Auschwitz

“Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.”

Elie Wiesel

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“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria.
La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia.”
Primo Levi 
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“C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio.
Non trovo una soluzione al dilemma.
La cerco, ma non la trovo.”
Primo Levi
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Auschwitz
“Così la chiamavano, un tempo.
Ora, è un crogiuolo di cenere.
È una superficie che è crollata
trascinandosi all’inferno le sue vite.
Ora, caduta, la vità là si squaglia
tra sterpi, polvere e ceneri.
Ora chiamano ‘Auschwitz’
delle casse toraciche
e degli abbracci di madri, abbandonati.
Degli sgabuzzini pieni di ragnatele
e degli occhi presto tramontati.
Sì. Così la chiamavano, un tempo.
Ora, è una necropoli
che ha preso le sue parole e se n’è andata.
È partita, lasciandosi dietro
un gemito agghiacciante.
La sera, cala il vento
e suona il suo flauto dentro ai teschi.
Spuntano le stelle, e brillano
nelle orbite vuote degli occhi.
E calano giù in volo i pipistrelli
come remando impauriti nelle tenebre.
La chiamavano ‘Auschwitz’.
Per tre anni così l’hanno chiamata. Ora è un terreno.
Un immenso terreno di pascolo per gli avvoltoi
che gracchiano affamati giorno e notte.
Cianfrusaglie, inutile ciarpame
che si staglia, bianco sull’erba, dalle macerie.
Capelli sciolti si rincorrono nei cespugli,
capelli invecchiati piangendo sui loro cadaveri.
Là si trovano ancora manine scheletrite di bambini,
come margherite a cinque petali, tutte aperte.
E scarpine… una caterva di scarpine scompagnate
di piedini incredibilmente piccoli,
che cercan di trovare l’altra del paio.
Sì. Così la chiamavano, un tempo.
Gli uomini si son dispersi tra i brividi.
Ma, quest’anno, è arrivata la Primavera
e ha depositato là i suoi semi.
Decine di migliaia di papaveri
e di fiori di campo,
han decorato riccamente quella zona
(alle loro radici giacciono scrosci di risa
e fremiti di gioia di bambini…)
Perciò, quest’anno, la Primavera ci sta pensando su.
Per questo, le farfalle
si son dipinte le ali di nero.
Perché laggiù, accanto alle radici
giace, come un’immensa pena,
lo sguardo di un bambino.
‘Auschwitz’. Così la chiamavano, un tempo.
Nient’altro. Ora se n’è andata.
Una notte, ha preso i suoi scheletri
ed è scesa giù, nel Mediterraneo.
È qui, nella nostra penisola, che ora piangono
i suoi terreni, cui non davano più nutrimento umano.
Una notte, è scappata via da sotto gli occhi di guardie indifferenti
che giocavano a cricket bestemmiando in inglese.
Bestemmiavano, e si istruivano
nell’elevata arte di Kramer e di Irma Grese*.
E l’altro ieri hanno preso il diploma
e sono scesi qua coi loro aeroplani
con dietro uno stormo di corvi espatriati
(perché, da tempo, a Auschwitz pioveva sangue…)
Così la chiamavano, un tempo.
Ora, in quel terreno la Lorelei ci pianta le patate,
perché Auschwitz non esiste più. Là, non c’è più.
Auschwitz, l’hanno svegliata come nelle baracche del lager,
una notte tiepida, e l’hanno spedita giù in Grecia.
Auschwitz! Povera Maestà caduta! Ora piangi,
ora, la tua gloria è stata oscurata
dagli alti fuochi che salgono dalla Grecia!
Gyaros, Makronissos, Psyttalia, Ikaria – gloria!
E tu, Reich, come no! Ti abbiamo vinto!**”
(*Josef Kramer fu il direttore del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau dall’8 maggio 1944 al 25 novembre 1944, e poi di quello di Bergen-Belsen dal dicembre 1944 fino al 15 aprile 1945.
Quanto a Irma Grese, si tratta probabilmente della sorvegliante Irma Ilse Grese, soprannominata la “Iena di Auschwitz”. Amante di Kramer, fu impiccata insieme a lui il 13 dicembre 1945.
** Secondo la tradizione, sarebbero le ultime parole pronunciate da Filippide dopo la sua corsa di 42 chilometri per annunciare agli ateniesi la vittoria di Maratona)
Menelaos Loudemis (pseudonimo di Dimitris Valassoglou)
Comunista, impegnato nella Resistenza, segretario generale della Sezione Intellettuali dell’EAM, il “Fronte Ellenico di Liberazione”, Menelaos Loudemis fu arrestato, processato e condannato a morte nel ’46 per “alto tradimento”; la condanna fu però commutata in deportazione prima a Makronissos, e poi a Ai-Strati, dove ebbe come compagni di prigionia Giannis Ritsos e Mikis Theodorakis.
