L’eredità emotiva

“Come ereditiamo, tratteniamo ed elaboriamo vicende che non ricordiamo o che non abbiamo vissuto in prima persona? Che peso ha ciò che è presente ma non completamente conosciuto? Possiamo davvero tenere segrete alcune vicende familiari, e che cosa trasmettiamo alla generazione successiva?”
“Il nostro desiderio di sanare il trauma dei nostri genitori, di curare le loro anime ferite può, al contrario, portarci a rivivere e a ripetere le loro storie dolorose.”
“Le persone che amiamo e quelle che ci hanno cresciuto vivono dentro di noi; proviamo il loro dolore emotivo, sogniamo i loro ricordi, conosciamo anche ciò che non ci è stato esplicitamente comunicato e tutto questo plasma la nostra vita in modi che non sempre comprendiamo.”
“I sentimenti, ereditati dai genitori, di un trauma non elaborato erano i fantasmi che vivevano dentro di loro, gli spettri del non detto e dell’indicibile.
Quello che ereditiamo sono proprio tali esperienze “fantasmatiche”, non completamente vive, ma nemmeno del tutto morte: invadono la nostra realtà in modi invisibili e concreti; incombono sulla nostra vita, lasciando le proprie tracce. Sappiamo e sentiamo cose di cui non sempre conosciamo l’origine.”
“La vita non analizzata si ripete e si riverbera attraverso le generazioni.”
“I segreti degli altri diventano i nostri enigmi personali e i nostri segreti inevitabilmente troveranno riparo e si nasconderanno nelle menti degli altri.”
“La lealtà verso le persone a cui siamo legati spesso mantiene una parte di noi ancorata a loro anche dopo che ce ne siamo andati. I nostri genitori tendono a vivere dentro di noi anche senza il nostro permesso.
“Il bisogno psicologico di elaborare le vecchie ferite ci riporta alla scena originaria, dove speriamo di trasformare il passivo in attivo, dove cerchiamo di ricominciare tutto daccapo, questa volta in maniera diversa. Desideriamo rivivere le situazioni per fare meglio le cose, per farle nel modo giu-sto, per guarire noi stessi attraverso un atto di riparazione. Troppo spesso, però, il tentativo di riparazione si esaurisce in una mera ripetizione. Attraverso il nostro bisogno di guarire antichi traumi, di fatto ci ritraumatizziamo.”
“Davanti al dolore, è difficile non sentirsi soli. In un certo qual modo, tutti i sentimenti sono isolati, enigmatici, e noi li trasformiamo, attraverso le parole, in una forma che possiamo condividere con gli altri. Ma le parole non catturano sempre l’essenza dei nostri sentimenti e, in questo senso, siamo sempre soli. Questo è vero soprattutto per quel che concerne il trauma e la perdita. Per sopravvivere, ci distanziamo emotivamente non soltanto dagli altri ma anche da noi stessi. E piangiamo per la perdita delle persone che amiamo, della vita che avevamo un tempo, del nostro vecchio Sé.
Il lutto è un’esperienza solitaria e privata. Non necessariamente unisce le persone; spesso invece le divide, così da farle ritrovare isolate nel proprio dolore, non riconosciute, incomprese, invisibili. Abbiamo bisogno di un’altra mente che ci aiuti a conoscere la nostra mente, per sentire e digerire la nostra perdita e tutto quello che ci provoca troppa ansia perché si possa avvertirlo: la nostra vergogna, la nostra rabbia. L’identificazione con i morti, la colpa, persino l’invidia.”
“Guarire è un percorso denso di ambivalenza, colpa e vergogna. E’ un percorso doloroso che riporta in vita i fantasmi del passato e sfida le nostre identificazioni interne nel percorso verso ka liberazione.”
Atlas Galit, da “L’ eredità emotiva. Una terapeuta, i suoi pazienti e il retaggio del trauma”, 2022 – Traduzione di Paola Merlin Baretter
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In evidenza: Foto di Raùl Cantù

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