I giorni dell’amore e della guerra

Caro marito,
oggi ho perso i nostri figli.
Rehana comprò due aquiloni, uno rosso e uno blu, nell’emporio-pasticceria dei fratelli Khan davanti al tribunale. L’uomo dietro al bancone li avvolse nella carta da pacchi legandoli con uno spago di iuta. Rehana si infilò le confezioni sotto il braccio e chiamò un risciò. Mentre stava salendo sul mezzo, vide l’avvocato correrle incontro.
«Signora Haque, sono veramente dispiaciuto.» Sembrava sincero.
Rehana non riuscì a dire che era tutto a posto.
«Deve trovare i soldi. È l’unico modo. Trovi i soldi e poi ci riproviamo. Quei bastardi non muovono un dito senza una bustarella.»
Soldi. Rehana salì sul risciò e alzò il tettuccio. «Dhanmondi», disse con voce tremante. «Road 5.»
Quando arrivò a casa, i bambini erano seduti composti sul divano. I piedi di Maya non arrivavano al pavimento. Sohail si stava guardando i palmi delle mani contando le minuscole linee che li attraversavano. Vide Rehana e sorrise, ma non si alzò dal suo posto, né strillò come fece Maya: «Ammoo! Perché ci hai messo tanto?».
Rehana aveva deciso che non era il caso di scoppiare in lacrime davanti ai bambini, così si era sfogata sul risciò, singhiozzando tanto da doversi tenere aggrappata alla stretta sbarra del sedile, la bocca spalancata in una smorfia di dolore. Il conducente, che sembrava davvero preoccupato, si era girato a chiederle se voleva fermarsi per bere un bicchiere d’acqua. Rehana non aveva mai assaggiato l’acqua che vendevano lungo le strade. Aveva rifiutato con un cenno del capo, chiedendosi se lui avesse dei figli, e a quel pensiero aveva posato la testa contro il tettuccio del risciò, lasciandola sussultare a ogni sobbalzo del mezzo sulla strada. Ora, trovandoseli davanti, combatté la tensione dei muscoli del volto e il gusto acre che le riempiva la bocca. Combatté il bruciore agli occhi, il nodo in gola. Combatté tutto questo mentre porgeva loro i pacchetti triangolari.
«Grazie, ammoo jaan», gioì Maya, scartando con foga il pacchetto. Sohail non aprì il suo. Se lo mise in grembo, accarezzando la carta da pacco.
«Andrete a stare da Faiz chacha», annunciò Rehana in tono piatto. «A Lahore.»
«A Lahore?» esclamò Maya.
«Mi dispiace tanto», disse Rehana al figlio.
«Quando torneremo?»
«Presto, ve lo prometto.» A Dio piacendo, fu sul punto di dire. «Vengono a prendervi giovedì.»
«Non voglio andarci.»
Rehana si morse la lingua. «Dovete farlo», replicò. «Dovete essere coraggiosi. Puoi far volare il tuo aquilone, beta, e io lo vedrò da qui. È un acquilone magico. Devi fare la brava. Devi fare la brava ed essere molto coraggiosa. Il vento arriverà solo se sarai coraggiosa. E un giorno soffierà così forte che ti riporterà qui da me. Non ci credi? Aspetta e vedrai.»
Caro marito,i nostri figli non sono più nostri.
Come avrebbe fatto a dirglielo?
Montò sul risciò assieme ai bambini.
«Azimpur Koborstan», disse.
Il cimitero era gremito di persone in lutto. Posavano fiori sugli umidi rettangoli d’erba che crescevano sopra i loro cari. Nella fila vicina, un uomo con un copricapo bianco piangeva con il viso tra le mani. Accanto a lui, una vecchia stringeva un fascio di rami di bokul.
Rehana teneva i suoi figli per mano.
«Dite addio a vostro padre», li esortò, indicando la tomba di Iqbal.
Sohail si portò una mano al viso. «La-ill’ahah Ill’allah.»
«Anche tu, Maya.»
I miei figli non sono più miei.
Il giudice aveva detto che Rehana non era riuscita a riprendersi dalla morte del marito. Era troppo giovane per occuparsi dei bambini da sola. Non aveva insegnato loro tutto quello che c’era da sapere su Jannat e l’aldilà.
Maya accennò a correre dietro a una farfalla. Rehana la afferrò per il gomito. «Di’ addio a tuo padre.»
«Addio, abboo», mormorò Maya, con un’espressione distratta, inseguendo la farfalla.
Tahmima Anam, da “I giorni dell’amore e della guerra”, 2008 – Traduzione di Barbara Bagliano

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