Linguaggi

Cos’è il perdono?

20.04.2026

“Chiedere perdono è come ricordare una poesia.”

Emilio Prados 

 

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“Domando perdono per essermi nutrita di erbe selvatiche.

Perché non capire la vita da sola? Perché non forzare la vita a capirsi? Perché non ebbe modo di capire la vita? E infatti non capì bene la vita, se no avrebbe avuto paura della vita, invece di sfidarla, come fosse un pozzo da riempirsi. La vita è un pozzo vuoto e va rispettato il suo vuoto.”

 

Amelia Rosselli, da “Diario Ottuso”, 1990

 

 

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“Cos’è il perdono? “
È quella fragranza che emanano i fiori
dopo essere stati calpestati
Farīd al-Dīn ʿAṭṭār (Nishapur, Iran, 1145 – 1221)

 

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Ma il mio silenzio non è mera crudeltà

 

 

“Ma il mio silenzio non è mera crudeltà, occultata tra lapidarie vesti
non potevo prevedere
la luce al di là di me stesso
ho conosciuto ogni cosa
il mare e il branco dei nudi corpi
ma mi divorava il sangue sulle mani
chiedere perdono è come ricordare una poesia
e se scrivo è solo perché non sono ancora morto
emanciparsi dai sensi significa ritrovare la parola
l’abbecedario delle nostre antiche storie.”

 

 

Emilio Prados (Spagna), da “Cuerpo Perseguido”, 1971

 

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Se posso perdonare, allora devo

 

“Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.

Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.”

 

 

Patrizia Cavalli, da “Il mio felice niente”, in “Vita meravigliosa”, 2020

 

 

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Chiedo ora di apprendere il perdono

 

“Chiedo ora di apprendere il perdono
dalla terra che offre alla luce la sua ferita
e di non temere nulla mai
com’è naturale al più piccolo fiore.
Chiedo ora di assomigliare un poco al cielo
che accoglie il volo del falco e della mosca
e serba il millenario segreto della farfalla.

Chiedo di piovere e di fare arcobaleno.
Chiedo di imparare dal vento
come passare tra gli uomini senza ferire
come lui fa tra i rami del mandorlo.
Chiedo di poter sempre
guardare gli uomini negli occhi
e di vedere nell’iride di chi temo
l’amore che cammina come un dio
sulla superficie della mia paura.
Chiedo di poter sorridere nella notte
e mettere come fossero orecchini
le ciliegie alle orecchie della morte.”

 

 

Davide Cortese, da “Il sole nero di Auschwitz”, 2019

 

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Janet Soon Art

 

 

 

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Dunque si può

“Dunque si può. Dire mi dispiace
dire perdonate e ottenere il perdono,
subito. Essere del tutto ripulito.
Nuovi. Si può. Allora perdona.
Se ho sempre preferito me
la mia persona. Se ho pensato
d’essere migliore d’ogni altro animale.
d’ogni altro organismo vegetale.
Se ho messo me. Se ho messo me
per prima. Il capriccio di me, l’estetica di me. Il sollievo di me.
Perdonate se non ho guardato
con la attenzione tutte le meraviglie quotidiano. I passaggi di luce. Le stagioni.
Certe facce. Oh musi. Se non ho adorato
la varietà mutevole del mondo,
se non l’ho servita, protetta da me stessa,
non abbastanza cantata, fatta entrare,
appoggiata sul fondo mio a farmi
più intonata e vigile. Perdona
Se ho riso troppo poco. Se poco ho
ringraziato
per le camminate nel bosco, per
quell’ebbrezza
di gambe nell’andare, accordo delle mani
in ogni semplice tariffa. Se non ho
ringraziato
per il dolce dormire e tenerci abbracciati
sulla sponda del buio spaventoso.
Se mai ho ringraziato perché c’erano gli altri
e anzi ne ho patito la presenza e spesso
ho preferito la voce scritta dei morti.
Perdonate ogni omissione mia, la cecità
che mi ha fatto sentire d’essere buona,
l’ipocrisia
con cui mi sono assolta, la misura
del mio volere bene. E se il cane
Che festeggia al mattino la mia entrata in cucina
se è per mia consolazione inviato
affinché sia alleggerita, come del resto il sole,
le arance sul tavolino, il cioccolato, il vino.
Se tutto questo è disposto e animato
perché io sia migliore, più lieta –
Perdonate le mattine scure
e l’umore nero – la chiusa testa murata
nelle sue tortuose galere, la prigionia
interiore in cui mi relego, muta e scontrosa
dimentica dei doni.
Se non sono del tutto e sempre
innamorata del mondo, della vita,
sedotta e vinta dalla rivelazione
d’esserci d’ogni cosa, e d’altro non troppo ben nascosto – dietro l’evidenza.
Questo più d’ogni altra cosa perdonate.
La mia disattenzione.”
Mariangela Gualtieri, “Dunque si può”, da “Bestia di gioia”, 2010
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Perdonatemi perdonatemi perdonatemi

“Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.
Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra la vita che ho perso.
Perdendola vi ho compreso perdendola
vi ho sorpresi perdendola vi ritrovo! L’altro lato della pineta
era così buio! solitario! rovinoso!
Essere come voi non è così facile;
sembra ma non lo è sembra
cosa tanto facile essere con voi ma
cosa tanto facile non è.
Vi amo vi amo vi amo
sono caduta nella rete del male
ho le mani sporcate d’inchiostro
per amarvi nel male.
Cristo non ebbe così facile disegno
nella mente tesa al disinganno
Cristo ebbe con sé la spada e la guaina
io non ebbi alcuna sorpresa.
Candore non v’è nei vostri occhi
benevolenza era tanto rara
scambiando pugni col mio maestro
ma v’avrei trovati.
Vi amo? Vi amerei? Tante cose
nel cielo e nel prato ricordano
amore che fugge, che scappa
dietro le case.
Dietro ogni facciata vedere quel
che mai avrei voluto sapere; dietro
ogni facciata vedere
quel che oggi non v’è.”
Amelia Rosselli, da “Impromptu”, 1981
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Immagine in evidenza: Opera di Laura Makabresku

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