Monologo di Trigorin

Lei ha toccato, come suol dirsi, il mio lato debole, ed ecco io comincio a turbarmi e ad essere alquanto irritato. Del resto, parliamone pure. Parliamo della mia bellissima, luminosa esistenza…
Bene, da dove cominceremo? sono delle idee ossessive: quando uno, ad esempio, pensa sempre di notte e di giorno, alla luna, e anch’io ho una mia simile luna. Giorno e notte mi affligge un solo pensiero molesto: io devo scrivere, io devo scrivere, io devo…
Ho appena finita una novella, che subito, non so perché, devo scriverne un’altra, e poi una terza, e dopo la terza, una quarta… Scrivo senza interruzione… Oh, che vita assurda! Sto qui con lei, mi agito e intanto a ogni istante ricordo che mi aspetta una novella incompiuta.
Vedo una nuvola simile a un pianoforte. Penso: bisognerà accennare in qualche racconto che fluttuava una nuvola simile ad un pianoforte. C’è odore di eliotropio. Mi imprimo nella memoria: aroma dolciastro, color vedovile, accennarvi nella descrizione di una sera d’estate. Colgo ogni parola, ogni frase, che io e lei pronunciamo e mi affretto a rinchiuderle tutte nel mio deposito letterario: potranno servirmi!
Quando finisco un lavoro, corro a teatro o a pescare, potrei riposarmi, dimenticare, e invece nella mia testa già rotola una pesante palla di ghisa, un nuovo soggetto, e già mi attira il mio tavolino, e bisogna affrettarsi daccapo a scrivere e scrivere. E così sempre, sempre, e non ho pace da me stesso, e sento che sto consumando la mia esistenza, e che, per dare del miele a qualcuno nello spazio, io rubo il polline ai miei fiori migliori, li strappo e ne calpesto le radici.
Non sono pazzo? I parenti e gli amici mi trattano forse come uno sano? «Che sta scrivendo? Che ci prepara di bello?». Sempre lo stesso, lo stesso, e mi pare che le premure dei conoscenti, le lodi, l’ammirazione: tutto questo sia inganno, che mi ingannino come un malato, e temo talvolta che qualcuno si appressi quatto quatto alle mie spalle, per afferrarmi e portarmi, come Poprišč, al manicomio.
Anton Cechov, da “Il gabbiano”, II Atto, 1895
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Nella foto: Anton Cechov legge “Il Gabbiano” agli attori che lo metteranno in scena con la regia di Stanislavakij

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