Dopo la tempesta

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“Sai tu come si muovono le nuvole? /Prodigio di colui che ha scienza perfetta”

(Gb 37, 16)

 

“Le nuvole – sorelle del sogno, parenti del vaticinio – sono le messaggere di Dio, “Egli le fa vagare ovunque/ secondo le sue leggi/ perché eseguano i suoi ordini/ sulla faccia della terra” (Gb 37, 12)

 

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La quiete dopo la tempesta

 

Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso.

Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L’artigiano a mirar l’umido cielo,
Con l’opra in man, cantando,
Fassi in su l’uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua
Della novella piova;
E l’erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand’è, com’or, la vita?
Quando con tanto amore
L’uomo a’ suoi studi intende?
O torna all’opre? o cosa nova imprende?
Quando de’ mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d’affanno;
Gioia vana, ch’è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E’ diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D’alcun dolor: beata
Se te d’ogni dolor morte risana.”

 

1829

 

Giacomo Leopardi, ” La quiete dopo la tempesta”, da “Canti”, 1831

 

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John Constable, “Rainstorm Over the Sea“, 1824 – 1828

 

 

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Quando passa l’uragano, volano case

 

 

“Quando passa l’uragano, volano case
gli uccelli stanno a terra, gli occhi pieni di polvere,
in attesa, con le palpebre chiuse. Fan nostalgia
le cose che resistono in mezzo agli uragani,
quando la gravità non dà spettacolo, ancorate
alla terra, mute, senza pena apparente – mentre intorno
turbina il mondo.”
Giovanna Zoboli, “Quando passa l’uragano, volano case” in “La solitudine dell’ospite”, 2002
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Tempesta sull’isola

 

“Siamo preparati: costruiamo case basse,
affondiamo i muri nella roccia, e le copriamo con vera ardesia.
Questa terra avvizzita non ci ha mai dato fastidio
del fieno, dunque, come vedi, non ci sono mucchi
o covoni che possono andare persi. Né ci sono alberi
che possono rivelarsi di compagnia quando il vento soffia a tutta
forza: sai cosa intendo – le foglie e i rami
possono intonare un coro tragico in una tempesta
così che presti ascolto a ciò di cui hai paura
dimenticando che percuote anche la tua casa.
Ma non ci sono alberi, non c’è un riparo naturale.
Potresti pensare che possa essere di compagnia il mare,
che comodamente esplode giù sulla scogliera.
E invece no: quando inizia, lo spruzzo scagliato sferza
persino le finestre, sputa come un gatto domestico
inselvatichito. Sediamo zitti mentre il vento in picchiata
invisibile mitraglia. Lo spazio è una salva,
siamo bombardati dall’aria vuota.
Strano, è un gran nulla che ci fa paura.”

 

 

Seamus Haney (Irlanda), “Storm on the Island” (titolo originale), da “Death of a Naturalist” (Morte di un naturalista“),  1966

 

 

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Una tempesta

 

“Un’orrenda tempesta schiacciò l’aria –
Erano poche e livide le nubi –
Un’Ombra – come il manto d’uno spettro
Nascose terra e cielo –

Delle creature ghignavano sui tetti –
E sibilavano nell’aria –
E scuotevano i pugni –
E digrignavano i denti –
E agitavano chiome convulse –

Schiarì il mattino, sorsero gli uccelli –
Gli occhi opachi del mostro
Lentamente si volsero alla costa d’origine –
E fu la pace un Paradiso!”

 

 

Emily Dickinson, “A tempest”, da “Poems by Emily Dickinson, Second Series”, 1891

 

 

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Speranza

“Quando la tempesta sarà passata
e le strade saranno spianate
e sapremo di essere sopravvissuti
a un naufragio collettivo,
con il cuore in lacrime
e il destino benedetto
ci sentiremo felici
solo per essere vivi.

E daremo un abbraccio
al primo sconosciuto
e loderemo la fortuna
di ritrovare l’amico.

E poi ricorderemo
tutto ciò che abbiamo perso
e subito impareremo
tutto ciò che non abbiamo imparato.

Non saremo più invidiosi
perché tutti avranno sofferto,
non avremo più pigrizia,
saremo più compassionevoli.

Ciò che appartiene a tutti
varrà molto di più
di ciò che appartiene a uno solo,
saremo più generosi
e molto altro ancora.

Capiremo il fragile,
cosa significa essere vivi,
avremo empatia per chi c’è
e per chi è andato.

Ci mancherà il vecchio
che ci ha chiesto un soldo al mercato,
il vecchio che non conoscevamo
ed era sempre al nostro fianco.
E forse il povero vecchio
era il nostro dio travestito
al quale non abbiamo mai chiesto il nome perché eravamo di fretta.

E tutto sarà un miracolo
e tutto sarà una nuova eredità
e la vita sarà rispettata,
la vita che ci siamo guadagnati.

Quando la tempesta sarà passata
chiederò a Dio, rattristato,
di restituirci meglio
di come ci aveva sognato.”

Alexis Valdes, “Speranza” (o “Quando la tempesta sarà passata”); pubblicata sui social dall’Autore nel 2020 ed erroneamente attribuita a Mario Benedetti,  fu in seguito inserita nel  libro-intervista di Papa Francesco, “Soñemos juntos” (“Sogniamo insieme”)

 

 

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Il seme della tempesta
“Questo chiedo: avere in me
il seme della tempesta. Spazzare via
la calma apparente della generazione mia
destare la rivolta.
Una rivolta chiedo, differente
da tutte le rivolte della storia.
Non per il pane, non per disperazione,
non per la fame o il freddo
non per l’oppressione
non per la congiura
per i fratelli o sorelle in catene.
Destare voglio la rivolta delle mani.
Il mio poter fare qualche cosa.
Fare bene voglio.
Fare per bene. Fare il mio fare,
quello che mi tocca,
il fare mio. L’azione scritta
nella mia testa, nelle mie mani.
Spaccare voglio
questa convinzione
di concretezza,
la dittatura dell’apparenza,
della misura, della materia dominante,
del vendere e acquistare. Dell’avere.
Quell’agio superiore che ripete
“è tutto qui, cosa vai a cercare”.
Voglio affermare l’incertezza mia
il metafisico sentire mio.
Il dialogo fra me e qualcosa che in me
è vivo d’una vita più antica della mia.”
Mariangela Gualtieri, da “Discorso ai vivi e ai morti”, seconda parte dell’opera teatrale “Trilogia dei Giuramenti”, della compagnia Teatro Valdoca,  2018, con testi di Mariangela Gualtieri e regia di Cesare Ronconi.

 

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In evidenza: Joseph Mallord William Turner, “Mare in tempesta con relitto in fiamme”, 1835-1840


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