Le peschiere sono sbarramenti. In riva allo Stagno si fanno con incannucciate, prantas le chiama Tidoreddu, canne confitte nel fondale, sostenute da pertiche, stròas le dice Tidoreddu, e pali, laùrus, dice Tidoreddu, con puntiglio libresco. Tidoreddu sa tutto: “Ecco, questa qui è una pranta, lunga circa sei passi, con interstizi di meno di un dito tra una canna e l’altra. Le devono pulire tutti i giorni i servi di peschiera, is tzeraccus”. Così ha cominciato Tidoreddu, servo di peschiera, pulendo prantas sopra e sott’acqua: “Il pesce così passa gli sbarramenti di canne, in bassa marea. Quando l’alta marea chiude le bocche di Stagno, ci resta imprigionato”.
Ai lati della peschiera corrono passerelle, pontili come questo qui, piccolo e di canne, sostenuto da pali: “Da qui, col coppo come dicono i pisani, con s’obighéddu come diciamo noi, a tempo debito si tirano su i pesci, da quei càlixis e oiostras, calici e controcalici in pisano. Il cuore del mestiere del pescatore di peschiera è questo qui, favorire l’entrata e impedire l’uscita dei pesci nelle camere della morte, come le chiamano i pisani, delicati nel dire quanto nel fare. Se fai entrare troppi pesci, ci muoiono tutti o quasi in malo modo, più disperati della gente di Santa Gia braccata dai pisani. Una volta, di Settimana Santa, quando il pesce va molto perché la carne è proibita, l’abitante pisano di peschiera, il capo di tutti, ha ordinato di bruciare cento starelli di pesce morto anzitempo nelle camere della morte, per mantenere il prezzo”.
“Anche stavolta l’hanno tenuto su, il prezzo della vita e della morte,” dice Paulinu.
Tidoreddu si è disteso bocconi dentro la barracca de càstiu, la baracca di guardia, bassa che ci sta solo un uomo giù disteso, e disteso s’infila rinculando, come faceva da tzeraccu per badare all’andamento della marea e delle correnti. Altre baracche di falasco riparano i guardiani delle peschiere e dello Stagno, che vigilano contro abusivi e altri pericoli. E poi ci sono le peschiere fisse e le peschiere che d’inverno si spiantano per ripiantarle in primavera. A primavera si rinnovano sempre tutti gli sbarramenti di canne. E a volte devono essere rinnovati più volte all’anno, quando correnti e piene li rovinano. Sempre seminudi anche d’inverno, spesso sott’acqua lavorando a sbarramenti e chiuse: “Chi vuole pesce, ci si bagna il culo,” dice Tidoreddu. E ride, finalmente, con feste incontenibili di Dolceacqua.
Tidoreddu giura che quella da mesi è la sua prima risata. E che gli fa più bene della volta che ha fatto sette giorni alle terme di Santa Maria delle Acque di Sàrdara. Poi mostra le barche, di legno e di falasco, piccole. Maledice genovesi e pisani che proibiscono nello Stagno le barche capaci di più di due persone con gli attrezzi per pescare. Meglio ancora se un solo pescatore, in piedi su uno zatterino di cruccùri, l’erba più abbondante nello Stagno, per fare un barchino di quattro passi per due, e un palo per andare. Dura qualche mese, poi marcisce e si sfascia.
Tidoreddu maledice i peggiori pescatori di frodo, quelli che avvelenano il pesce con lattice di euforbia, la lua che qui non manca mai. E suscita anche le ire di Dolceacqua.
Tidoreddu è contento. In questa piccola peschiera di lebbrosi scova reti da posta, a strascico, il poliggio e la matavella per le anguille. Mostra come si usa il coppo con la griglia, il pettine di rebbi di ferro per rastrellare il fondale, stando in piedi nell’acqua, chini per ore a raccogliere fanghiglia, finché in fondo al setaccio restano le arselle. Lavorando di pinze e di martello ci fa vedere come si cavano i datteri di mare dai sassi dove sono imprigionati.
E in una sola mossa Tidoreddu si spoglia e si tuffa, e Dolceacqua dietro, spariscono sott’acqua, Tidoreddu a lungo, tanto che Dolceacqua guaisce e Paulinu si sta già spogliando per andare giù anche lui, e magari anch’io. Ma Tidoreddu ricompare, ci mostra un grosso muggine, torna giù, poi su ancora con un altro muggine, e così ancora e ancora. Fino a dieci. E torna sulla passerella con dieci muggini infilati in una cordicella: “Questo è il modo di pesca del vero pescatore dello Stagno, a tuffo, solo una cordicella per le prede,” dice Tidoreddu, bagnato come un culo di pescatore, grondante e felice.
E già la campana chiama a mezzogiorno: “E qui c’è il piatto forte. Sarà una merca da leccarci le dita,” dice Tidoreddu. E andando spiega che la merca è pesce lesso cotto in acqua di Stagno. La morte sua. Alla faccia del desco del re di Chissadove, che splende tanto nei detti di Baruch.
“Re Salomone,” dice Paulinu. “E il libro del comando?”
Tidoreddu ride. Non sa più dove l’ha lasciato. Dolceacqua sì, e chiama il suo padrone dal molo di peschiera, dove il libro è rimasto tutta la mattina, un sasso a trattenerlo. Tidoreddu tratta il libro come se lo vedesse per la prima volta. Poi se lo infila sotto l’ascella, poco più su dei dieci muggini, che pendono gloriosi appesi alla cintura.
Giulio Angioini, da “Sulla faccia della terra”, 2017




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