PUNTO UNO. IL MANGANELLO
Il fascismo si è imposto col manganello, cioè col bastone. Violenza, bastonate. Gli esperti in questa arte andavano nei paesi dove non erano conosciuti, guidati da uno del posto. Mio padre ce l’ha raccontato quando aveva novant’anni. Chi subisce certe offese se ne sente talmente sminuito oltraggiato e offeso che non riesce a raccontarlo. Ancor più le donne-ragazze, come la cara Francesca Del Rio, Mimma, che nemmeno dopo settanta anni dalla liberazione riesce a raccontare le torture patite a Ciano, da prigioniera dei tedeschi. Nonostante Laila che le dice “non sei tu che ti devi vergognare, sono loro”. Forse per la vergogna o forse per la non conoscenza dell’identità dei manganellatori, di queste violenze risulta poco. Del resto all’epoca anche nello stesso paese le persone si conoscevano in modo strano, poco utile a denunce formali. Nei paesi ci si conosceva con i soprannomi, assolutamente diversi da quanto scritto nei registri. I miei nonni e zii materni erano conosciuti come Capitani, ma all’anagrafe erano Arduini. I Chierici di San Polo erano conosciuti come Cavalieri e i loro lontani parenti soprannominati Gliga mentre nei registri erano anche loro Chierici. Un lontano zio era conosciuto come Gemello ma in realtà si chiamava Fornaciari.
Per quelle bastonate alla schiena il papà di Mimma è morto dopo qualche anno per dirette conseguenze ai polmoni. Sofferenze conosciute, ma mai riconosciute.
ARRESTI.
Per essere arrestati bastava una chiacchiera. Era comparso un volantino sul valore del primo maggio e in tutto il circondario si arrestano tutti quelli che sono sorvegliati come oppositori, cioè non iscritti al fascio. E’ successo a mio padre nel giugno 1932, lo stesso giorno che è nato mio fratello. Mio padre era andato in paese a denunciare la nascita e a indicarne il nome. Appena tornato ha trovato i due fascisti che l’hanno arrestato. Con mamma ancora a letto e la mucca e la terra e io che non avevo ancora cinque anni, mamma che ha dovuto alzarsi e fare tutto, senza nemmeno aver tempo di piangere. E senza prove, papà in galera in camerata con carcerati comuni, dalla fine di giugno alla neve di gennaio, scampata tragedia causa amnistia. Anche senza prove, il destino sarebbe stato condanna al confino, per anni, isole di Ponza o Ischia o Ventotene.
FERMI IN CASERMA.
Ogni volta che veniva nei paesi un gerarca o che c’era un anniversario da celebrare, cosa che di solito comportava cerimonie. sfilate di giovani e ragazze, discorsi e inni, era consuetudine andare a prelevare gli oppositori, cioè quei due o tre non iscritti al fascio e tenerli chiusi in caserma per qualche giorno o qualche notte. A mio padre succedeva, ed altrettanto ad un simpatico personaggio soprannominato Gilera, famoso per le barzellette contro Mussolini e per la sua modernissima motocicletta.
LICENZIAMENTI E LAVORO.
Una volta che su insistenza di mia madre, papà era andato al sindacato fascista a chiedere se ci fosse qualche giornata di lavoro, si è sentito rispondere che se non c’era lavoro “per noi fascisti” figurarsi se poteva esserci lavoro per voi “contrari”- E papà ha aggiunto: “E fortuna che non mi ha fatto bere l’olio di ricino che aveva proprio lì davanti.”
Più doloroso il licenziamento, causa “non è dei nostri”.
Il vicino di casa, ex podestà e presidente del consorzio irriguo, vedendo come mio padre era bravo lavoratore e brava persona, forse impietosito dalla nostra miseria, ha assunto mio padre come dugarolo. Lavoro stagionale, cioè solo estivo perché è solo d’estate che si fa l’irrigazione.
Dugarolo è quello che tiene puliti i fossi e alza le “dughe” cioè le paratie che fanno andare l’acqua a turno nei vari poderi. Quindi è lavoro quasi tutto di notte. Mamma e papà erano contenti, perchè significava un po’ di soldini, un po’ di aiuto. Papà è andato con volontà e fiducia, ma dopo quattro giorni il “cavaliere” viene nel sentiero davanti a casa con aria sgomenta -addolorata -spaventata, con una lettera che gli è arrivata dai caporioni fascisti, dove gli si ordina di licenziare quel Vergalli, con la motivazione precisa, perché è persona non iscritta al fascio.
Al suo posto è poi stato assunto un tizio di una frazione vicina, che era stato tra i primi fanatici del duce.
I SABATI FASCISTI.
