Le ancelle senza perdono

C’è una scena, nel libro ventidue dell’Odissea, che quasi sempre rimane ai margini delle letture scolastiche ma che non può essere ignorata. Odisseo è appena tornato, ha teso il suo arco, ha trafitto Antinoo alla gola mentre beveva, ha massacrato uno per uno tutti i pretendenti che assediavano Penelope da dieci anni. La sala è piena di corpi, il sangue scivola dai tavoli sul pavimento di pietra.
Eumeo e Filezio, i servi fedeli, aspettano gli ordini. Allora Odisseo chiama la vecchia nutrice Euriclea e le chiede una cosa precisa. Quali ancelle della casa hanno tradito durante la mia assenza? Quali hanno avuto rapporti con i pretendenti?
Euriclea, l’unica donna che lo aveva riconosciuto dalla cicatrice sulla coscia, gli indica dodici nomi su cinquanta. Sono le più giovani, le ragazze del palazzo, le serve di Penelope. Odisseo le fa convocare tutte nella sala.
Le dodici ragazze entrano e vedono la mattanza. Devono pulire, quello è l’ordine: trascinare i corpi dei pretendenti fuori dal palazzo, ripulire il pavimento del loro sangue, riportare l’ordine nella casa che era stata anche la loro per anni. Lavorano in silenzio, mentre intorno il padrone appena tornato le guarda. Quando hanno finito e quando il pavimento è pulito e la sala è di nuovo decente, Odisseo dice a Telemaco di portarle fuori, nel cortile, e di ucciderle con la spada. Telemaco prende una decisione diversa, non per misericordia, ma perché ritiene che non meritino una morte riservata a chi conserva un minimo di onore. Nel poema afferma che hanno disonorato lui e sua madre Penelope e che si sono unite ai pretendenti. Così va a prendere una gomena, una fune da nave, la lega a una colonna alta del cortile, la tende. Mette dodici cappi a distanza regolare lungo la fune tesa e fa salire le ragazze sotto i cappi. Stringe i nodi alle loro gole e le lascia lì, sospese con i piedi che non toccano terra.
Omero le descrive con una similitudine. Come tordi o colombe che, tornando al nido, restano impigliati in una rete tesa tra gli arbusti e vi trovano la morte. «Per poco tempo ancora scalciarono coi piedi», aggiunge il poeta. Poi tutto finì.
Penelope, in tutto questo, dorme. Atena le ha mandato un sonno divino perché non veda e quando si sveglia, Odisseo è di nuovo suo marito, i pretendenti sono morti, le ancelle sono state seppellite. Nessuno le racconta niente.
Ed è qui che vale la pena fermarsi.
Chi erano quelle dodici ragazze?
Sicuramente erano schiave della casa di Odisseo. Erano nate lì o erano state portate lì molto giovani, cresciute da Penelope, addestrate al lavoro, al telaio, alla cucina, alle stanze. Erano in casa quando i pretendenti erano arrivati dieci anni prima, ed erano cresciute fra quegli uomini che bevevano e gridavano nella sala ogni sera. Immaginiamo che i pretendenti le avevano coinvolte nella loro vita quotidiana, alcune possono essersi legate a loro per scelta, altre per convenienza, altre ancora per timore. Quanto fossero complici e quanto fossero semplicemente costrette dalla loro condizione, il poema non lo dice. Erano serve, e nel mondo omerico una serva era una proprietà, il suo corpo non le apparteneva del tutto.
Margaret Atwood, una delle più conosciute scrittrici contemporanee, ha scritto nel 2005 un romanzo intero su questa scena, ‘Il canto di Penelope’, affermando che l’immagine delle dodici ragazze impiccate la perseguitava da sempre. Si chiedeva perché Omero le avesse uccise, perché Penelope non le avesse salvate, perché tre millenni di critica letteraria fossero passati sopra a quella scena come se fosse una nota a margine del trionfo del ritorno.
