Una notte a casa Leopardi

Della casa conosco la vita segreta e silenziosa che dimora negli angoli, il cigolio del mobilio quando il palazzo riposa di notte, il respiro dei solai e il sussurro dei cardini di porte e finestre al mattino, prima di aprire il museo ai visitatori, in quel tempo bislacco in cui il palazzo esiste solo per i suoi residenti; prima che si popoli degli sconosciuti che vengono a farne un set fotografico da condividere, un punto di una mappa, il termine di un viaggio al termine delle ferie.
Quando la vedi da fuori per la prima volta, Casa Leopardi non te l’aspetteresti in questa maniera: un palazzo di 5000 metri quadrati su quattro piani, facciata in stile neoclassico, pianta trapezoidale; una specie di torta di mattoni a vista che taglia a metà un’ipotesi di parco pubblico dall’ego spropositato – il Colle dell’Infinito.
Studenti, comitive, coppie, sposini, amanti in fuitine extraterritoriali, famiglie, seminaristi, suore, ragazzi in interrail, anziani in gita; tutti – prima o poi – passeranno di qui per un’esplorazione dell’immaginario leopardiano.
Di pochi mesi fa è la colorita telefonata di una visitatrice imbestialita perché, pur avendo prenotato ed essendo arrivata in anticipo, era stata chiusa fuori. La poverina sbraitava al telefono mentre prendeva a calci il portone del locale comando di polizia municipale – situato in piazza Giacomo Leopardi, al centro del centro, sotto al loggiato comunale, al centro della piazza ornato dal monumento al Poeta realizzato dallo scultore Panichi – rimasto incompiuto, quale subdola ironia -, convinta che fosse quello il palazzo, nonostante un potente smartphone di ultima generazione.
Siamo le parole che leggiamo, la musica che ci riempie, la serie di fonemi che – prescindendo dalla forma e dai concetti che tenderanno ad esprimere – cantiamo nel divenire di questa realta e delle sue propaggini eventuali.
A occhi aperti e chiusi contemporaneamente, passo di stanza in stanza e apro stipi, porte segrete, scendo scale, supero anditi, circumnavigo armadi a muro, passo ampi saloni, oltrepasso disimpegni, pattino corridoi e pettino tende. Li salvo tutti quei romanzi che sono stati vite, rammentandoli tutti.
Francesco Fabretti, da “Una notte a casa Leopardi”, 2026

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