“Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente: e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.
Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”
Dante, “Divina Commedia”, “Paradiso”, Canto XVII, vv. 55-60
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Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe
“Ma chi vi tolse la sabbia dalle scarpe,
quando doveste alzarvi per morire?
La sabbia che Israele ha riportato,
la sabbia del suo esilio?
Sabbia rovente del Sinai,
mischiata a gole di usignoli,
mischiata ad ali di farfalla,
mischiata alla polvere inquieta dei serpenti,
mischiata a grani di salomonica sapienza,
mischiata all’amaro segreto dell’assenzio.
O dita,
che toglieste ai morti la sabbia dalle scarpe,
domani già sarete polvere
nelle scarpe di quelli che verranno!”
Nelly Sachs, da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, 1966 – Traduzione di Ida Porena
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Addii
“Oh addii a una terra e ad altra terra,
a ogni bocca e a ogni tristezza,
alla luna insolente, alle settimane
che arrotolarono i giorni e scomparvero,
addio a questa e a quella voce tinta
d’amaranto, e addio
al letto e al piatto abituale,
al luogo vesperale degli addii,
alla sedia sposata con lo stesso crepuscolo,
alla strada che han fatto le mie scarpe
Mi diffusi, non c’è dubbio,
mi cambiai d’esistenza,
cambia di pelle, di lampada, di odi,
dovetti farlo
non per legge né capriccio,
ma per vincolo,
mi incatenò ogni nuova strada,
trovai gusto nella terra in tutta la terra.
E subito dissi addio, da poco arrivato,
con la tenerezza ancora da poco partita
come se il pane si aprisse e d’improvviso
fuggisse tutto il mondo dalla tavola.
Così andai via da tutte le lingue,
ripetei gli addii come una porta vecchia,
cambiai di cinema, di ragione, di tomba,
andai da tutte le parti e da un’altra parte,
continuai a essere e continuando
mezzo smantellato nell’allegria,
nuziale nella tristezza,
senza sapere mai come né quando
pronto per tornare, ma non si ritorna.
Si sa che quello che ritorna non andò via,
e così la vita andava a retrocedeva
cambiandomi di vestito e di pianeta,
abituandomi alla compagnia,
alla grande folla dell’esilio,
alla grande solitudine delle campane.
Pablo Neruda, da “Plenos Poderes”, 1962
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Bruno Catalano, “Blue de Chine”
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Tristissimo secolo
“Il secolo degli esiliati,
il libro degli esiliati,
il secolo grigio, il libro nero.
E’ ciò che devo lasciare
scritto e aperto nel libro,
dissotterrandolo dal secolo
e dissanguandolo nel libro.
Perché io vissi la fratta
dei perduti nella selva:
nella selva dei castighi.
Ho contato le mani tagliate
e le montagne di cenere,
i singhiozzi separati,
gli occhiali senza occhi
e i capelli senza testa.
Poi ho cercato per il mondo
quelli che han perso la patria,
portando dove le portai
le loro bandierine sconfitte,
le loro stelle di Giacobbe,
le povere fotografie.
Ho conosciuto anch’io l’esilio.
Ma, essendo nato camminante,
sono tornato a mani vuote
a questo mare che mi riconosce;
sono altri, però, gli ancora,
gli ancora tormentati,
quelli che ancora lasciano indietro
i loro amori e i loro errori,
pensando che forse, forse,
e sapendo che mai, mai:
così mi toccò singhiozzare
questo singhiozzo polveroso,
di quelli che persero la terra,
e celebrare coi miei fratelli
(quelli che rimasero là)
le costruzioni vittoriose,
i raccolti di pani nuovi.”
Pablo Neruda “Tristissimo secolo”, da “Fine del mondo”, 2000
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Ma io sono l’esule
“Ma io sono l’esule.
Sigillami con i tuoi occhi.
Prendimi ovunque tu sia.
Prendimi ovunque tu sia.
Restituiscimi il colore del viso
E il calore del corpo
La luce del cuore e dell’occhio.
Il sale del pane e il ritmo,
Il sapore della terra… la Patria.
Fammi scudo coni tuoi occhi.
Prendimi come una reliquia dalla tenuta del rimpianto.
Prendimi come un verso dalla mia tragedia;
Prendimi con un giocattolo, un mattone dalla casa
Così che i nostri figli ricordino di tornare.”
Mahmoud Darwish (Palestina)
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La farandola dei fanciulli sul greto
“La farandola dei fanciulli sul greto
era la vita che scoppia dall’arsura.
Cresceva tra rare canne e uno sterpeto
il cespo umano nell’aria pura.
il passante sentiva come un supplizio
il suo distacco dalle antiche radici.
Nell’età d’oro florida sulle sponde felici
anche un nome, una veste, erano un vizio”
Eugenio Montale, “La farandola dei fanciulli sul greto”, da “Ossi di seppia”, 1925
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Installazione di Nil Yalter

