“Non credo proprio per nulla ai nostri Natali: anzi penso che sia una profanazione di ciò che veramente il Natale significa, costellazioni di luminarie impazzano per città e paesi fino ad impedire la vista del cielo.
Sono città senza cielo le nostre. Da molto tempo ormai!
È un mondo senza infanzia. Siamo tutti vecchi e storditi. Da noi non nasce più nessuno: non ci sono più bambini fra noi.
Siamo tutti stanchi: tutta l’Europa è stanca: un mondo intero di bianchi, vecchi e stanchi.”
David Maria Turoldo, da “Salviamo il Natale”, 2018
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“Quando eravamo il bicchiere rovesciato
Un ciliegio sfiorito nei turbini bigi
Il pane spezzato la terra sotto l’erpice
O gli annegati che traversano Parigi
Quando eravamo fieno giallo pestato
Il grano saccheggiato e l’imposta battente
Il canto che smuore la folla piangente
Quando eravamo il cavallo stramazzato
Quando privi in Patria di cittadinanza
Andavamo raminghi senza domani
Quando tendevamo a spettri di speranza
La vergognosa nudità delle mani
Allora allora quelli che scesero in strada
Foss’anche un momento per subito cadere
Furono in pieno inverno le nostre primavere
Il loro sguardo fu il lampo di una spada
Natale Natale quelle aurore furtive
Restituirono a voi uomini di poca fede
Il grande amore per cui si muore e si vive
Il domani che di ieri si fa erede
Oserete ciò che il loro dicembre osa
Mie belle primavere di scampato pericolo
Ricordate l’intenso profumo di rosa
Quando la stella ai pastori fu veicolo
In pieno sole scorderete la stella
Scorderete come finì quella notte
Quando il vento tenderà le scotte
Scorderete la morte d’Ifigenia bella
Piange la porpora sulle ciglia delle prataiole
O se s’imperlano d’un sudor di sangue
Scorderete la scure sempre in cerca di gole
Le vedrete con occhio che assente langue
Non può a lungo tacere il sangue versato
Scorderete donde venne il raccolto
E l’uva delle labbra sul terreno sconvolto
E il gusto amaro che il vino ne ha serbato.”
Louis Aragon, “Le rose di Natale”
(Scritta nel 1943, nel pieno dell’occupazione nazista, la poesia circolò clandestinamente negli ambienti della Resistenza, diventando un inno di speranza e di fiducia nel futuro)
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“Nessuna Madonna con Bambino poteva eguagliare
quell’immagine di tenerezza di madre
per un bambino che presto doveva dimenticare.
L’aria era pesante di odori
di diarrea di bambini non lavati
con costole slavate e sederi prosciugati
in lotta con passi affaticati dietro vuoti ventri rigonfi.
Molte lì hanno da tempo cessato
di preoccuparsi, ma non quella madre,
che manteneva tra i denti un sorriso spettrale,
e negli occhi il fantasma dell’orgoglio materno
mentre gli pettinava i capelli rugginosi
rimasti sul cranio, e poi,
solo negli occhi cantando, iniziò
a ripartirgli adagio… In un’altra vita
questo sarebbe stato un piccolo atto quotidiano
privo d’importanza tra colazione e scuola:
ora lei lo faceva come ponendo fiori
sulla minuscola tomba di un bambino.”
Chinua Achebe (poeta africano) da “Attento «Soul brother»!”, 1995
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Vignetta di Mauro Biani
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“Piangi piangi
piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero
Bosch in miniatura,
un salvadanaio di terra cotta, un quaderno
con tredici righe, un’azione di Montecatini:
piangi piangi, che ti compero
una piccola maschera antigas, un flacone di sciroppo ricostituente,
un robot, un catechismo con illustrazioni a colori, una carta geografica
con bandierine vittoriose:
piangi piangi, che ti compero un grosso capidoglio
di gomma piuma, un albero di Natale, un pirata con una gamba
di legno, un coltello a serramanico, una bella scheggia di una bella
bomba a mano:
piangi piangi, che ti compero tanti francobolli
dell’Algeria francese, tanti succhi di frutta, tante teste di legno,
tante teste di moro, tante teste di morto:
oh ridi ridi, che ti compero
un fratellino: che così tu lo chiami per nome: che così tu lo chiami
Michele.
