Linguaggi

Quando verrà il momento…

19.01.2026
“Buoni propositi: mettersi a dieta di solitudine, razionare la parola e la vista degli uomini; passeggiare a lungo fra alti muri di sasso dalle parti di Canicarao.”
Gesualdo Bufalino, da “Bluff di parole”, 1994
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Nella follia
“Nella follia
Catturerò il firmamento e lambirò le nubi
Prenderò in prestito la bufera
Lasciandomi alle spalle le lacrime zampillanti
E me ne andrò.
Non inseguirò l’equilibrio
Non soffocherò le grida
Danzerò sull’acqua
Dirigendomi verso l’altra sponda
Libera
O schiava
Non importa!
Guaderò il fiume.
Quando verrà il momento
farfalla notturna
Deporrò la dolcezza che ormai mi ha annoiata
Deporrò l’abito imbizzarrito invano
E darò fuoco al passato
Per ritornare liscia come la terra vista da lontano
E girare da sola
Intorno alla luna.
Riderò e le mie risate non saranno tristi
Non volerò, camminerò
Accarezzerò la strada
Converserò tutta la notte con il selciato
Farò sgorgare la poesia dalle pietruzze
Il cielo piangerà e non mi preoccuperò
Il vento consumerà il mio cuore ustionato dall’amore.
Il commiato diventerà una cintura
Che cinge la mia rivoluzione
Stringerò tra le braccia la distanza, gli uccelli notturni, i tremanti vasi di fiori
Tutto quel che bevo lo riverserò sui miei difetti
Accoglierò nel mio sangue
una rosa che non ha ancora trovato il terreno in cui sbocciare.
Quando verrà il momento
alba senza rugiada
mi mostrerò con il viso rabbuiato
e seppellirò i miei visi sereni
abitata dalla tenacia sarò
intrisa come il pane del tempo
noncurante delle briciole
diffonderò l’ombra luminosa sul mio essere
che farò gocciolare come il dolce miele
punto dopo punto
bacio dopo bacio
affinché si spenga sulla superficie del fiume
quella donna che ho serbato in me.”
Joumana Haddad (Libano), “Nella follia”, da “Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee”, 2007 – Traduzione di V. Colombo
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Saluterò di nuovo il sole
“Saluterò di nuovo il sole,
e il torrente che mi scorreva in petto,
e saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le secche stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in offerta
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva in uno specchio
e aveva il volto della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli, l’odore che è sotto la terra,
e i miei occhi, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi dietro il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.”
Forough Farrokhzad (Iran), da “Un’altra nascita” ,  1964 – Trauzione di Francesco Occhetto
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Foto di Hannes Caspar
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Voglio condividere il pane con i pazzi
“Voglio condividere il pane con i pazzi,
ogni giorno un pezzo di questo grande orrore,
anche la campana nel cuore,
là, dove il colombo fa il nido
e trova un minuscolo asilo
nella selva sulle acque.
A lungo ho vissuto come pietra
sul fondo delle cose.
Ma ho sentito la campana
sussurrare il tuo segreto
nei pesci volanti.
Imparerò a volare e a nuotare
e lascerò tutto ciò che è pietra sotto la pietra
lascerò la malinconia coricata nella madreperla,
ma solleverò in alto la rabbia e la miseria.
Le mie ali sono più antiche della tua pazienza,
le mie ali sono volate oltre il coraggio,
che s’era fatto carico dell’errare.
Voglio condividere il pane con i pazzi
là, nella spaventosa selva del colombo
dove la capanna divide in tre parti il grande terrore
trasformandolo nel suono tripartito del tuo nome.”
Christine Lavant, pseudonimo di Christine Habernig-Thonhauser (Austria), da “Poesie”, 2016 – Traduzione di Anna Ruchat
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Al futuro
“Futuro, verso te
In corsa ci vediamo.
Ma sei tu che a noi vieni
E noi siamo immobili
In questa illusione di treni.
Noi mangiamo
E non è più cibo
Quel che appena abbiamo inghiottito.
Era, o Futuro, un tuo sapore
Adesso in noi seppellito.
Noi tocchiamo
Il fiore, il grembo, la ferita:
E ogni cosa concreta
Si fa annaspante memoria
Di dieci astratte dita.
Noi guardiamo
E si schiude
Il volto a lungo a noi negato.
Come sarà – ci domandammo.
Ci domandiamo – com’è stato.
E tutto l’amore che amiamo,
Tutto l’odore che odoriamo,
Tutto il patire che patiamo:
Sei tu che ami e odori e patisci,
O Futuro che ti demolisci.
O Futuro che entri
Dentro le nostre porte.
O Futuro che ci costruisci.
O Futuro che sali a noi
Tua morte.”
Giovanni Giudici, “Al futuro”, da “O beatrice”, 1972
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Nell’immagine: Opera di Marta Orlowska

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