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Vento a Tindari
“Tìndari, mite ti so
fra larghi colli pensile sull’acque
delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.
Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima
A te ignota è la terra
ove ogni giorno affondo
e segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.
Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.
Tìndari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato”
Salvatore Quasimodo, “Vento a Tindari”, da “Acque e Terre”, 1930
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Patrick Giardino

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Partire è un po’ morire
“Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama
poiché lasciamo un po’ di noi stessi
in ogni luogo ad ogni istante.
E’ un dolore sottile e definitivo
come l’ultimo verso di un poema…
Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama.
Si parte come per gioco
prima del viaggio estremo
e in ogni addio seminiamo
un po’ della nostra anima.
Edmond Haraucourt, “La canzone dell’addio”, da “Seul”, 1890
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Murales di Miguel Ángel Belinchón Bujes, in arte Belin

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Amore ho attraversato la frontiera
“Amore ho attraversato la frontiera
Non so quando tornerò.
Forse in estate,
quando la nonna luna e il padre sole
si saluteranno di nuovo,
durante una luminosa alba,
mentre tutte le stelle festeggiano.
Annunceranno le prime piogge,
germoglieranno le zucche che ha seminato Víctor
quel pomeriggio in cui è stato massacrato dai militari,
fioriranno i peschi e fioriranno i nostri campi.
Semineremo tanto mais.
Mais per tutti i figli della nostra terra.
Torneranno gli sciami di api che sono fuggite
per i tanti massacri e il terrore.
Le mani callose creeranno di nuovo i vasi,
e ancora vasi per raccogliere il miele.
Ho attraversato la frontiera intrisa di tristezza.
Provo immenso dolore per quest’alba
piovosa e oscura, che va oltre la mia esistenza
Piangono i procioni, piangono le scimmie urlatrici,
i coyote e i sensontles totalmente silenziosi,
le lumache e gli jutes desiderano parlare.
La madre terra è in lutto, impregnata di sangue.
Piange notte e giorno per la tristezza.
Le mancherà la ninna nanna delle zappe,
la ninna nanna dei machete,
la ninna nanna delle macine.
Ad ogni alba sarà ansiosa di ascoltare
le risate e i canti dei suoi gloriosi figli.
Ho attraversato la frontiera carica di dignità.
Porto un sacco pieno di tante cose di questa terra piovosa
porto le antiche memorie di Patrocinio,
i sandali che sono nati con me, l’odore della
primavera, l’odore del muschio, le carezze dei campi
e i calli gloriosi dell’infanzia”
Rigoberta Menchú Tum (Guatemala), da “Tutto taglia – Antologia di poetesse maya contemporanee”, Traduzione di Aida Toledo Arévalo
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Un po’ di sabbia nel vento
“Ho lasciato una terra, che non era la mia,
per un’altra che più non è
mi sono rifugiato in un vocabolo d’inchiostro,
avendo il libro per spazio,
parola di nessun luogo, quella oscura del deserto
non mi sono coperto la notte
non mi sono coperto dal sole.
Ho marciato nudo
Da dove venivo non aveva senso
Dove andavo non inquietava nessuno
Dal vento vi dico, dal vento
E un po’ di sabbia nel vento”
Edmond Jabès, “Un po’ di sabbia nel vento”
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In evidenza: Josef Rolletschek, “Gli esuli”, 1899




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