Io non lo so se mi ricordo. O se quello che dico adesso è una cosa che ho immaginato.
Spesso la sera ci penso, quando rimango a scrivere fino a tardi. Fino a che la luce svanisce e devo sforzarmi, socchiudere gli occhi e continuare a leggere nella penombra, riconoscendo le righe e i tasti nella vasca azzurrina di una scrivania immaginaria.
Non accendo la luce, lo faccio apposta. È una piccola superstizione. Come se, accendendola, le idee d’improvviso potessero sparire. Una stupida fissa a cui sono affezionato.
Insomma qualche volta la sera mi capita di pensare a quello che è successo allora e mi sembra che i contorni diventino ogni volta differenti, mutino, secondo una progressione di umori, fino a diventare i contorni di una storia diversa.
Ma il nucleo rimane. Quella paura.
Quella paura, sospesa, mi ha accompagnato tutti questi anni e ha disegnato una parte di me. Penso che il coraggio di allora fosse una cosa che somiglia alla vanità, la vanità più forte della paura. E adesso che la vanità forse si è sciolta, negli anni, assorbita dalla consapevolezza mite del difetto, del dubbio delle cose che vengono e vanno per non tornare più, ecco, adesso quella paura mi appare una cosa precisa. Distinta.
Posso girarci intorno e sentirla tutta, abbracciarla e forse per la prima volta, davvero, affrontarla.
I miei occhi non funzionano benissimo. Vedo le mosche volare. Sempre di più.
Ma continuo a scrivere e a leggere nella penombra liquida del mio studio, tanto che il mio studio somiglia a un’isola illustrata, un luogo stretto stretto, circoscritto nel rettangolo esiguo dello scrittoio. E tutto intorno il paesaggio sfuma fino al buio, il nero delle altre stanze di questa casa senza luce, abbandonate da una vita. Sono montagne e mare e altre città mai viste, ma soprattutto campagne a perdita di fiato, tutte srotolate di campi di grano e papaveri, e prati verdissimi punteggiati di bianco di lilla e di blu.
Vivo nella riposata consapevolezza di un vezzo autodistruttivo. Come se chi scrive, non lo so, dovesse essere fatto di una sostanza differente. Un verbo distante non coniugabile al resto del mondo.
Fuori il resto del mondo non si cura di me. E io di lui.
Ma non so per quanto.
Non ho mai avuto paura del buio, sin da piccolo. Ricordo che nei giochi di infanzia sfoggiavo a ogni occasione questa natura temeraria con sorridente baldanza. Camminavo nei corridoi della casa dei nonni senza accendere la luce, mi muovevo nello studio guidato soltanto dal tatto lungo i profili di noce della libreria, cadenzati appena dalla corrente dei dorsi di copertina, scendevo lungo le scale scivolando il palmo sui corrimano rampanti, seguendo soltanto la memoria del gesto, senza luce, appunto.
Mi chiedo come sarebbe adesso. Toccare la libreria del nonno, muovermi nei corridoi istoriati dai ritratti degli avi con le facce affondate in un buio olfattivo. Come sarebbe adesso. Quella casa non c’è più e non ci sono corrimano rampanti e milioni di libri in ascolto.
Tutto è andato via.
Al posto di quel meraviglioso palazzo c’è un’architettura ostile, invecchiata sul nascere, che sfoggia una tecnologia malata e senza vergogna. C’è un supermercato di una catena cittadina di cui non ricordo il nome con un’insegna bianca e arancio. E sopra, il dispiegarsi uguale di infissi e vetri fumati dallo smog. Dove c’erano tre piani, alti imponenti e luminosi, adesso ce ne sono otto. Tozzi e arroganti.
Ma non è di allora che voglio parlare e che scriverò, anche se quella casa e quelle voci ritorneranno, lo so, in questo racconto. Voglio parlare di un’estate che venne più tardi. Quando ormai le cose della mia famiglia erano definitivamente cambiate e io in qualche modo ero cresciuto. Se si cresce, poi, o si cambia o si diventa grandi, questa è una domanda banale senza risposte.
Sono cresciuto tante volte e altrettante sono rimasto fermo a guardare, avanti e indietro, e a non trovare che uno straccio lacero di ricordi e desideri declinati su un passato meraviglioso, dipinto da un’immaginazione fervida e compassionevole. Oppure proiettati su un futuro di successi ogni giorno più esiguo e illusorio. Oppure no, mi sbaglio, e la vita deve ancora venire e io sono cresciuto tante volte e tante ancora lo farò. Non lo so. Credo. Comunque questa è la storia che mi ricordo. Quella che scrivo adesso alternando ai tasti ergonomici un movimento di testa per lo scrocchio cervicale e un desiderio insoddisfatto di fumo, per cui prendo una sigaretta e me la metto in bocca, sapendo bene che sono troppo vile per accenderla e troppo coraggioso per buttare il pacchetto. E la storia che verrà sarà quella che viene, direttamente da allora, senza la schiuma, tutta quella schiuma di detto e non detto e di scrittura fragile e dimessa.
Giuro che dirò la verità, tutta la verità. Anche se non me la ricordo proprio benissimo e alla fine magari tutti i tasselli non andranno al loro posto e qualcosa rimarrà fuori dal gioco, dimenticato in un cassetto remotissimo e inaccessibile, che non riuscirò ad aprire.
Ma giuro che dirò la verità, tutta la verità.
Anche se me la invento.
Francesco Carofiglio, da “L’estate del cane nero”, 2008
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In evidenza: Foto di Sonia Simbolo




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