Analisi mitonomica
Il finale dell’Odissea ci ha sempre raccontato il ritorno di Odisseo come vittoria.
Ricordo da bambino gli sceneggiati alla tv, l’eroe torna, riprende la moglie, riprende la casa, riprende il regno, rimette ordine. Tutto bello, tutto pulito e finalmente consolatorio.
Ma se ti soffermi sulle dodici ragazze appese alla fune in cortile, la consolazione si incrina. Sì, perché quel ritorno, dietro la sua scena gloriosa, ha un retropalco, e il retropalco è fatto di corpi che pendono. Dobbiamo comprendere che quelle dodici ragazze non avevano potere su nulla. Non sui pretendenti che le prendevano, non su Penelope che non le proteggeva, non su Odisseo che era assente da vent’anni.
Erano la categoria di esseri umani che il mondo antico considerava utilizzabile, e di cui nessuno doveva rispondere.
Quando i potenti tornano e rimettono ordine, qualcuno deve pagare per il disordine che c’è stato, e quel qualcuno non sono mai i potenti stessi, sono gli ultimi della casa. Sono le serve, i giardinieri, gli stallieri, i bambini, gli stranieri di passaggio, sono quelli che si trovano lì quando il padrone torna e a nessuno di loro viene riconosciuto il diritto di spiegare perché. Questa è una verità che attraversa tre millenni.
Ogni volta che un sistema crolla e poi viene rimesso in piedi, c’è qualcuno in basso che paga.
Qui, in fondo, non pagano i Proci, che sono uomini liberi e nobili e ricevono una morte di spada, una morte da guerrieri. Pagano le ancelle, che non hanno scelto, che non potevano scegliere, che semplicemente erano lì. Loro vengono impiccate, perché l’impiccagione era considerata una delle forme di morte più infamanti, riservata agli schiavi, ai traditori, alle donne perdute. È una morte che non lascia memoria e non lascia un nome. Infatti i nomi di quelle dodici ragazze non li ricorda nessuno, Omero ci lascia dodici corpi senza identità.
Penelope dorme, dicevamo, Atena le manda il sonno. È un dettaglio che il mito greco usa spesso quando vuole proteggere un personaggio nobile da una scena che lo macchierebbe.
Ma noi oggi, leggendo, una domanda ce la facciamo. Penelope, quando si è svegliata e ha capito, cosa ha provato? In fondo erano ragazze cresciute in casa sua. Molte le aveva viste bambine, aveva insegnato loro a tessere, le aveva mandate a portare l’acqua, a preparare i letti, a servire il vino. Quando si è svegliata e ha visto il cortile vuoto avrà chiesto dove fossero e qualcuno le avrà detto cosa fosse successo.
Bene, lei cosa ha fatto?
Il poema tace.
Penelope non protesta, Penelope non piange.
Penelope va con Odisseo nel letto nuziale, lo riconosce, si addormenta fra le sue braccia, il poema vuole il lieto fine, e per averlo deve dimenticare le dodici ragazze sotto il portico.
Forse questo è il vero ammonimento che ci arriva dall’Odissea, se la leggiamo fino in fondo e non solo fino al ritorno dell’eroe. Troppo spesso esistono vittorie che si pagano con i corpi di chi non poteva difendersi.
Esistono ordini ristabiliti che si fondano sul silenzio di chi non sapeva nemmeno di avere il diritto di parlare.
Esistono case che tornano belle e pulite perché qualcuno, prima dell’alba, ha portato via i resti di una notte che nessuno vuole più ricordare.
Le dodici ancelle di Itaca sono tutte le persone su cui i nostri ritorni vittoriosi pesano in silenzio.
Sono ovunque, anche oggi, e quasi sempre non hanno un nome.
Le ancelle non hanno un nome perché Omero non li ha scritti.
Ma loro c’erano.
Tratto da Fb, “Pagina mitonomica”
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Nell’immagine: Nicolas-André Monsiau, “Ulisse che torna al suo palazzo dopo aver ucciso i Proci”, 1791


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