La tecnica delle apparenze ha prevalso sulla nostra naturalità. Abbiamo creato una società in cui sono i luccichii delle cose a contare: automobili, orpelli inutili di vario tipo, un “bosco di metallo”, fatto di luci artificiali. Per fare un esempio, se un giovane non ha un’auto di un certo tipo, si vergogna. Abbiamo costruito un’umanità fondata sul paragonarsi l’uno con l’altro. Se ho una maglietta di cotone che costa 4 euro al mercato del paese, quando invece il mio amico ne ha una assolutamente identica, ma con la firma di uno stilista, per cui ne costa 400, mi sento defraudato: “Lui ce l’ha e io no”.
La vita dovrebbe essere come scolpire, cioè togliere il superfluo, per cui io mangio quando mi va, e non quando me lo dice l’orologio. Questa è la naturalità.Certo, non tutti possono vivere in un bosco, soprattutto se abitano in grandi città. Però sapere che i boschi ci sono dovrebbe rendere la vita più gradevole. Io non ho mai visto la Pietà di Michelangelo o la Cappella Sistina, però sapere che ci sono mi rende migliore, mi dà una speranza. E lo stesso vale per i boschi e per la natura in genere. […]
Forse la fase decisiva di questo distacco è stata negli anni ’60, con il boom economico. Abbiamo visto nella natura quasi un ostacolo rispetto a quello che ci proponeva la tecnologia che cominciava ad avanzare. E ci siamo lasciati ‘abbindolare’, anche se in buona fede. Io non sono contro la tecnologia per partito preso. Solo che l’evoluzione tecnologica dovrebbe andare di pari passo con l’attenzione per la natura che ci accompagna, la ‘gran madre’. Ad esempio, anche il fatto di avere una pianta in casa, da considerare come amica, è il segno di una presenza e di un’attenzione per la natura. Anche i bambini malati, in ospedale, non hanno solo bisogno di farmaci, camici bianchi e visite di parenti, ma anche un cagnolino allegro può aiutarli enormemente a guarire. Dovremmo tornare alla natura. Secondo me il Padre Eterno ci ha mandato un po’ di crisi economica per farci recuperare questa dimensione, o ci saremmo persi del tutto. Dobbiamo tornare alla terra, a usare le mani, a sporcarcele con il lavoro manuale, che stiamo smarrendo. Se finisce il petrolio, non siamo più capaci di fare nulla. In montagna oggi c’è un apparecchio elettrico che fa la polenta, c’è il grattaformaggio, il pelapatate, lo sbattiuova. È tutto automatico. La tecnologia è una specie di ‘mostro’ che impedisce all’uomo di muoversi, lo vuole sottomettere. È un mostro di assemblaggio di metalli che ci fa camminare sempre meno. Gli arti ci si stanno atrofizzando. Quando è possibile, cerchiamo di andare a piedi, altrimenti pagheremo tutti questa rinuncia. Stiamo quasi superando gli americani, come obesità. Abbiamo perso la fede, c’è un nichilismo imperante. “Tutto va male”, pensiamo, dunque pensiamo solo a godercela. Ma così consumiamo la vita. […]
L’uomo tende a stancarsi delle cose, per cui cerca sempre la ‘novità’. Se lei percorre sempre la stessa strada, alla fine tenderà a non notare più i particolari. Sta a noi vedere le cose. L’uomo invece si stufa, come a volte fa della casa, della moglie, della famiglia. In natura, novità non ce ne sono. Le sue cose sono fondamentalmente sempre uguali. Invece vogliamo sempre andare a cercare cose ‘nuove’. Anche in campo artistico, ci sono persone che decidono che cosa è ‘bello’e che cosa non lo è. Ci sono opere di arte contemporanea che sono ‘belle’ per convenzione, ma che di bello non hanno nulla. E noi siamo ingabbiati in queste convenzioni di giudizio. I recensori di opere d’arte e di programmi televisivi hanno un grandissimo potere in mano. Io invece sono per la naturalità: per me la bellezza sta nella natura, ed è di per sé evidente, e prescinde dalle convenzioni. Purtroppo anche Van Gogh, che ha fatto opere splendide e oggi senza prezzo, è stato vittima di questo meccanismo delle convenzioni: non ha venduto neanche un quadro, perché chi aveva il potere di ‘giudicare’ e ‘decidere’ non credeva che i suoi quadri fossero ‘belli’ e degni di attenzione. La svolta, in questa realtà, sta nel ridimensionare i soldi. Dovremmo solo usare quelli che ci servono davvero, per mangiare e per le cose essenziali. L’uomo diventerà ‘ecologico’ solo quando avrà fame. Allora conserverà anche la buccia della patata, il pezzo di spago e così via. Se ci fosse la fame, quella vera, non si troverebbe neanche più l’immondizia in giro. […]
