa il pomo della discordia tra chi intende allinearsi alle posizioni sovietiche e chi vorrebbe invece sfidarle apertamente.
Nel 1956, Sergio D’Angelo, che lavora come giornalista nella redazione di Radio Mosca, ma è anche agente editoriale della neonata casa editrice di Giangiacomo Feltrinelli,  legge  il manoscritto di  Pasternak, con il quale è entrato in rapporti di amicizia e a cui propone  di far pubblicare il romanzo in Italia.
Questo è il Dottor Živago“, gli dice lo scrittore, “che faccia il giro del mondo“. E, perfettamente consapevole del rischio che sta correndo, aggiunge:  “Voi siete sin d’ora invitato alla mia fucilazione”.
Nel frattempo si mobilita anche la Cia: il romanzo deve poter circolare in tutto il mondo e bisogna fare in modo  che a Pasternak venga assegnato il Premio Nobel. Il motivo di questa decisione viene chiarito in un appunto che John Maury, capo della Soviet Russia Division, invia ai dirigenti della Cia:
Quel libro ha un enorme valore propagandistico, non solo per il suo messaggio intrinseco e la sua natura provocatoria e ben ponderata, ma anche per le circostanze della sua pubblicazione: abbiamo l’occasione di far sì che i cittadini sovietici si interroghino su cosa c’è di sbagliato nel loro governo, tenuto conto che la splendida opera letteraria di un uomo considerato il migliore scrittore russo vivente non è neppure disponibile nel loro paese”.
(John Maury, capo della Soviet Russia Division)
La manovra scatta nel 1958, in occasione dell’Esposizione universale di Bruxelles, un appuntamento in cui sono attesi migliaia di visitatori sovietici. Chiesta ed ottenuta la collaborazione  del servizio segreto olandese Bvd, la Cia riesce a stampare una gran numero di copie in russo; distribuirle dal padiglione americano, però,  sarebbe  decisamente troppo plateale e scatenerebbe polemiche a non finire.
Così la Cia si rivolge al Vaticano, che accetta di presentare  il “Dottor Živago” nel suo stand, il “Civitas Dei“, notoriamente frequentato dai russi cristiani.
Le copie vanno a ruba e le copertine con le quali la Cia ha  provveduto a rilegarle vanno a riempire i secchi della spazzatura: i lettori le hanno tagliate per nascondere più agevolmente le pagine del romanzo.
L’operazione ottiene un successo così eclatante che nel 1959 la Cia pubblica nuovamente il libro, ma questa volta  in edizione tascabile e in formato ridotto, per poterla facilmente “piazzare” al Festival mondiale della gioventù per la Pace e l’Amicizia, che si tiene a Vienna.
In quello stesso anno, a Boris Pasternak viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura.
In tutta questa storia, però, rimane un punto interrogativo: come fece la Cia ad entrare in possesso del manoscritto? A quanto risulta dai documenti finora desecretati,  nell'”affaire Pasternak” risulterebbero coinvolti anche i servizi segreti inglesi. Fu, infatti,  un agente del MI6, l’intelligence inglese, a fare un microfilm del manoscritto originale: tutto questo sarebbe avvenuto all’aeroporto di Malta, durante una sosta insolitamente lunga.
Giangiacomo Feltrinelli, infatti,  aveva nel frattempo scoperto che numerose copie-pirata del “Dottor Živago” circolavano in diverse capitali europee ancor prima della pubblicazione del libro, fatto, questo, molto preoccupante  “per le conseguenze che poteva avere per lo scrittore nei suoi rapporti con le autorità sovietiche“.
Nel frattempo Boris Pasternak, al quale  le autorità sovietiche hanno “sconsigliato” di ritirare il  premio Nobel,  deve rassegnarsi  anche ad un’umiliante autocritica,  che viene tempestivamente pubblicata sulla Pravda: sono tutte pressioni alle quali lo scrittore si sottomette per evitare nuove ritorsioni su Olga, questa volta da parte del regime krusceviano.
Ma è tutto inutile.
Nel 1960, l’anno stesso della scomparsa di Pasternak, Olga viene arrestata di nuovo, accusata di averlo plagiato e di essere in realtà la vera autrice del romanzo.   Condannata ai lavori forzati in Siberia, vi rimane fino al 1964, questa volta insieme ad Irina, la figlia nata da un precedente matrimonio.
Si spengerà a Mosca nel 1995, dopo aver ripetutamente chiesto a Boris Eltsin  la restituzione della corrispondenza di Pasternak, che era stata confiscata dal Kgb nella casetta di Peredelkino.
Di tutto ciò restano le memorie che Olga raccolse, nel 1978, in A captive of timePrigioniera del tempo»).
Io ho amato Boris e non posso ingannarmi quando penso che gli sono stata necessaria, e sono grata al destino che mi ha riservato un posto accanto a lui nella sua prigione del tempo”.

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