Chronicles

Alcuni anni prima Ronnie Gilbert, uno dei Weavers, mi aveva presentato a un folk festival di Newport dicendo: “Ed ecco a voi. Prendetelo, sapete chi è, è vostro”. All’epoca non avevo capito che le implicazioni di quell’introduzione erano inquietanti. Nessuno aveva mai presentato Elvis in quel modo. “Prendetelo, è vostro!” Era da pazzi parlare in quel modo! Ma che andassero a quel paese. Per quanto mi riguardava, io non appartenevo a nessuno, né allora né adesso. Avevo una moglie e dei figli che amavo più di ogni altra cosa al mondo. Stavo cercando di prendermi cura di loro, di tenerli fuori dai guai, ma quelle piattole della stampa continuavano a parlare di me come della bocca, del portavoce, e perfino della coscienza di una generazione. Questa poi. Io non avevo fatto altro che cantare canzoni che parlavano chiaro e che esprimevano la forza di realtà nuove. Avevo poco in comune, e ne sapevo ancora meno, di una generazione della quale avrei dovuto essere la voce. Me ne ero andato dalla mia città solo dieci anni prima e non stavo facendo da megafono alle opinioni di nessuno. Il mio destino percorreva la sua strada, qualunque cosa la vita gli portasse, e non aveva niente a che fare con l’essere il simbolo di una qualche forma di civiltà. Restare fedeli a se stessi era l’unico imperativo. Io ero un cowboy, non un pifferaio magico.
La gente pensa che fama e ricchezza si tramutino istantaneamente in potere, che a sua volta porterebbe gloria, onore e felicità. Qualche volta sì e qualche volta no. Io mi trovavo bloccato a Woodstock, vulnerabile e con una famiglia da proteggere. I giornali, di me, dicevano tutto tranne questa verità. Era straordinario come fosse divenuta fitta la cortina di fumo. Il mondo, a quanto pare, ha sempre avuto bisogno di un capro espiatorio, o di qualcuno che guidi la carica contro l’Impero romano. Ma l’America non era l’ Impero romano e qualcun altro avrebbe dovuto farsi avanti e offrirsi volontario. Sul serio, io non ero niente di più di quello che ero, un musicista folk che aveva scrutato in una nebbia grigia con occhi accecati di lacrime e aveva composto canzoni fluttuanti in un alone luminoso. Ora tutto mi era scoppiato in faccia e mi penzolava sopra la testa. Io non ero un predicatore capace di fare miracoli. Ci sarebbe impazzito chiunque.
Bob Dylan, da “Chronicles” – Vol. 1, 2005 – Traduzione di Alessandro Carrera

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