Magazzino Memoria

Canta il merlo sul frumento

22.03.2024
Ma torniamo alla vaporiera e alla famiglia di mia nonna: pur essendo mezzadri a Campospinoso, il mio futuro nonno materno volle andare in ferrovia e poiché sapeva leggere e scrivere poté diventare macchinista (aristocrazia operaia, si diceva) trasferendosi in giro con la sua amatissima Nina, anche a Genova, nelle case dei ferrovieri (quelle che ancora oggi si vedono passando col treno) a Sampierdarena, dove nacque mia madre. La nonna Nina, donna forte e decisa, amò moltissimo Genova, la città del suo primo e unico amore, e lì partorì lo zio Piero, il primogenito, e la zia Anita, così chiamata in onore di Garibaldi, e mia madre Italia, perché non si dubitasse che erano una famiglia patriottica. Da Genova quando mia madre aveva tre anni furono trasferiti a Novara e mio nonno morì un anno dopo, a ventinove anni, di broncopolmonite presa in servizio, dato che guidare una locomotiva aperta alla vampa del motore alimentato dal fuochista era lavoro nocivo. Insomma mia madre restò orfana di padre a quattro anni. E la nonna rimase a Novara coi figli, nella casa dei ferrovieri in un appartamento di servizio e con una piccola pensione, non male come stato sociale del 1897, l’anno di nascita di mia madre. La nonna non voleva assolutamente tornare in campagna e fece di tutto per fornire ai tre figli quel massimo di istruzione che poté far loro conseguire con l’aiuto del cognato, lo zio Luigi, anche lui ferroviere come personale viaggiante, e anarchico militante e vedovo, sua moglie era morta di “mal sottile”, come allora si chiamava la tubercolosi. Un romanzo dell’Ottocento, davvero! Mia madre considerò sempre lo zio Luigi come un padre. La nonna Nina teneva a pensione colleghi del marito, lavava stirava aggiustava panni, era una donna operosissima e sempre allegra.
La nonna Maria, madre di mio padre, era invece una donna religiosissima, che andava a messa tutte le mattine e a vespro il pomeriggio, recitava rosari tutte le sere, sapeva tutte le litanie, rispondeva sia pure a pappagallo, come tutte le persone del popolo che appunto non conoscevano il latino e quindi non capivano ciò che dicevano rispondendo in chiesa. La famiglia di mia madre brontolava un po’ sommessamente verso quelle madri di famiglia che erano sempre in chiesa invece di badare a casa loro, ma lo “scontro” non andò mai più in là. A me piaceva moltissimo andare in chiesa ai vespri con la nonna Maria e cantavo a gola spiegata. Al ginnasio imparai il latino e incominciai a farmi domande su una religione così meccanica e fatta di gesti e parole senza senso per chi le pronunciava. Appresi che invece di “Tantum ergo sacramentum” che appunto si cantava ai vespri la gente del popolo diceva “Canta il merlo sul frumento” e altre piacevolezze, le più irriverenti erano quelle dette dal nonno Giuseppe padre di mio padre, e marito della piissima nonna Maria, che diceva “Madonna ma culatta”, Madonna tutta coscia, invece che “immacolata”. Se la mia famiglia poi produsse una sintesi di queste due maniere di concepire la religione, fu quella di mio padre mazziniano e laico, ma rispettoso e tollerante.
*****
Giuseppe De Nittis, “Passa il treno”, 1878
*****
Il secondo episodio che considero all’origine del mio antifascismo avvenne molti anni dopo ed è drammatico.
A scuola con me e mia sorella venivano due sorelline che avevano tra loro la stessa distanza di età che noi due; eravamo anche amiche e ci frequentavamo per fare i compiti a casa, ora nostra, ora loro. Un mattino a scuola non ci sono e essendo l’uso del telefono per motivi scolastici interdetto ai piccoli, e non potendosi perciò né dettare i compiti, né le soluzioni di matematica o il testo della versione, andiamo a casa loro, e alla domestica che apre dico che siamo venute a portare i compiti ad Ester e a Ruth (questi erano i loro nomi che ci sembravano esotici). «I compiti non servono, tanto a scuola non vengono più», dice la domestica e io stupitissima domando: «Ma perché?» e mi si risponde: «Perché sono ebree». Non capisco, cioè le parole dette sono semplici e chiare, ma insieme sono insensate. Torniamo verso casa e io per non perdere prestigio davanti alla sorellina minore, dico irritatissima: «Quella lì deve proprio essere una ragazza di campagna, non sarà mica una malattia infettiva essere ebrei», dato che l’unica lunga assenza da scuola, capace di farti perdere l’anno, era quella per rosolia morbillo scarlattina tosse canina eccetera, le malattie esantematiche del periodo scolastico.
Poiché non ne vengo a capo, a tavola, secondo tempi modi e usanze di famiglia, racconto e domando mentre mamma impreca all’indirizzo di “cul là ch’al parla dal pugiò”, che parla dal balcone. Papà la prende alla lontana e incomincia a dire che hanno fatto una legge per la quale possono andare a scuola solo gli ariani. «Ma chi sono gli ariani?» chiediamo in coro e papà infine confessa: «Mi vergogno, ma siamo noi…» e ci narra la storia delle leggi razziali contro gli ebrei e anche gli zingari. Sono sconvolta, e dico: «E io mi vergogno di un Paese dove una perché si chiama Ester deve rimanere ignorante… mi sembra mostruoso».
Poi vedrò avvilita e mortificata scomparire, senza che si possano chiedere sue notizie, una signora moglie di un farmacista di Novara, nostra vicina, e poi altri, e infine sappiamo che anche Ester e Ruth sono riuscite a scappare in Svizzera, dove hanno parenti. Ma una signora amica di mamma, che sta ad Arona sul Lago Maggiore, viene gettata nel lago, incinta e con le mani legate, e basta: è quella che Hitler chiama soluzione finale, “Endlösung”, della questione ebraica e tutte e tutti noi di casa nostra e dintorni di amicizie e conoscenze finisce che pensiamo come mamma e in cuor nostro chiamiamo Mussolini “cul là”, e intanto abbiamo anche imparato che però non bisogna dirlo, se non parlando con persone fidate, siamo entrate o stiamo entrando nella clandestinità.
Lidia Menapace, da “Canta il merlo sul frumento”, 2016

Lascia un commento