“I gatti che ho amato
adesso dove sono, in che tranquillo Eliso
o miagolante Averno?
Il Rossetto fuggito da una pioggia
di spezzoni incendiari.
Attraverso la notte
lungo vie che stormivano di fuochi
con due zampine rotte,
il pelo bruciacchiato, un occhio penzoloni.
Io gli feci un giaciglio con cartoni
del Pastificio Cielo Corrado & Santi
e vi morì.
E l’altro gatto del Quarantacinque,
ma ne ho scordato il nome:
un gatto delicatamente pingue,
sempre di buona luna,
che graffiò per la strada senza alcuna
ragione gli stivali di uno sbalordito
Feldwebel della Wehrmacht. Aveva il manto
tigrato, una stellina di giglio
proprio in mezzo alla fronte.
Lo attesi invano un giorno. Sarà finito
all’Osteria del Guanto
che esponeva in perpetuo la scritta: «Oggi coniglio».
E anche la bambina di gattesca sostanza
che andava a scuola di danza
dalla signora Vanna Busolini,
soprannominata Micia per il berretto
di siamese.
Lei faceva paura a più di un mio compagno
perché aveva i due occhi
di diverso colore come Alessandro Magno:
in uno c’era il nero di un clarinetto
nell’altro il dolce lampo del turchese.
(Viene la prima carie e il cuore
impara a dir bugie.
Ma tutto allora – quando sapeva odore
di pirite e di fosforo – tornava ad inverarsi
dopo il sonno interrotto dalle sirene.
Non avevo paura delle bombe.
Il dente-di-leone sulle tombe
dei miei gatti
continuava a fiorire).
La sola volta che ci stendemmo insieme
la Micia e io col viso dentro l’erba
freddolina di marzo,
fu quando scese
fischiando il Lightning dalla doppia coda.
Le scivolò il berretto dalla tasca
del paltoncino blu mentre le prime
raffiche superavano la proda
del campo e i pioppi, verso
una blindata sagoma fuggiasca.
Raccolse il suo berretto, fu presto in piedi,
alta su me, quasi appoggiata al cielo,
e in quel cielo l’eclissi
del sole declinante preso da un cirro
di nerofumo. «Torna sull’erba», dissi.
Lei non rispose.
Ma tutte queste cose dove sono
adesso – in paradiso, all’inferno?”
Fernando Bandini, “Gatti di guerra”, da “Santi di Dicembre”, 1994
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Al galopar
“Le terre, le terre, le terre di Spagna,
le vaste, le sole, deserte pianure.
Galoppa, cavallo balzano,
cavaliere del popolo,
al sole e alla luna.
Sotto, a galoppare;
a galoppare,
fino a sprofondarli nel mare !
Come un cuore risuonano e risuonano
sotto gli zoccoli le terre di Spagna.
Galoppa, cavaliere del popolo,
cavallo balzano,
cavallo di spuma.
Sotto, a galoppare;
A galoppare,
fino a sprofondarli nel mare !
Nessuno, nessuno, di fronte nessuno;
perché è nessuno la morte sulla tua sella.
Galoppa, cavallo balzano,
cavaliere del popolo,
poiché la terra è tua.
Sotto, a galoppare;
a galoppare,
fino a sprofondarli nel mare!”
Rafael Alberti, “Al galopar” – Traduzione di Dario Puccini
(Questa poesia, composta durante la guerra di Spagna, ne divenne un inno e fu musicata da Paco Ibáñez nel 1969)
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