Nel 1967, dopo il colpo di stato dei colonnelli, fuggì in Romania e riuscì a tornare in Grecia solo nel ’76, per poi morire pochi mesi dopo, stroncato da un infarto.
Composta nell’agosto del 1947, quando Menelaos era internato a Makronissos, la poesia “Auschwitz” fu pubblicata l’8 settembre del 1947 sulla rivista “Ρίζος της Δευτέρας”, il quotidiano del Partito Comunista Greco.
Come si può notare, la poesia non si riferisce “stricto sensu” al lager di Auschwitz, ma anche ai campi di concentramento delle isole greche, che Menelaos stava sperimentando in prima persona e nei quali i carcerieri erano gli inglesi, alleati con le forze di destra.
Negli anni ’60 e ’70, con il mutare della situazione storica, Menelaos scrisse una nuova versione di “Auschwitz”, che fu pubblicata dalle riviste “Doriko” e “Nea Grammata” (“Nuove Lettere”), ma soltanto dopo la fine della dittatura. Auschwitz, ormai, non era più soltanto in Polonia e in Grecia: il suo seme mortifero ha infettato anche l’Asia e l’Africa e ora i nuovi torturatori sono gli Americani, certo non meno “efficienti” dei loro predecessori.
La seconda versione di Auschwitz
“Così la chiamavano un tempo. Ed era
una fabbrica per la produzione di cenere
con l’uomo come materia prima.
Ora è un enorme crogiuolo.
Una superficie sprofondata nella terra
trascinandosi all’inferno le sue croci.
Ora, là, la vita si squaglia
trasformata in erba!
Di tutto quanto, non era rimasto nulla
a parte un ricordo errante
appollaiato sulle casse toraciche vuote
e sui crani dei morti, pieni di ragnatele.
Così la chiamavano un tempo. Auschwitz!
Ora è una necropoli sterminata
che ha preso le sue parole, e se n’è andata. Partita,
lasciandosi dietro un gemito agghiacciante.
E, quando cade la sera,
Pan suona il suo flauto
nelle ossa piene di buchi.
E le stelle brillano tristemente
nelle orbite vuote degli occhi.
Soltanto i pipistrelli si svegliano presto
e volano come remando spaventati nelle tenebre.
Così la chiamavano un tempo.
Per tre anni così l’hanno chiamata.
Ora non è più altro
che un terreno allucinante
dove gli avvoltoi gracchiano affamati.
Dove capelli sciolti corrono tra i cespugli
piangendo se stessi.
Dove manine di bambini
biancheggiano come margherite. E scarpine,- incredibili, fantastiche scarpine –
cercano i loro piedi.
Così la chiamavano, un tempo.
Ma gli uomini son stati spinti a dimenticarsene.
Han chiamato la Primavera che arrivasse,
che là depositasse i suoi semi,
che richiamasse i suoi uccelli
e che disseminasse le sue farfalle
e gli scrosci di allegre risa dei bambini.
Però la Primavera
quest’anno è arrivata con tristezza,
e le farfalle si son dipinte le ali di nero.
Perché là, accanto alle radici,
giace, con infinita pena,
lo sguardo di un bambino.
Così la chiamavano, un tempo. Ora se n’è andata.
Una notte, ha preso i suoi scheletri
ed è scappata da sotto gli occhi delle sentinelle
che giocavano a cricket bestemmiando in inglese.
E insieme a loro…
È scappato anche uno stormo di corvi
che si lagnavano d’essere digiuni da anni.
Perché era da tempo, che a Auschwitz pioveva sangue.
Così la chiamavano, un tempo.
Ora, la Lorelei
in quel terreno ci pianta le patate,
perché Auschwitz non esiste più.
Perché, una notte tiepida, Auschwitz l’hanno svegliata,
l’hanno caricata su grossi aeroplani
e l’hanno distribuita in Asia e in Africa
(e un pochino anche in Alabama). È là
che ora, all’aperto, brucian di nuovo i girarrosti
(animali misti, case, donne).
Un arrosto misto d’ogni cosa,
senza la scienza perfezionata dei “Von”.
Perché, ora, comandano i “Mac”
e qualche panzone del vecchio Sud,
che bruciano e massacrano lanciando urletti.
Non sanno nemmeno arrostirti un professore
con un po’ di Beethoven in sottofondo.
E là, ora, è diventato tutto uno schifo,
ammazzare così, solo per ammazzare,
(l’Arte per l’Arte…).
E l’hanno incrementata, povera la mia Auschwitz,
l’hanno incrementata, la gamma dell’ammazzare.
Quantità, quantità, quantità.
Eh sì, povera la mia Auschwitz.
Ecco perché siamo stati vinti.”
Menelaos Loudemis – – Entrambe le traduzioni sono di Riccardo Venturi
*****
Foto di M.M. Grinbert
*****

Lettera alla madre

 

 

“Fili elettrici, alti e doppi,
non ti lasceranno mai più rivedere tua figlia, Mamma.
Non credere alle mie lettere censurate,
ben diversa è la verità; ma non piangere, Mamma.

