Nel Novecento si sono svolte due guerre mondiali con decine e decine di milioni di morti. In soli trent’anni. Molto peggio di quell’altra guerra pure trentennale… L’incidenza della tecnologia sull’attività bellica, dopo secoli di successi, ha avuto la sua gloria massima con lo sganciamento delle due bombe atomiche americane sulla popolazione inerme del Giappone. Nonostante Tokio e altre città fossero state pesantemente bombardate sul modello Dresda (chiedere notizie a Kurt Vonnegut, autore di “Mattatoio n.5”, presente in città), i Giapponesi non cedevano, mostrandosi imparentati con la risolutezza dei kamikaze. Le due atomiche, l’una su Hiroshima l’altra su Nagasaki, possono rappresentare quella che si chiama, in vulcanologia, una faglia, capace di scatenare i terremoti.
Una faglia storica, ben capace di determinare una nuova “deriva dei continenti”. La faglia deve aver inciso anche sulla struttura psicologica di un’umanità che per la prima volta si è resa conto di aver messo in pericolo la sua stessa esistenza. L’orrore e la paura sono stati i sentimenti più avvertiti. Il cinema e la letteratura non hanno fatto che ribadirlo. La stessa guerra fredda che ne è seguita è stata “bollente” proprio per l’ansia e le nevrosi a livello mondiale dovute alla continua e straziante minaccia, tra America e Unione Sovietica, di sganciare per primi la bomba, sapendo che altre sarebbero subito seguite, fino a cancellarci.
Hiroshima è stato dunque un evento millenario, in un certo qual senso il traguardo di una caina evoluzione umana. Quella che ho chiamato metaforicamente “faglia” potrebbe semplicemente chiamarsi “in-umanità”: secondo un concetto introdotto dallo storico Marco Revelli nel saggio “Umano Inumano Postumano”, nel quale l’”in-umano”, secondo il saggista cuneese, si affermerebbe come categoria con l’olocausto.
Assunto ben condivisibile. A tale categoria in cui prevale, anzi trionfa grazie ad una tecnologia sempre più progredita e d’assalto, l’immagine di un’umanità caina, aggiungerei, come prosecuzione, l’evento stesso di Hiroshima e di Nagasaki. L’olocausto (vi includerei anche quello armeno e l’altro tuttora in progress dei Palestinesi o di altri che furono intrapresi nei Balcani e in Africa ) sembra concludere una fase che potremmo definire realistico-terminale dell’umanità. Allo stesso tempo inaugurano una nuova categoria, la “Postumanità”, coincidente con l’era appena iniziata della robotica a integrazione o a sostituzione dell’essere umano, proprio perché nel tempo in cui viviamo la supertecnologia dominante sta molto indebolendo la risposta etica (non è un caso, come ha fatto notare Giuseppe Langella, che proprio le Olimpiadi giapponesi non abbiano rivolto la dovuta attenzione alla ricorrenza di Hiroshima). Temo che quando capiterà una nuova Hiroshima, seguiranno meno doglianze, meno condanne…
Riguardo all’etica vorrei aggiungere una considerazione. Non siamo riusciti, nonostante le buone premesse socio-filosofiche, a svilupparne adeguatamente una laica (l’Università di Torino con Bobbio e altri ne è stata un caposaldo) per cui se non fosse per quella religiosa la specie umana in virtù della tecnologia sarebbe già retrocessa a un primitivismo di ritorno: all’uomo contro l’uomo.
L’America ha molti record, non solo olimpionici: tra gli indubbi meriti, potrà sempre vantare quello d’essere riuscita a Hiroshima e a Nagasaki a fare il maggior numero di morti nella più breve unità di tempo, come ha fatto notare Guido Oldani. A questo primo, si aggiunge un secondo merito: l’aver fatto un numero incalcolabile, ma certamente enorme, di morti “differiti”: quelli cioè che sono morti mesi e anni dopo per le conseguenze del nucleare. E sono questi anche i più sfortunati, perché oltre aver dovuto assistere all’orrore diretto dei funghi atomici, rivivendolo poi in un incubo costante di giorno e di notte, hanno sperimentato su se stessi il terribile disfacimento biologico. E ciò per generazioni intere. Ancor oggi credo nascano feti deformi…È vero che gli Americani con la consueta faccia tosta (quella dei gendarmi del mondo) si sono giustificati asserendo che aver costretto con le due atomiche il Giappone alla resa, invece di continuare nel conflitto, ha permesso che molte vite umane fossero risparmiate da entrambe le parti: dimenticando però volutamente di precisare che i morti delle atomiche, immediati e futuri, erano stati soltanto giapponesi e per lo più donne e bambini e vecchi (i giovani e gli uomini maturi erano in gran parte al fronte).
Riconosco che l’intervento degli Americani contro il nazifascismo è stato provvidenziale, decisivo per la salvezza dell’Europa. Abbiamo tuttavia pagato un alto prezzo di vite umane innocenti negli anni successivi, dovendo subire sul suolo patrio l’attività terroristica, variamente siglata, strategicamente messa a punto dai servizi segreti americani durante tutto il periodo della guerra fredda nonché dopo, oltre la morte di Aldo Moro e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, impedendo di fatto – ancora recentemente con l’uso delle varie P2 (uno degli iscritti è stato presidente del consiglio per vent’anni), massonerie, stragisti di Stato, mafie – un vero sviluppo democratico nel nostro paese.
Come può porsi il Realismo Terminale di fronte a tutte queste gravi asimmetrie dell’umanità, del suo sviluppo socio-politico? Credo sia giusto denunciarle e continuare a indagare le prossime che già si stanno avvistando… Ed è importante soprattutto tradurre la critica in poesia, o nell’arte in genere. Poesia che, scansando l’indignazione troppo dichiarata e la retorica di genere, può avere anche aspetti paradossali. Lo stesso Guido Oldani insegna che il paradosso è uno degli elementi linguistici più penetranti, capace – per quanto la poesia possa – di sovvertire. E di paradossi ve ne offro subito uno.
Il Novecento è stato per definizione il secolo breve, la cui fine, secondo Hobsbawm, coinciderebbe con la caduta del muro di Berlino. Secolo non soltanto breve, brevissimo, direi, perlomeno sotto l’aspetto antropologico, giacché la sua durata sembrerebbe chiudersi prima ancora, con Hiroshima: quando l’umanità si è resa conto di poter cancellare la specie umana e di ragionare dunque contro se stessa.
Beppe Mariano, da “NASCONDERE NAGASAKI. Antologia Realista Terminale” a cura di Beppe Mariano




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