Le mosche del capitale

Astolfo ha intorno a sé molti fedeli custodi, messi, collaboratori, confidenti. Fedeli la maggior parte con la fedeltà, la solerzia, la gratitudine commossa del cane. Ha perfino un cane, con il dono di assomigliare perfettamente a un uomo bruno e burbero, tarchiato dentro la sua mezza statura, appena labile nella fronte e nella nuca, irsuto e scosso nel cuoio capelluto, fatto di ciglia, ricco e fitto di palpebre e di espressioni dell’occhio, ma sempre inerti e astratte; con il dono, ancora più grande, incommensurabile, sacro, della parola. Della facoltà di capire, parlare, leggere e scrivere l’italiano e il dialetto, e anche tutti quei termini in inglese necessari alla definizione di industria, impresa, società industriale, lavoro.
Questo cane, meraviglioso ed esclusivo, risponde al nome di Tozzo, cui preferisce sentire premesso un “dottore”, e ancor più, “egregio dottore”, o meglio, “stimatissimo dottore”, “nostro indispensabile signor dottore”, “eccellentissimo signore nostro santo adorato protettore miracoloso e pieno di luce e di grazia buono e soccorrevole generoso e comprensivo potente umile, eccellentissimo dottor Tozzo”.
Astolfo lo chiama per nome, Eros. Poi si mette ad ascoltarlo imbronciato oppure stizzito, o gli versa migliaia di parole, esclamazioni, colpetti e morsi dentro tutt’e due le orecchie, tirate su come un doppio megafono, sopra i peli irti del dorsale cranico, continuamente ondulato da scariche di brame, di devozione e di allarme istintivo e cosciente, con scariche di associazioni, immagini, scene, simboli, canti, uniti e mutati, infine…parole…lingua del “dottore” dentro e fuori…parole sue da imparare, da riempire di soddisfazione, da alleggerire, da smussare
[…]
– Ma le strategie da dove arrivano?
– Non so. So solo che oggi l’industria, anzi tutto il capitale, si identifica con lo stato.
– Ma cosa succede alla città, alla società, agli uomini dell’industria? Che cosa si può raccontare di loro?
– Niente. Non c’è niente da raccontare. Non si racconta più. Lo stato procede, si ferma, si corregge secondo la crisi che gli è stata assegnata dall’industria. La crisi delle istituzioni è crisi delle sovrastrutture e delle produzioni. Non c’è proprio più niente da raccontare.
[…]
Tozzo si ritira lentamente con la precisione esatta di una sfera elettronica, continuando a guardare il dottore con tutte le sue palpebre, ciglia, bulbi, cornee, pupille sempre più stretti e luccicanti e dondolando appassionato. I denti gli schiumano dell’acquolina copiosa del desiderio. Ma sa ricoprirsi e mandare giù, dentro di sé, senza nemmeno dover deglutire.
Paolo Volponi, da “Le mosche del capitale”, 1989

Precedente

Dalla stessa sezione

Lascia un commento