“Brucia all’inferno
questa parte di me che non si trova bene in nessun posto”
Charles Bukowski, dalla poesia ““Displaced”, in “Cena a sbafo”
*****
Displaced
“Brucia all’inferno
questa parte di me che non si trova bene in nessun posto
mentre le altre persone trovano cose
da fare
nel tempo che hanno
posti dove andare
insieme
cose da
dirsi.
Io sto
bruciando all’inferno
da qualche parte nel nord del Messico.
Qui i fiori non crescono.
Non sono come
gli altri
gli altri sono come
gli altri.
Si assomigliano tutti:
si riuniscono
si ritrovano
si accalcano
sono
allegri e soddisfatti
e io sto
bruciando all’inferno.
Il mio cuore ha mille anni.
Non sono come
gli altri.
Morirei nei loro prati da picnic
soffocato dalle loro bandiere
indebolito dalle loro canzoni
non amato dai loro soldati
trafitto dal loro umorismo
assassinato dalle loro preoccupazioni.
Non sono come
gli altri.
Io sto
bruciando all’inferno.
L’inferno di
me stesso”
Charles Bukowski, da “Cena a sbafo”
“Come potrò dire
a mia madre
che ho paura?
La vita,
il domani,
il dopodomani
e le altre albe
mi troveranno a tremare
mentre
nel mio cervello
l’ottovolante della critica
ha rotto i freni
e il personale è ubriaco.
Ho paura,
tanta paura,
e non c’è nascondiglio possibile
o rifugio sicuro.
Ho licenziato
Iddio
e buttato via una donna.
La mia patria
è come la mia intelligenza:
esiste, ma non la conosco.
Ho voluto il vuoto.
Ho fatto il vuoto.
Sono solo
e ho freddo
e gli altri nudi
ridono fortementre io striscio
verso un fuoco che non mi scalda.
Guardo avvilito
questo deserto
di grattacieli
e attonito
vedo sfilare
milioni di esseri di vetro.
Come potrò
dire a mia madre
che ho paura?
La vita,
il suo motivo,
e il cielo
e la terra
io non posso raggiungerli
e toccare…
Sono sospeso a un filo
che non esiste
e vivo la mia morte
come un anticipo terribile.
Mi è stato concesso
di non portare addosso
vermi
o lezzi o rosari.
Ho barattato
con una maledizione
vecchia ma in buono stato.
Fu un errore.
Non desto nemmeno
più la pietà
di una vergine e non posso
godere il dolore
di chi mi amava.
Se urlo chi sono,
dalla mia gola
escono deformati e trasformati
i suoni che vengono sentiti
come comuni discorsi.
Se scrivo il mio terrore,
chi lo legge teme di rivelarsi e fugge
per ritornare dopo aver comprato
del coraggio.
Solo quando
scadrà l’affitto
di questo corpo idiota
avrò un premio.
Sarò citato
di monito a coloro
che credono sia divertente
giocare a palla
col proprio cervello
riuscendo a lanciarlo
oltre la riga
che qualcuno ha tracciato
ai bordi dell’infinito.
Come potrò dire a mia madre
che ho paura?
Insegnami,
tu che mi ascolti,
un alfabeto diverso
da quello della mia vigliaccheria.
Riccardo Mannerini, “Eroina”
Da “Eroina”, Fabrizio De André trasse “Il cantico dei drogati”, incluso nel concept album “Tutti morimmo a stento”, 1968.
“Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave dei Costa una caldaia gli era esplosa in faccia.
E’ morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il “Cantico dei Drogati”, che per me, che ero totalmente dipendente dall’alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. E’ una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all’alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima.”
(Fabrizio de André, da “Come un’anomalia”)
*****
Gaetano Previati, “le fumatrici di hashish”
*****
Mio fratello alle 3 di notte
Era seduto a gambe incrociate e piangeva sugli scalini
quando mamma girò la chiave e aprì la porta d’ingresso.
Oh Dio, disse lui. Oh Dio.
Vuole uccidermi, mamma.
Quando mamma girò la chiave e aprì la porta
alle 3 stava in camicia da notte, papà dormiva.
Vuole uccidermi, le disse,
guardandosi dietro le spalle.
Le 3, lei in camicia da notte, papà che dormiva,
Che c’è? Chiese. Chi ti vuole uccidere?
Lui si guardò dietro le spalle.
Il diavolo. Guardalo, laggiù.
Lei chiese, Di che ti sei fatto? Chi ti vuole uccidere?
Il cielo non era nero né azzurro ma del verde di una notte morente.
Il diavolo, guardalo, laggiù.
Indicò la casa all’angolo.
Il cielo non era nero né azzurro ma del verde morente della notte.
Le stelle avevano chiuso gli occhi o rinfoderato i coltelli,
Mio fratello indicò la casa all’angolo.
Le labbra tremanti e piagate.
Le stelle avevano chiuso gli occhi, rinfoderato i coltelli.
Oh Dio vedo la coda, disse. Oh Dio, guarda.
Mamma trasalì vedendo le piaghe.
Sbuca da dietro la casa.
Oh Dio, la vedi la coda, disse. Guarda quella stramaledetta coda.
Era seduto a gambe incrociate e piangeva sugli scalini.
Mamma alla fine la vide, una visione infernale, mio fratello.
Oh Dio, oh Dio, disse.”
Natalie Diaz, “My Brother at 3 A.M.”, da” When My Brother Was an Aztec”, 2012 – Traduzione a cura del Laboratorio di poesia Monteverdelegge
*****
Fotografia in evidenza: Credits Zodebala
Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.