Le nonne

I nonni di Phyllis Chadwick erano arrivati a Londra dopo la Seconda guerra mondiale con l’ondata di immigrati invitati ad accollarsi i lavori che gli inglesi non volevano più fare. Arrivarono su strade che avevano immaginato lastricate d’oro e trovarono… ma tutto questo è stato ampiamente documentato. Una vita dura in tempi duri, e la giovane coppia aveva due figli; una era la madre di Phyllis, una ragazza vivace e ribelle che rimase incinta a quattordici anni: subì un aborto malfatto che la lasciò, le dissero, sterile, per cui si lanciò in quello che pensava sarebbe stato sesso senza conseguenze, ma restò incinta di nuovo, di Phyllis. Il padre di Phyllis, perché doveva pur averne avuto uno, non si fece mai avanti, e lei tenne il segreto per sé. La giovanissima madre e la bambina si sistemarono dai genitori, che facevano prediche ma poi provvedevano alle loro necessità. Phyllis ricordava una mamma urlante e strepitante, in realtà un po’ disturbata, che spariva per giorni per qualche bagordo, per poi tornare scorbutica e muta dai genitori che la rimproveravano per aver dovuto badare alla bambina. Finì ammazzata in una rissa. Phyllis ne fu sollevata. Venne poi accudita dal nonno, che adesso era lì, proprio dietro quella porta, dalla quale provenivano rumori di televisione e radio a volume alto (spesso le teneva accese tutte e due insieme), e dalla nonna, che era gentile ma severa, a causa del cattivo esempio della madre. “Hai sangue cattivo” si sentiva ripetere ogni giorno della sua vita. Phyllis si impegnava molto a scuola, decisa a non diventare mai un’ubriacona o una vagabonda o una violenta, e aveva l’ambizione di avere un proprio tetto e una propria famiglia. Passò gli esami, ma poi attraversò un periodo di sbandamento, così lo considerarono i nonni, che le dicevano che sarebbe finita come sua madre, perché non rimaneva nello stesso posto di lavoro, ma ne cambiava troppi, uno dopo l’altro, per una sensazione di potenza, di libertà. Era una ragazza imponente e di buon senso, carina quanto basta; lavorò come cassiera, vendette scarpe in un negozio di Oxford Street, servì da mangiare nelle grandi fiere di Earl’s Court, fece la cameriera in un caffè, e se la spassava. I soldi… sì, quella era una cosa fantastica, oro fatato che le arrivava in mano ogni settimana, ma quello che stava guadagnando era la libertà di fare quel che le pareva. Restava in un posto solo quel tanto che le andava bene, e poi veniva il momento più bello di tutti: il colloquio per il lavoro successivo. Piaceva e veniva scelta, a volte tra decine di candidati. Mentre i nonni brontolavano e le pronosticavano un futuro da inconcludente e una vecchiaia infame, lei si sentiva al settimo cielo, padrona di se stessa e del proprio futuro. Ma poi incontrò il suo destino, il padre di Bessie, non però dei ragazzi, e dovette darsi da fare. Cominciò a lavorare nei servizi sociali partendo dalla gavetta, e a tempo debito le fu assegnato un appartamento, quello. Sua nonna, che in realtà era stata più una madre, morì, e lei si ritrovò ad avere la responsabilità del nonno. “È finito sulle mie povere spalle come il vecchio del mare…” diceva. Ma non sentiva solo un dovere di gratitudine; voleva bene al vecchietto, che quando lo vedevi nudo assomigliava a un burattino, magro e dinoccolato sotto la testa grossa e la faccia in cui c’era tutta la sua storia.
“Victoria, ragazza mia” disse Phyllis. “Perché perdi tempo con quel lavoro da quattro soldi, tu che sei una ragazza così intelligente?”
“Cosa vuoi che faccia? Cosa devo fare?”
Quello che Phyllis voleva dire era: “Per l’amor di Dio! Tirati fuori, sfrutta questo tempo, perché prima o poi incontrerai un uomo e allora sarà la fine”. Ma non voleva risvegliare in Victoria il sangue cattivo che di sicuro le scorreva nelle vene, tanto il diavolo se ne sta comunque lì appostato in attesa di intrappolare le donne, mascherato dietro sorrisi e lusinghe.
Si sporse in avanti, prese le giovani mani tra le sue e si gettò alle spalle ogni timore di avere una cattiva influenza. “Si è giovani una volta sola” disse. “Sei carina, anche se l’albero si riconosce dal frutto. Non c’è niente che possa frenarti, ancora.” Victoria notò quell’ancora che era un indizio di come Phyllis Chadwick vedeva la propria vita.
“Ci sono dei lavori che potresti fare, Victoria. Se non ci provi non saprai mai dove puoi arrivare.” E non aggiunse: se sono riuscita io a procurarmi qualche buon lavoretto, che non ero neanche carina, tu cosa potresti ottenere, con il tuo viso e la tua figura? “Non vorrai limitarti a quello che puoi trovare qui intorno, in questo quartiere. Vai solo fino a Oxford Street e a Knightsbridge e poi su a Brent Cross, scegli il meglio che c’è, e poi ti presenti con una gran faccia di bronzo e dici che vuoi un lavoro.”
Andò avanti a parlare di fare la modella, che era la cosa che a lei sarebbe piaciuta di più, ma non aveva il fisico adatto. “Perché no? Sei fatta bene e hai la faccia giusta.” Tutto il meglio di quello che aveva fatto, e di quello che era oltre la sua portata, lo offriva a Victoria. Phyllis Chadwick, discendente di schiavi, il cui nome, Chadwick, era stato quello del loro padrone, sapeva di essere stata all’altezza di lavorare in posti dove ai suoi genitori non sarebbe stato permesso entrare. Per tutto il tempo del suo discorso, sentì un piccolo spasmo di panico: “La sto mandando in mezzo ai pericoli, sto facendo questo? Ma è così piena di buon senso, ha così la testa sulle spalle, non si metterà nei guai”.
Doris Lessing, da “Le nonne”, 2006 – Traduzione di Elena Dal Pra, Francesco Francis, Monica Pareschi

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