Nonostante le voci dell’oblio, è la scrittura che compie il miracolo della complicità tra la parola e il silenzio. Lo sappiamo: scrivere è esercizio manuale e ormai digitale che consente di consegnare parole, messaggi, testi ad un destinatario in grado di comprenderli. La scrittura non assolve però soltanto a compiti di carattere comunicativo, il suo procedere è generatore anche di sensazioni e sentimenti che possono aiutare lo scrivente, che liberamente desideri avvalersene dal punto di vista psicologico e intellettivo. Scrivere è lenire le tensioni interne, sofferenze, disagi; potenzia e riaccende l’attitudine a ricordare, ad avvalersi del pensiero introspettivo. Ci consente di riprovare emozioni dimenticate, mutandole in sentimenti. Si è sempre scritto d’amore e vivendolo senza ambire alla letteratura: come il silenzio, nondimeno la scrittura è una messa in forma si sé, che consente ai sentimenti di prendere la parola senza profferirle. La scrittura rinsalda l’amore, è latrice per gli amanti di definitive o temporanee separazioni, è quanto di più o di meglio la mente umana abbia escogitato per far rivivere ancora quanto si credeva per sempre perduto.
Il silenzio accende il desiderio di scrivere.
“Scrivere
significa trasformare l’impossibilità
di vivere in possibilità di dire.”
(Jean Starobinski)
Scrivere è anche la probabilità che ci è offerta in amore di imparare a tacere di più, di trasformare i suoni in segni decifrabili attraverso la lettura silenziosa. Scrivere è emozione, frenesia, eccitazione, scrivere è sentimento. Quando, attraverso quelle parole che via via appaiono sulla carta, sullo schermo, proviamo l’entusiasmante sensazione di riuscire ad esprimere qualcosa che non pensavamo di saper comunicare in primo luogo alla nostra coscienza, oltre che a qualche lettore tante volte improbabile. Scrivere ci permette di superare l’imbarazzo di non riuscire a trasmettere a voce idee e sensazioni; ci aiuta a conservare almeno qualche impronta dei sentimenti provati in passato, e a scoprirli attraverso il risveglio della sensibilità poetica; ci consente di riflettere più in profondità sui vissuti e gli episodi autobiografici che hanno tracciato le geografie emozionali della nostra storia, di quanto desideravamo allora e di quel che ne resta; ci sostiene nell’inseguire e trovare il senso di quel che abbiamo fatto, ottenuto, perseguito nel corso dell’esistenza. Scrivere acquieta il senso di morte; ci offre l’emozione poi elevabile a sentimento di rinascere, di riconoscerci, di ritrovarci cambiati o fedeli alla nostra storia; ci concede di prendere le distanze narcisistiche dalle intemperanze del nostro io, ci dona la sensazione di poter far intendere agli altri, contemporaneamente, la insostituibilità della parola e del silenzio, il loro ritmico procedere insieme.
Duccio Demetrio (filosofo dell’educazione e fondatore dell’”Accademia del silenzio“), da “Silenzi d’amore”, 2014
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