Edoardo Sanguineti, “Piangi, piangi”, da “Triperuno”, 1964
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Mauro Biani

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Non chiedetelo.
Non ci sarà l’albero di Natale.
Come potete
nel bosco
far andare papà.
Verso di lui,
di dietro il bosco
le schegge di proiettili
tenderanno,
per poterlo acchiappare
la zampa rapace.
Non si può.
Oggi luccicanti lustrini
non giaceranno
sotto l’albero di Natale
nell’ovatta.
Là –
un milione di carichi micidiali
pungeranno
e ai feriti non basterà l’ovatta.
No.
Non accenderanno.
Non ci saranno candele.
In mare
mostri di ferro strisciano.
E da questi mostri
uomini cattivi
aspettano:
se non si accenderà l’occhio delle finestre.
Gli sciocchi attaccano discorso:
che il nonno venga,
che ci sia un mucchio di giocattoli.
Non c’è un nonno.
Il nonno è nella fabbrica.
La fabbrica?
E quella che fa la polvere da sparo.
Non ci sarà musica.
Le manine
Di dove le prenderebbe lui?
Non si siederà, a suonare.
Vostro fratello
è ora,
un martire senza mani,
se ne va, luminoso, verso il portone del paradiso.
Non piangete.
A che scopo?
Non accigliate i visini.
Non ci sarà –
ebbene, che importa!
Presto
tutti, in un gioioso grido
intrecciando le voci,
accoglieranno un nuovo Natale.
Ci sarà l’albero,
e che albero –
non riuscirai ad abbracciare il tronco.
Vi appenderanno ogni sorta di brillìo.
Ci sarà un pieno Natale.
Così che
persino
si avrà noia di celebrarlo.”
Vladimir Majakovskij, “Aghi di pino” – Traduzione di Angelo Maria Ripellino
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Mauro Biani
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Natale
“Nascerà in una stiva tra viaggiatori clandestini.
Lo scalderà il vapore della sala macchine.
Lo cullerà il rollio del mare di traverso.
Sua madre imbarcata per tentare uno scampo o una fortuna,
suo padre l’angelo di un’ora,
molte paternità bastano a questo.
In terraferma l’avrebbero deposto
nel cassonetto di nettezza urbana.
Staccheranno coi denti la corda d’ombelico.
Lo getteranno al mare, alla misericordia.
Possiamo dargli solo i mesi di grembo, dicono le madri.
Lo possiamo aspettare, abbracciare no.
Nascere è solo un fiato d’aria guasta. Non c’è mondo per lui.
Niente della sua vita è una parabola.
Nessun martello di falegname gli batterà le ore dell’infanzia,
poi i chiodi nella carne.
Io non mi chiamo Maria, ma questi figli miei
che non hanno portato manco un vestito e un nome
i marinai li chiamano Gesù.
Perché nascono in viaggio, senza arrivo.
Nasce nelle stive dei clandestini,
resta meno di un’ora di dicembre.
Dura di più il percorso dei Magi e dei contrabbandieri.
Nasce in mezzo a una strage di bambini.
Nasce per tradizione, per necessità,
con la stessa pazienza anniversaria.
Però non sopravvive più, non vuole.
Perché vivere ha già vissuto, e dire ha detto.
Non può togliere o aggiungere una spina ai rovi delle tempie.
Sta con quelli che vivono il tempo di nascere.
Va con quelli che durano un’ora.
Erri De Luca, “Natale”, da “Opera sull’acqua e altre poesie”, 2002
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In evidenza: Vignetta di Mauro Biani