E se vuoi seguire le tracce di tua figlia
non chiedere a nessuno, non bussare a nessuna porta:
cerca le ceneri nei campi di Auschwitz,
le troverai lì. Ma non piangere — qui c’è già troppa amarezza.

E se vuoi scoprire le tracce di tua figlia
cerca le ceneri nei campi di Birkenau:
saranno lì — Cerca, cerca le ceneri
nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau.

Cerca le ceneri, Mamma — io sarò lì!

Monika Dombke (uccisa a Birkenau nel 1943), “Lettera alla madre”

*****

Il sole sorge sul campo di Auschwitz

 

“Il sole sorge sul campo di Auschwitz,
Splendente di un bagliore roseo
Stiamo tutti in fila, giovani e vecchi,
Mentre nel cielo scompaiono le stelle.

Ogni mattino stiamo qui per l’appello
Ogni giorno, con la pioggia o con il sole
Sui nostri volti sono dipinti
Dolore, disperazione, tormento.

Forse proprio ora, in queste ore grigie,
A casa mia piange un bambino
Forse mia madre sta pensando a me…
La potrò mai rivedere?

In questo momento è bello sognare ad occhi aperti,
Forse proprio ora il mio innamorato mi pensa
Ma — Dio non voglia — se
Andassero a prendere anche lui?

Come su uno schermo argentato
L’azione continua splendida
Poco lontano arriva qualcuno
In una limousine nuova e brillante.

Scendono con lentezza e con grazia,
Le “Aufseherinnen” (1) indossano abiti blu.
Ci trasformiamo immediatamente in pilastri di sale,
Numeri, nullità inanimate.

Ci contano con arroganza sprezzante
Loro — la razza più nobile
Sono i tedeschi, la nuova avanguardia
Che conta la marmaglia a strisce, senza volto.

All’improvviso, come per una scossa elettrica, rabbrividiamo
Al pensiero che simile a un razzo ci balena in testa
Costei deve essere anche una moglie o una madre
Una donna… E anche io sono una donna…

La pellicola sensazionale si svolge lentamente
“Achtung!” Sistemare la fila!
Questo è un momento davvero speciale,
Si avvicina il “Lagerkommandant”.

È possibile che il mondo sia tanto pericoloso?
Un fischio e, in un attimo, il silenzio
Fra di noi pronunciamo una preghiera quieta
Ma c’è qualcuno che ci può sentire?

Il sole è di nuovo alto nel cielo,
Brillanti e rosei sono i suoi raggi.
O Dio caro, Ti chiediamo
Arriveranno giorni migliori?

(1) Sorveglianti

Krystyna Zywulska, “Il sole sorge sul campo di Auschwitz” 

 

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Il violinista di Auschwitz

A Jack-Yaacov Strumsa – superstite di Salonicco

 

“Ogni mattino
anche quando per caso
non c’è stato nessun incubo
quando non mi son destato
in un sudore freddo,
quando non mi sono alzato nello spavento,
nel terrore delle SS.
Proprio ogni mattino.

Il motore ronza sommesso

i luoghi scorrono via veloci
il viale, i semafori
la strada s’inerpica,
su per la collina,
il cancello aperto.
Ogni mattino
Yad Va’Shem ?
il Memoriale dell’Olocausto.

Lo stesso borbottio
le stesse voci
le stesse note
la stessa musica
la marcia
la piccola città in fiamme.
La musica guida la mia auto,
mi trascina come una calamita
come un cavo
come la catena di un argano
a Yad Va’Shem.

La Tenda della Memoria
il Lume Perpetuo
candele
la Sala dei Nomi
foto, occhi,
denti, dentiere d’oro, capelli umani.
Qui stanno le camere a gas,
i forni,
i crematori
e gli ebrei in informi abiti a strisce
che spostano corpi.
Donne nude che cercano invano
di celare la loro vergogna
sul ciglio della fossa comune.
Mancano soltanto
il fetore, il fumo e la musica.

Cosa significano il rumore,
la cadenza dei passi
“Links, sinistra, sinistra…!”
La frusta, gli spari,
“Il lavoro rende liberi”
sull’arco sopra il cancello.
E tutt’intorno
mura, cani, e filo spinato;
elenchi di nomi e di numeri
e c’è una mano ? Yad, mani.
Nella parata, chi viene, chi va
da dove, per dove?

