La malora

Potevo ritirarmi nella stalla, ma era una bella sera da godere almeno un momento, e così girai la casa per farmi due passi allo scuro sulla strada di Mango. Ma girata la casa, vidi subito Tobia: era seduto sul tronco a ridosso del muro, proprio sotto la finestra della stanza sua e della padrona; si teneva la testa fra le mani e si parlava da solo, ma non potevo sentir niente di quel che si diceva per via dell’aria che portava subito via le parole. Dopo un minuto alzò la testa e parlò forte, ma forte come uno che volesse farsi sentire fin sulla langa di Castino là in faccia. Disse: “Già, io non son mai andato con la pancia per terra, io mai. Lo sanno tutti che faccio una vita più bella dei preti. Io mi sono frustato tanto come te, solo che io non ne parlo mai e se mi viene del male lo nascondo, per forte che sia. Cosa ti credi, t’è passato di mente che ho sessantadue anni, e che lavoro tanto che altro che perdere il sangue, se avessi anch’io il buco da perderlo! E giusto che parlavi del fieno, lo sai cosa vuol dire alla mia età tagliare il fieno da quando il sole si leva a quando si corica? Da giovani come i tuoi figli e con la rugiada son tutti buoni a tagliare, ma quando il sole viene alto e il fieno mette il pelo volatino, allora sì che il fieno ti domanda quanti anni hai! Ecco, se è per la questione del fieno!”
Stette come ad aspettare che la padrona gli rispondesse dalla loro stanza, ma niente venne da lei, salì invece dal rittano la voce di Jano che faceva a suo padre: “Assassino, assassino, sei un assassino!”
Tobia andò fin sull’orlo del rittano e gridò giù: “A te ti dico questo: prova solo a non trovarti sul lavoro domani mattina. Ti dico solo questo”. Aspettammo tutti che Jano rispondesse, ma non si fece più sentire da là basso; invece sull’aia s’era messo a gridare Baldino, per far star zitto il cane che la voce lontana e sfisionomata di Jano aveva aizzato.
Tobia tornò a sedersi sul tronco, lo sentivo sbatter la lingua per rifar saliva dopo quella gridata, e poi disse, ma più piano: “Qui mi tenete tutti per il vostro aguzzino. Ma lo sapete il perché io tiro e vi faccio tirare e non vi do niente di più del necessario. E se anche fallisco nei miei piani, dovrete sempre ringraziarmi per avervi insegnato a star male oggi per non star peggio domani. E non venite a dirmi che peggio di così non si può stare, perché io ci metto poco a dimostrarvi il contrario. Vi contassi d’uno che da bambino gli è morto suo padre e se lo prese in casa un suo zio, dalle parti di Cravanzana. Lo faceva tirare che al paragone voi siete dei signorotti, e a mezzogiorno gli diceva: – Se non mangi pranzo, ti do due soldi -, e bisognava pigliare i due soldi, e a cena: – Se vuoi mangiar cena, mi devi dare due soldi-. Ero mica io quel bambino là?”
Beppe Fenoglio, da “La malora”, 1997
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In evidenza: Renato Guttuso, “Contadini al lavoro”, 1951

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