Non dirmi che hai paura

Il valore dello sport
Uscivo di casa verso le undici e in una mezz’oretta, facendo di corsa e tutta coperta dal burqa le stradine più appartate, ero allo stadio. Mi infilavo dentro uno dei buchi nella recinzione, attraversavo lo spiazzo della biglietteria, scavalcavo una bassa cancellata che portava al corridoio centrale, e da lì entravo.
Era bellissimo.
Il profumo dell’erba inondava ogni cosa, i miei sensi erano completamente avvolti da quell’odore dolce e sottile, frizzante. Avere lo stadio vuoto, tutto per me e illuminato solo dalla luce della luna, era bello come conquistare la stoffa trapuntata del cielo.
Mi fermavo al bordo della pista di tartan su cui avevo vinto la mia prima gara e mi sfilavo quell’impiastro nero del burqa. Lo piegavo e lo lasciavo a terra. Poi, mentre piano piano prendevo fiato, soltanto l’idea di essere là dentro di notte mi metteva addosso un’adrenalina che mi levava il respiro. Mi scaldavo portandomi a passi lenti e lunghi al centro del campo da calcio. E da lì mi gustavo, per qualche secondo che durava tutto l’infinito, lo spettacolo dello stadio deserto. Nessuno. Soltanto io, il mio respiro e la luna. E l’odore dell’erba, che arrivava pungente da ogni parte.
Fuori, facevo finta che ci fosse la pace, e che quello fosse un dispetto per cui non avrei rischiato niente.
È stato lì, in quelle notti, a tre giorni dalla gara più importante della mia vita, che ho scoperto che correvo i cento metri in sedici secondi e trentadue centesimi, e i duecento in trentadue secondi e novanta centesimi. Credevo di essere più veloce, e invece no. Il cronometro di Said mi aveva svelato un’amara verità. Ero molto sopra i record del mondo, dovevo per forza migliorare. Non potevo che migliorare.
Il viaggio
Il Viaggio è una cosa che tutti noi abbiamo in testa fin da quando siamo nati.
Ognuno ha amici e parenti che l’hanno fatto, oppure che a loro volta conoscono qualcuno che l’ha fatto. È come una creatura mitologica che può portare alla salvezza o alla morte con la stessa facilità. Nessuno sa quanto può durare. Se si è fortunati due mesi. Se si è sfortunati anche un anno, o due. E fin da quando siamo bambini il Viaggio è uno degli argomenti preferiti di conversazione. Tutti hanno racconti di parenti giunti a destinazione in Italia, Germania, Svezia o Inghilterra. Colonne di tir con uomini cotti dal sole e morti dentro il forno del Sahara. Trafficanti di esseri umani e terribili prigioni libiche. E poi i numeri dei viaggiatori che muoiono nel tratto più difficile, la traversata del Mediterraneo, dalla Libia all’Italia. Chi dice decine di migliaia, chi dice centinaia di migliaia. Fin da quando siamo nati siamo abituati a questi racconti, a questi numeri senza fondamento. Perché chi arriva, quando chiama a casa dice sempre la stessa cosa: non riesco a descrivere cosa è stato il Viaggio. È stato terribile, questo di certo, ma non so dirlo a parole. Ecco perché è sempre avvolto dal più assoluto mistero. Un mistero per alcuni necessario per arrivare alla salvezza.
Il Sahara
Quando entri nel deserto smetti di essere un uomo. Ero già stata tahrib * ad Addis Abeba, ma adesso ero una tahrib bisognosa di rifugio. Una clandestina fragilissima. Un animale legato alla vita da un filo sempre più sottile.
Ti prendono a bastonate. Se non hai i soldi: ti prendono a bastonate.
Se non esegui gli ordini: ti prendono a bastonate.
Se osi rispondere: ti prendono a bastonate.
Se chiedi più acqua: ti prendono a bastonate. Non gli interessa se sei adulto o bambino: ti prendono a bastonate.
E lì hai solo due strade. Pagare i poliziotti per essere consegnato ad altri trafficanti, oppure farti riaccompagnare indietro, al confine con l’Etiopia.
Presto nel Viaggio si imparano il silenzio e la preghiera.
Presto nel Viaggio si impara a dimenticare il motivo per cui sei lì, e a praticare silenzio e preghiera.
Il mare
Non potevo crederci, non doveva mancare troppo alle coste italiane. Eppure eravamo fermi. Siamo rimasti così per quindici ore. Quindici ore sono infinite se sai di essere a un passo dalla meta. Se sei in viaggio come me da un anno e mezzo, se includo Addis Abeba. Quindici ore da ferma, con l’adrenalina che avevo addosso, sono un tempo che non si riesce neanche a pensare. È come se al finale di una gara, proprio quando manca un passo, l’ultima falcata per solcare la linea del traguardo, andassi a sbattere contro un muro trasparente.
Qualcuno ha iniziato a dare i numeri. Qualcun altro ha cominciato a nominare Allah. I trafficanti sono scesi sul ponte, erano sei uomini, e con i bastoni hanno riportato la calma. Hawaian, state zitti.
“Se gridate, di certo in Italia non ci arriviamo,” dicono.
Dopo quindici ore, finalmente arriva la barca italiana.
L’approdo
Vola, Samia, vola come il cavallo alato fa nell’aria…Sogna, Samia, sogna come se fossi il vento che gioca tra le foglie…
Corri, Samia, corri come se non dovessi arrivare in nessun posto…
Vivi, Samia, vivi come se tutto fosse un miracolo…
…Corri, Samia, corri come se non dovessi arrivare in nessun posto…
Riesco a qualificarmi per il rotto della cuffia per le Olimpiadi di Londra 2012.
La mia gioia tocca il cielo. Non sono mai stata più felice. Supero tutte le fasi preliminari e, contro ogni pronostico, arrivo alla finale. Il pubblico è con me. Sui blocchi di partenza, in mondovisione, sono in quarta corsia. Alla mia destra c’è Veronica Campbell – Brown, alla mia sinistra Griffith – Joyner, la donna più veloce del mondo.
…Vivi, Samia, vivi come se tutto fosse un miracolo…
Bum
Questo è lo start.
Adesso si corre.
* Tahrib è un termine somalo che indica il viaggio dei migranti
Giuseppe Catozzella, da “Non dirmi che hai paura”, 2014
Nell’aprile del 2012, il sogno di Samia Yusuf Omar si infrange sulle coste italiane, insieme al suo disperato tentativo di raggiungere l’Europa su di una barca di migranti.

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