Là io suonavo il violino,
fui selezionato
per l’orchestra
che ogni giorno accompagnava, con la musica,
gli ebrei spinti
nelle camere a gas
sull’orlo dell’abisso ?
al luogo da cui nessuno fa ritorno,
nessuno torna indietro
è soltanto rimosso, cadavere
per gli inceneritori.

Non v’è più bisogno di correre
nessun motivo di terrore
ma quella melodia echeggia ancora nella mia testa.

E così arriverò
qui, oggi ieri
domani,
davanti alla foto dei suonatori:
un’orchestra che guida
la processione infinita di quelli che camminano
nella Valle dell’Ombra della Morte.

Sì, ora sono un nonno
dai capelli bianchi;
rimane ben poco di me
ma i miei tratti somigliano ancora,
un po’, al violinista, a me,
là sulla foto
di Auschwitz.

E può accadere
che un visitatore di Yad Va’Shem mi osservi,
fissi la parete, e resti sorpreso.
Come se vedesse qualcuno
al di là di uno spartiacque ?
un’apparizione che, per lui,
appartiene all’altro mondo;
che, per me, è
quel mondo che fu.

Mattino dopo mattino
giorno dopo giorno
arriverò qui,
con quella musica che mi perseguita,
a quelle immagini sulla parete
a quel fetore nelle narici
che solo io posso avvertire.

Questo è il mio luogo, gli appartengo.
Non sono una “statua vivente”:
son vivo.
Di questo monumento
sono una parte.
Questo Yad Va’Shem ?
Mano e Nome ?
e corpo:
il mio.”

Moshé Liba, “Il violinista di Auschwitz”, da “The Auschwitz Poems”, 1999

 

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Auschwitz 30

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Dopo Auschwitz

“Dopo Auschwitz non c’è teologia:
dai camini del Vaticano si leva fumo bianco,
segno che i cardinali hanno eletto il papa.
Dalle fornaci di Auschwitz si leva fumo nero,
segno che gli dei non hanno ancora deciso di eleggere
il popolo eletto.
Dopo Auschwitz non c’è teologia:
le cifre sugli avambracci dei prigionieri dello sterminio
sono i numeri telefonici di Dio
da cui non c’è risposta
e ora, a uno a uno, non sono più collegati.
Dopo Auschwitz c’è una nuova teologia:
gli ebrei morti nella Shoah
somigliano adesso al loro Dio
che non ha immagine corporea né corpo:
Essi non hanno immagine corporea né corpo.

Yehuda Amichai, “Dopo Auschwitz”

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Non sentite l’odore del fumo? Auschwitz sta figliando
“Le più grandi risorse
erano la speranza e la dignità.
Chi si rassegna, muore prima.
Non so se i giovani hanno appreso.
Se ci si lascia chiudere, terrorizzare
se ci si lascia cristallizzare
si diventa una cosa
gli altri ci diventano cose.
Molti ancora non sanno:
Auschwitz è tra noi. è in noi.
Non so se i giovani sanno
in ogni parte del mondo:
non c’è rivoluzione se si trattano gli uomini come sassi,
ai giovani occorre
l’esperienza creativa di un mondo
nuovo davvero.
Ad Auschwitz ci torno volentieri.
Mi dà la misura dei fatti.”
Danilo Dolci, “Non sentite l’odore del fumo? Auschwitz sta figliando”
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Anch’io ho camminato lungo i binari
Auschwitz, 3 marzo
(A Daniel)
“Anch’io ho camminato lungo i binari
dove fermavano i treni dei deportati
volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore
ad Auschwitz una volta almeno si dovrebbe
andare tutti, rimanere muti muti muti
scegliere un nome a caso fra i sopravvissuti
io ho scelto Rose che allora era bambina
e poi chiedere scusa di essere arrivati troppo tardi
di esser nati troppo tardi
forse di esser nati”
Francesco Tomada, da “L’infanzia vista da qui”, 2005

 

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Cosa c’è nel museo di Auschwitz

“Cosa c’è nel museo di Auschwitz
ci sono scarpe abbastanza da calzarne i piedi
di una intera generazione
occhiali per vedere tutti i panorami d’Europa
valigie per milioni
di possibili ritorni a casa
tutti questi oggetti sono rimasti uguali a prima
il nome sulle etichette il fango secco sulle suole
solo una cosa è andata avanti- non posso proprio chiamarlo vivere –
c’è una stanza intera piena di capelli
sono ingrigiti sul pavimento
aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia non li hanno mai raggiunti.”
Francesco Tomada, “Cosa c’è nel museo di Auschwitz”

 

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