Professione: serial killer

“Ognuno di noi è un potenziale assassino – in ognuno di noi sorge di tanto in tanto il desiderio di uccidere – sebbene non la volontà di uccidere.”
Agatha Christie, da “Sipario”, 1975
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“Per fare bene quello che faccio, c’è bisogno di una particolare impostazione mentale. Io ho dei mandati, degli obbiettivi prescelti. Certi lavori devono sembrare incidenti. Altri devono far ricadere il sospetto su qualcuno in particolare. Altri ancora devono mandare un messaggio chiaro. La cosa più facile è premere il grilletto. I lavori perfetti sono quelli in cui nessuno si accorge di te.”
Arthur Bishop (Jason Statham), da “Professione assassino”, 2011
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“Non c’è assassino o carnefice, suppongo, che non si turbi sino alle lacrime e non parteggi per la vittima, assistendo a una telenovela.”
Gesualdo Bufalino, da “Il malpensante”, 1987
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“La prego, stia fermo – ammonì l’assassino – altrimenti non basterà un colpo solo, lei finirà per soffrire di più e di me si dirà che non so fare il mio mestiere!”
Francesco Burdin, da “Un milione di giorni”, 2001
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“Nel primo anno di scuola i bambini vengono informati su due fratricidi, che si sono in tempi lontani conclusi con il trionfo degli assassini. Dal secondo fratricidio ebbe origine l’impero romano; dal primo il genere umano.”
Francesco Burdin, da “Un milione di giorni”, 2001
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Edvard Munch, “L’omicidio”, 1906
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“Come l’esperienza ci insegna, non esiste un essere più odioso del nostro vicino. Il fatto di saperlo così prossimo nello spazio ci toglie il fiato, rende parimenti impraticabili i nostri giorni e le nostre notti. Un’ora dopo l’altra, abbiamo un bel meditare la sua rovina: è lì, atrocemente presente. Sopprimerlo, questo è l’invito di ogni nostro pensiero; quando alfine ci decidiamo, un soprassalto di vigliaccheria ci agguanta, giusto prima d’agire. Siamo, così, i potenziali assassini di chi vive nei nostri paraggi; e per non poterlo essere di fatto ci si rode, e si inacidisce, velleitari e falliti del sangue.”
Emil Cioran, da “Il funesto demiurgo”, 1969
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“Il raptus non esiste. È fanta-psicologia ipotizzare una vita che scorre normalmente e normalmente continua a trascorrere dopo l’eccesso. I raptus sono comode invenzioni per tranquillizzare ciascuno di noi e tacitare il timore di essere anche noi dei potenziali omicidi.”
Umberto Galimberti, da “I miti del nostro tempo”, 2009
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“Al momento del confronto il cadavere non ha saputo riconoscere il proprio assassino.”
Stanisław Jerzy Lec, da “Pensieri spettinati”, 1957
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“Nel caso ormai sempre piú frequente in cui un delitto familiare balza “agli onori della cronaca”, capita spesso che i vicini di casa, prontamente – e ritualmente – intervistati dai giornalisti, dichiarino in tutta sincerità che l’assassino era una persona “normalissima”, assolutamente per bene, grande lavoratrice, “tutta casa e chiesa”. È lecito concluderne, pertanto, che bisogna rimanere in costante allerta nel caso in cui si abbia la sventura di convivere con persone “normali” e in apparenza innocue, e tranquillizzarsi soltanto quando si vive accanto a folli conclamati o a noti pregiudicati.”
Giovanni Soriano, da “Malomondo”, 2013
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“Mi sono occupato di moltissimi delitti, ma ancora non ne ho mai incontrato uno che sia stato compiuto da una creatura alata. Fino a quando un criminale si muoverà sulle sue gambe, dovrà necessariamente esserci qualche avvallamento, qualche alterazione, qualche spostamento sia pur minimo che un ricercatore scientifico dovrà scoprire.”
Arthur Conan Doyle, da “Il ritorno di Sherlock Holmes”, 1905
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“Dire che un delitto è opera di una società, il risultato matematico di taluni «fattori ambientali», è una di quelle offese che il nostro tempo rivolge continuamente alla libertà individuale e alla libertà in genere.”
Vitaliano Brancati, da un articolo pubblicato su su L’Europeo, 1952
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“L’uomo che è in noi cresce più lentamente dell’omicida.”
Samuli Paronen (Finlandia), dall’omonima raccolta di aforismi del 2974 – Traduzione dii Laura Casati
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Häri Ren Art

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“Già da molto tempo, ormai, si era posto una domanda: perché quasi tutti i delitti vengono a galla e si scoprono così facilmente, e perché quasi tutti i criminali lasciano dietro di sé tracce così visibili? Le conclusioni alle quali, a poco a poco, era giunto erano molteplici e bizzarre. Secondo lui, la ragione principale non consisteva tanto nella impossibilità materiale di celare il delitto, quanto nello stesso delinquente, il quale – e questo valeva quasi per tutti – al momento del crimine subisce una specie di indebolimento della volontà e dell’intelletto che vengono invasi da una puerile e fantastica leggerezza; e questo proprio nel momento in cui assennatezza e prudenza sono più che mai necessarie. Era convinto che questo ottenebramento della ragione e questa paralisi della volontà s’impadroniscono dell’uomo come una malattia, si sviluppano gradualmente e raggiungono il loro acme poco prima che venga commesso il delitto; persistono nel tempo necessario al suo compimento e anche un po’ di più, a seconda degli individui, dopo di che passano, come passa qualsiasi altra malattia. Quanto alla domanda: è la malattia a causare il delitto, oppure è il delitto che, per sua particolare natura, è sempre accompagnato da quella specie di malattia? – non si sentiva ancora in grado di rispondervi.”
Fëdor Dostoevskij, da “Delitto e castigo”, 1866
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«Non vi sono così grandi delitti che non mi sia sentito in certi giorni capace di commettere», dice Goethe. Le più grandi intelligenze sono anche le più capaci di grandi delitti, che in genere non commettono, per saggezza, per amore, e perché vi si limiterebbero.
André Gide, da “Diario”, 1887-1950
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“The Camden Town Murder”  di Walter Richard Sickert, il pittore sospettato di essere Jack lo Squartatore

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“Non tutti i delitti hanno riflessi sociali. […] Ma ci sono delitti, invece, in cui tutto è sociale, dall’arma usata all’ambiente fisico, dai caratteri dei protagonisti al loro modo di vita, tutto, perfino il dolore, perfino il peccato, perfino la riparazione, perfino il pentimento.”
Alberto Moravia, da un articolo comparso su L’Europeo, 1952
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“Il delitto ci appartiene; ma c’è chi appartiene al delitto.”
Leonardo Sciascia, da “Il cavaliere e la morte”, 1988
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Jacques-Louis David, “La morte di Marat”,  1793 
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Immagine in evidenza: René Magritte, “Le fantasticherie del viaggiatore solitario”, 1926

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