La cosa che mi impressionò di più, nei primi tempi della mia accettazione nel suo studio, fu la disposizione delle scrivanie. Non, come d’uso, scrivanie disposte ad angolo, o frontalmente. No. Paolo mi dava le spalle, io davo le spalle a lui. Se alzavo gli occhi, vedevo solo libri.
Dapprincipio non sapevo nemmeno come fare a parlargli. Come dovevo rivolgermi a lui? Dovevo voltarmi? Alzarmi in piedi? Aggirare la scrivania e propormi frontalmente? Provai. Lui mi disse: “Antonio, se ha bisogno di me, non occorre che faccia tutte queste manovre. Mi chiami e basta”. Così cominciò quel nostro curioso modo di lavorare, ciascuno chino sul suo tavolo, con brevi scambi di battute senza nemmeno alzare gli occhi, senza voltare la testa. Passato l’imbarazzo, mi accorsi che era molto bello. Io ero l’allievo, e il mio maestro era sempre lì, e nel contempo ero solo. Questa è la situazione pedagogica ideale. Non mi sentii mai sollevato dalle mie responsabilità scientifiche. La presenza del maestro, alle mie spalle, era rassicurante. Tuttavia il maestro mi voltava le spalle, e questo mi inchiodava alle mie responsabilità. A dire il vero all’inizio non avevo nemmeno un’idea vaga di quali fossero, le mie responsabilità. Ero poco più che un ragazzo. Il professore ha fatto di me un uomo, di più: ha fatto di me uno studioso, un cercatore di conoscenza, un disilluso della verità.
Non so che cosa pensiate voi, cari amici ed esimi colleghi, della verità. Io, allora, a ventott’anni, ero smanioso di verità. C’erano tante questioni da risolvere, tante oscurità da delucidare, tante falsità da combattere. Mi sentivo come un cavaliere della Tavola Rotonda, vagante per le foreste della conoscenza alla ricerca del Sacro Graal, continuamente in combattimento con briganti e falsari. Desideravo la verità più di ogni altra cosa.
Un giorno raccontai a Paolo questa mia fantasia. Lui mi disse: “Antonio, lei ha sbagliato secolo. Noi non siamo cavalieri erranti. Siamo cavalieri serventi. Non c’è niente di eroico nel nostro lavoro. La verità è tutto, noi non siamo niente. La verità è la nostra dama, perciò noi possiamo lodarla ed esaltarla, ma non possiamo non dico possederla: nemmeno sfiorarla con lo sguardo. Ogni nostra conoscenza sarà imperfetta. Il desiderio di conoscenza perfetta è desiderio di oscenità. Se lo ricordi”. Me lo ricordo, me lo ricorderò per sempre.
Giulio Mozzi, da “Fiction”, 2001
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In evidenza: Edward Hopper, “Office at Night”, 1940



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