Tutto quello che ho scritto, tra le righe contiene questo. C’è la nostalgia di quelle cose perdute. Tante civiltà sono state annientate da conquistatori vari, ma nel giro di anni. Noi siamo stati spazzati via in nemmeno un minuto. Usi, costumi, tradizioni, la fratellanza che ci univa. Il giorno dopo ci siamo trovati sparsi qua e là senza più un nucleo, senza la nostra vita, che era composta da ritmi, abitudini, lavoro nei campi e nei boschi… E in 46 anni nulla più di questo ci è stato ridato. Ci è stato costruito un paese che non è nemmeno l’ombra di quello di prima, dove la cucina era il fulcro, dove si decidevano matrimoni, compere, vendite, affari. Ci siamo ritrovati in case enormi, che non sentivamo nostre, e dove le nostre vecchiette sembravano un puntino nero sulla neve. Le nostre vecchie case erano di legno e pietra, che è lo sposalizio che Dio ha inventato perché l’uomo stia caldo. Tutto questo non ce l’abbiamo più. Io allora tra le righe ho cercato di rievocare come eravamo, come avessimo un timor di Dio, e delle abitudini profondamente nostre. Però non si può vivere di nostalgia. Questo è soprattutto un problema di chi, come me, ha 60 anni, e ha visto il “mondo di prima”. Quelli che oggi hanno 46 anni non sanno come fosse, perciò soffrono meno. Noi, invece, moriremo col dolore di questa perdita, che non è solo la perdita di coloro che sono morti, ma di un mondo, di una cultura, di un modo di vivere l’uno accanto all’altro. Le case si tenevano per mano come i grani di un rosario, quindi eri obbligato ad andare d’accordo: se davi una scodella di zucchero a un vicino che ne aveva bisogno, poi quello ti mandava una ricotta, in cambio. Noi, dopo, non abbiamo più goduto nulla di tutto questo. Il Vajont non è altro che l’arroganza dell’uomo che si perpetua, cercando di modificare la naturalità. Un torrente è una cosa naturale, bellissima. Era un paradiso terrestre, la valla del Vajont, isolata dal mondo. Quando tu interrompi l’andare naturale di una cosa, da qualche parte deve esplodere. Non c’è niente di più tranquillo e innocuo di un torrente, o di un albero in piedi, ma se tu lo fermi o lo seghi, non sai cosa può succedere. Anche la donna che prende la pillola (che è suo diritto, per carità, non voglio fare il moralista), interrompe qualcosa di naturale, e quindi altera gli equilibri del suo organismo, e può andare incontro a conseguenze. Se interrompi un ciclo naturale, è sempre così. È quello che è successo con il Vajont: hanno voluto imbrigliare qui e lì, e si sono visti i risultati. Dobbiamo pensare anche alle generazioni che verranno dopo. Il problema è che oggi il mondo, mi scusi la parola, è quasi fottuto. Saremmo ancora in tempo, ma bisogna cambiare drasticamente, da oggi a domani mattina. […]
Adesso i cambiamenti sono due: quello interiore dell’adulto, legato anche alla paura di come le cose si stanno mettendo, e poi quello che andrebbe messo in atto coi bambini che nascono. Dobbiamo trasmettere loro questi valori sani. Se nell’età più delicata, dai 3 ai 6 anni, continuiamo a parlar loro di tolleranza, di fede, di generosità, di perdono, allora il bambino crescerà con questi valori dentro. Quando il bambino invece sente continuamente il padre che dice: “Mi hanno fatto uno sgarro sul lavoro; gliela farò pagare”, e cose del genere, viene su con questi sentimenti negativi. Così si tramandano l’odio e l’imbecillità di padre in figlio. Dobbiamo rompere questa catena, e “ammaestrare” (verbo terribile, lo so, ma lo uso per rendere l’idea) i bambini a credere nei buoni valori, e a vivere secondo essi. Se in una famiglia hanno il mito di Stalin o di Hitler, come fa a insegnare ai figli che gli ebrei vanno rispettati? Non è possibile! Bisogna mettere via il proprio orgoglio. Io – non bisognerebbe mai dire “io”, lo so, come mi ha detto Magris – avrei avuto occasione di ‘vendicarmi’ di una persona per vie legali, per un caso di calunnia, dietro consiglio di avvocati; e quasi quasi volevo farlo. Ma poi mi sono fermato; l’ho chiamato e gli ho detto che non volevo fare nulla contro di lui. E mi sono sentito in pace. Non volevo avvelenarmi la vita. E questo tizio, che era già stato denunciato varie volte, ha acquistato stima per me. Il perdono ammansisce anche un criminale. Non a caso Cristo ci ha invitati ad attuarlo nella nostra vita.
Mauro Corona, dall’intervista di Giovanni Agnoloni “La natura, gli uomini” – Fonte: “La poesia e lo spirito”




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