Il sabato tutti i giovani erano obbligati ad andare ai ” sabati fascisti”, cioè a presentarsi ad una sede da dove venivano inquadrati e addestrati alle arti militari. Possibilmente dovevano presentarsi in divisa e credo sempre coi calzoni corti, stagione adatta o meno. Ovviamente i fucili da esercitazione erano falsi, a volte modellini di legno. ma la dottrina guerresca era sempre la più feroce e retorica, supremazia nostra e inferiorità delle altre razze. Se qualcuno, causa contrarietà ideale o addirittura motivi di lavoro, non si presentava a questo rito, veniva rintracciato intimidito e controllato. Quindi non si scappava, credo dai quattordici anni in avanti.
Per le donne non ricordo se c’era un obbligo simile. Ricordo che alcuni sabati pomeriggio eravamo a scuola senza grembiule e la maestra ci aveva insegnato il punto a croce.
LE TASSE SCOLASTICHE.
Erano previsti alcuni premi per merito scolastico. Quando finalmente ho potuto frequentare le magistrali regolarmente, ho ottenuto un buon esito, media del sette e mezzo. Era previsto il diritto di esenzione dalle tasse nell’anno successivo. Nella pagella, dove venivano anche registrati i pagamenti trimestrali, risulta scritto, vicino alla cifra versata “per esonero parziale”. Significa che per merito avrei dovuto non pagare nulla, ma mi veniva ridotta la tassa di frequenza solo della metà perché non di famiglia numerosa e non figlia di iscritto al fascio. Insomma, non si era tutti uguali.
FILM, LIBRI, PUBBLICITA’.
Il fascismo ha sfruttato subito e al massimo le opportunità dei nuovi mezzi di informazione. Il cinema, non solo per i film apertamente schierati, ma per i documentari dell’Istituto Luce, proiettati obbligatoriamente prima e dopo i film e anche nelle cerimonie. Senza contare i manifesti, i giornali radio, le cerimonie e i saggi ginnici, tutte occasioni di discorsi, premiazioni, e addirittura obblighi, come quello della donazione dell’oro, cioè obbligo di regalare la fede nuziale alla patria, per poter fare la guerra. Era possibile imporre ogni obbligo, come la consegna di oggetti di rame o di cancellate di ferro. Con la retorica, la censura e il controllo poliziesco si faceva credere ogni fandonia. Con la crudeltà era ancora più tragico il peso del potere. Basta pensare alla fucilazione dei sette fratelli Cervi, sette fratelli tutti insieme senza processo, di nascosto, sette fratelli comunisti e cattolici. E dalle mie parti, anche fucilato alla schiena, un timido coraggiosissimo prete partigiano originario del mio paese, don Pasquino Borghi, nome di battaglia Libertario.
CARITÀ E COLONIE.
Il duce ha fatto anche delle cose buone. Così dicono i nostalgici.
Per esempio, la carità e le colonie.
La carità a scuola negli anni Trenta significava che la maestra controllava con aria schifata ma ugualmente decisa, la pulizia delle orecchie e la presenza di odiosi ospiti tra i capelli di alcuni scolari che di solito stavano negli ultimi banchi. Dopo un po’, cioè dopo qualche giorno di assenza, quei ragazzi comparivano con aspetto nuovo, cioè con le teste rasate e l’aria un po’ più strafottente o un po’ più vergognosa.
Più importante era l’olio di merluzzo. Agli scolari più gracili, il fascismo imponeva l’olio di merluzzo, considerato il toccasana per dare forza e vigore. Erano gli anni Trenta e nel mio ricordo c’ero solo io ad avere questo privilegio! La mia maestra me ne “offriva” un cucchiaio tutti i giorni, e pietosamente alleggeriva quella pena o evitava un esito disastroso, offrendomi una mezza fetta di arancio che comprava di tasca sua. Era una tortura. Insomma, il fascismo non mi voleva così magrolina e pallidina, ma sperava di avermi vigorosa e prolifica donna fascista da schierare nelle cerimonie o da premiare con qualche soldo all’arrivo del settimo figlio da mandare in guerra per la patria.
