Cibi e miserie: 1944-1945

Mi sono impegnata a ricordare come e cosa potevamo mangiare da partigiani in montagna. Ho raccontato la scena di quando il comandante Sbafi, l’allegro Sbafi, il coraggioso Sbafi, in quella piccola stanza montanara, offriva i suoi grassi e numerosi pidocchi alla padella dove una montanara stava friggendo qualcosa. Si rideva amaro, dopo i mesi seppelliti nella neve e un po’ anche nello scoraggiamento. Di sicuro non c’ero quando quella frittura è stata distribuita tra quei ragazzi. Me ne ricorderei, perché sono sempre stata schifiltosa e da giovane lo ero anche di più.
Laila mi ha raccontato di un ragazzo preso dalla disperazione e di non avere nemmeno la possibilità di una camomilla calda. La vera camomilla, quella ancora erba, si poteva trovare anche lì fuori, gelata e rinsecchita sotto il metro di neve. Ma loro erano in una miserella scuola, avevano solo delle coperte per terra e quella piccola stufetta inadeguata, con la poca legna da accendervi. Si combatteva il freddo anche con i progetti di trasferte in pianura per attacchi a caserme o ai magazzini del formaggio e della farina.
Noi ragazze alloggiate a Vetto nella casa delle addette alla propaganda non so cosa mangiavamo. Ricordo appena le dure e scure pagnotte di pane senza sale.
Ricordo invece l’episodio della gallina in brodo. Eravamo già nel 1945, forse febbraio, forse marzo. Dal comando, a sorpresa, ci arriva una gallina! Addirittura! Già spennata, un po’ piccola, ma meravigliosa, sorprendente, inaspettata. Poi la scoperta. Arriva l’Edmea, che ci poteva essere mamma, e si accorge che quella povera gallinella era stata messa a bollire senza prima averle tolte le interiora, cioè le budella! La ragazza che era di turno quel giorno era stata bravissima: aveva trovato pentola acqua e sale, più il carbone per accendere il fornello, Ma forse era la prima volta in vita sua che aveva qualche mansione in cucina. Edmea ha rimediato, e la cosa più difficile è stata trovare il sale, che in quel tempo era introvabile, razionato e prezioso. Di sicuro l’abbiamo mangiata quella gallina, magari in tempi diversi, porzioni piccole per le tante bocche che eravamo. Non ricordo piatti o scodelle, chissà. In quell’appartamento vuoto, c’erano soltanto dei materassi per terra e delle coperte militari. E quel fornello di pietra, da accendere con carbone o con legna piccola. Non credo che potessimo mangiare tutte insieme, in compagnia. Eravamo incaricate della propaganda e ogni giorno andavamo in luoghi diversi ad incontri diversi, con diversi ragazzi o diversi contadini e diverse donnette tristi.
Cosa mangiavano i montanari? Già il pane di farina era un lusso. Di sicuro non bianco, ma con aggiunte di cruschello e crusca, oppure con farina di castagna. Le castagne erano la salvezza. Secche e bollite. Buonissime. Poi in polenta, che così saporita non chiedeva condimento. Di sicuro ciò che si trovava nei boschi, funghi, erbe, bacche, radici, tutte cose condite con niente e talvolta addirittura cotte. La legna da ardere nei boschi chiedeva solo fatica cioè taglio e trasporto.
Nelle formazioni partigiane c’era sempre un intendente o cuciniere che trovava il modo di nutrire tutti. Quasi sempre erano i montanari a fornire il necessario, e il più delle volte non si poteva pagare il prelievo di piccoli animali, caciottine, castagne, cipolle, capretti. Si rilasciavano delle ricevute da saldare a guerra finita. Non ricordo molto di quei mesi. Nelle ultime settimane, quelle della battaglia decisiva e della marcia continua verso la pianura, ricordo che in una sosta ci fu una sorpresa. C’era carne e brodo. Anch’io in
fila, ma quel primo boccone non l’ho nemmeno inghiottito, nonostante la fame e la stanchezza. Era carne di pecora, ancora dura e per giunta cotta senza sale. Non so come quei ragazzi partigiani attorno a me, sia pure a fatica, potessero mangiarla. In quell’inverno ci si nutriva del formaggio reggiano che arrivava dalla pianura. Ho raccontato come le squadre di pianura riuscivano a svuotare i magazzini di invecchiamento per impedire ai tedeschi di portarlo via. Tutto quel formaggio, così ricco di calorie ma troppo solo, ti metteva terribile sete e ti infiammava bocca e gengive.
Ho anche il ricordo di quella scatoletta arrivata dal cielo con misteriose scritte in inglese. Ero con Zanti e sua figlia Carmen a Montefiorino. Non siamo stati capaci di aprirla, quindi non so che cibo fosse, che aspetto o che sapore avesse. Ci siamo accontentati soltanto di quel pane nero, raffermo e sciapo che avevamo comprato in paese.
Ho detto comprato. Ricordo il percorso di strada in strada. E il pagamento! Ecco, strano, ma avevamo anche qualche soldo, portato da casa, scarso e salvifico.
Accanto vi metto un ricordo mai raccontato. Dopo essere stata ospitata da quel contadino di Scandiano, quando stavo per andare al trenino, mattino presto, io volevo pagare il
disturbo e chiedevo quanto. Quel contadino così simile ai miei zii, non voleva nulla, mentre io insistevo. Alla fine, mentre lui si avviava alle mucche, ho lasciato sul tavolo, all’angolo, un po’ di denaro. Non so quanto. E non so immaginare come posso essere arrivata ad una valutazione del debito, con la mia inesperienza e i miei sedici anni. A guerra finita avrei dovuto cercare quella casa e quel contadino e magari rimediare. Anche questo è uno degli sbagli del mio dopoguerra.
Teresa Vergalli, partigiana “Annuska”, 4 febbraio 2024, dal suo blog

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