Più importanti e più impegnative erano le colonie. Credo che anche quelle fossero indicate come a favore dei più poveri, ma non ne sono sicura. Sempre grazie alla mia cara maestra Ester, sono stata accolta in una colonia marina a Riccione, mare Adriatico. Come mi abbia fatto accettare nascondendo la condizione di antifascista di mio padre, cioè di non-iscritto al fascio, è un grandissimo merito al mio giudizio di oggi. Fatto sta che mi rivedo sul treno quando con un grido “il mare, il mare!” ci affollavamo ai finestrini per vedere quella striscia biancastra e immobile che era il mare e a me sembrava soltanto strano e senza colore. Dovevo essere in terza, cioè molto piccola. C’è la foto di gruppo dove io sono la prima in basso a destra e dove anche in bianco e nero si vede che sono pallida più di tutti. Ricordo che il sole mi aveva scottato le spalle e che la signorina, obbligata a mettermi alle ore di cura del sole come tutti, mi copriva le spalle col suo fazzoletto, impietosita dalla mia scottatura. Di quella colonia marina conservo stranamente alcune scene. Intanto lo schifo del latte della colazione mattutina, perché quel latte colorato con un po’ di orzo, aveva le “pelli”, cioè vi si formava quel grasso coagulato che a me faceva tanto schifo. Non so come posso aver rimediato. Probabilmente col rifiuto, cioè digiuno ossia prima colazione con solo il pane. Altro ricordo è di quando all’arrivo si invitarono tutti a consegnare gli eventuali dolci o alimenti portati da casa. Con mia meraviglia alcune ragazze avevano dei pezzi di ciambella. Pensate, ciambelle! Allora io ho pensato che lì non fossimo tutti figli di poveri. Per me chi poteva permettersi di avere ciambelle non poteva essere povero. Nella grande sala dormitorio io ero al primo letto, subito dopo quello della signorina sorvegliante. Ad un controllo serale ricordo che sono state trovare nelle borse o valigie di alcune bambine delle fette di ciambella, probabilmente già andate a male. Mi rivedo rannicchiata e tristissima, ma sapevo di non dovermi lamentare; quindi, non ricordo di avere mai pianto.
Ancora due piccoli ricordi di quella esperienza marittima. A metà soggiorno era consentito ai genitori di venire in visita. Arrivarono, a sorpresa, alcuni genitori. Ricordo la mia meraviglia. Possibile che qualcuno da Reggio potesse venire fino a Riccione? Un simile spreco o lusso, smentiva qualsiasi ipotesi di povertà. Ultimo ricordo. Al ritorno i familiari ci dovevano venire a prendere a Reggio città. Invece di qualcuno di famiglia mi sono vista chiamata da persone quasi sconosciute. Erano venditori ambulanti di stoffe che avevo visto forse in piazza o alla fiera. Sul biroccino pieno di fagotti, accucciata stretta stretta sul sedile, sono stata portata fino a Bibbiano, venti chilometri circa, e precisamente alla frazione Travagliola, alla casa del nonno e degli zii, dove mia cugina Maria, sempre impicciona e pettegola, ha esclamato: “come sei nera”. E non mi ha fatto piacere. Da lì, quasi subito e prima di sera uno degli zii mi ha messo sulla canna della bicicletta e mi ha portato a casa, che era ancora in frazione Ghilga, zona Madonna di San Polo.
Altra meravigliosa benefica realizzazione è stata la colonia elioterapica allestita al lido di San Polo, sul greto dell’Enza. Anche lì vi sono stata ammessa per merito della maestra Bedocchi. Ricordo il bellissimo costume per prendere il sole che ci è stato regalato. So di averlo indossato anche negli anni seguenti, fino a che le misure sono state compatibili. Era un carinissimo pagliaccetto, a quadrettini rosa, coi pantaloni arricciati in elastico, una bella pettorina e le bretelle incrociate sulla schiena. In effetti, fare la cura del sole con quel pagliaccetto non lasciava esposta troppa pelle. Infatti, non ricordo scottature, forse perché anche mia madre mi obbligava a prendere il sole nella spianata oltre l’orto. Ma in quella colonia alla sponda del fiume Enza ricordo con tristezza un’altra avventura, cioè una recita-festa finale alla quale erano invitati genitori e gente. Naturalmente ero coinvolta anch’io. C’era una parte da imparare a memoria e naturalmente era inevitabile che fossi scelta dall’inizio. Tutto normale fino alle ultime prove e alla recita vera. Le altre bambine indossavano tutte dei bellissimi abiti coloratissimi. C’erano tutti i colori, invece io avevo il mio grembiule scolastico, tutto nero, senza nemmeno quel bel colletto bianco. Si celebravano i colori, infatti le altre bambine indossavano abiti di seta e di taffetà a volte belli e coloratissimi, ognuno presentato con la sua cantilenante filastrocca. Alla fine, il colore trionfante era il nero così serio, così mussoliniano, così glorioso. Soltanto allora mi sono resa conto del significato di quella recita. Pur così piccola ho sentito la assurdità e la stranezza di tutti quegli applausi che mi sommergevano. E io immobile, con quella mia faccia triste. Avranno pensato che fossi brava a imparare a memoria, ma che proprio non sapevo recitare. Di certo ero confusa, ma so di essermi rallegrata dell’assenza dei miei genitori. In luglio o agosto in campagna ci sono troppi lavori da fare. Credo che non siano mai venuti a vedere il luogo né ad accompagnarmi. In verità noi bambini andavamo sempre da soli, anche su percorsi sconosciuti, perché sapevamo chiedere oppure sapevamo arrangiarci. Poi quella strana brutta parola “elioterapica”! Non poteva bastare “colonia estiva” o colonia solare? O almeno spiegarci che derivava da “Elio”, cioè Sole?
Teresa Vergalli, partigiana “Annuska”, dal suo blog, 24 marzo 2024
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In evidenza: Vignetta di Mauro Biani




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