N come noncuranza

La noncuranza è il paradiso degli ansiosi, e l’età dell’ansia è la nostra, contemporanea, senza scampo, in costante precipizio di nuove prestazioni. Le angosce esistenziali, i mali del vivere, i turbamenti metafisici, tutto questo armamentario di solenni emozioni lo abbiamo lasciato nel secolo scorso. Noi siamo soprattutto multiansiosi così come i nostri oggetti sono multifunzionali. Sommiamo, ibridiamo, intrecciamo le ansie, perché dobbiamo soprattutto, oggigiorno, far fruttare noi stessi.
La felicità non basta, neanche una relativa serenità, disseminata di qualche gioia intensa. Dobbiamo fare qualcosa di molto importante, di efficace, di prezioso di noi stessi, mica basta avere dell’ovvio successo professionale.
Come amanti dobbiamo essere superlativi e aggiornati, perversi da far schifo, ma rispettosi e ligi allo specifico contratto erotico stipulato.
Come genitori dobbiamo essere carismatici ma consapevoli, affettuosi ma dialogici, democratici con ferma autorevolezza. Come consumatori, dobbiamo darci dentro per la crescita economica, ma garantendo durabilità del complesso florale e faunistico, equità di scambi internazionali, imbustamento biodegradabile, repressione del lavoro minorile.
Come votanti, non dobbiamo essere né buonisti né nazisti, né filotecnocrati né filopopulisti, né di destra né di sinistra, dobbiamo volere più ma anche meno Europa, dobbiamo essere solerti e assidui nel voto, senza votare nullo, ma neppure votando a casaccio.
Dobbiamo essere belli, ma non artefatti, prestanti ma non palestrati, asciutti ma non anoressici, con dei tatuaggi, ma di tipo non figurativo, senza donnine nude e pugnali dentro il cuore, con un controllo generale sulle zone villose, ascellari e puberali per le donne, sopraccigliari e pettorali per gli uomini, la barba folta ma lavorata alla forbicina. Ogni nostro passo, gesto, soffio, schiocco di dita, battito di ciglia si confronta a degli imperativi, troppi. Tutto deve essere fatto come dio comanda e dio comanda su tutto, cavilli compresi.
Inoltre, non basta occuparci ossessivamente di noi stessi, dobbiamo pure prenderci cura degli altri e, se li abbiamo già allontanati per disgusto o paura, ci rimangono gatti o cactus da accudire. La noncuranza, per noi, è dunque il paese di Cuccagna, ma anche il tradimento onnilaterale, l’insurrezione contro le nostre stesse smodate pretese, la fuga da Alcatraz. Accumulare missive minacciose e petulanti senza aprirle, soprattutto di aziende energetiche e agenzie statali, pedalare senza catarifrangenti e freni affidabili in una notte buia e scivolosa, chiedere prestiti con fare seducente alla moglie del vicino che ci ha intentato causa, regalare il whisky dell’intenditore all’avvinazzato dalle braghe aperte e i cappelli lanosi. È impossibile dire se il noncurante sia un dandy oltranzista o un budda reincarnato, se pecchi per eccesso di disinteresse o perché di tutto è indifferente. Ma è straordinario vederlo uscire senza chiavi di casa una mattina, essendo queste scomparse in qualche piega del suo appartamento, e seguirlo mentre chiude la porta benignamente, senza la solita doppia mandata, per poi aggiustarsi indosso una giacca contraria alla stagione, essendo quest’ultima troppo calda per le fibre termoprotettive di quella, e prendere coscienza, guardando il cellulare quasi scarico, dell’immenso ritardo cumulato il giorno del fatidico primo giorno di lavoro, presso la ditta straniera, nordica e puritana di costumi. Ma il noncurante risponde poi senza spavento alla vegliarda della porta accanto piazzata di traverso sul pianerottolo, non perché ami il suo carattere pestifero e maldicente, ma perché lo incuriosisce l’aneddoto sui pompieri, soprattutto per la confusione narrativa con la quale lei lo espone, invertendo antefatti e conseguenze, mescolando divise e berretti, incidenti domestici e tracolli fisici. E lui ascolta tutto senza la minima impazienza, senza sbarrare gli occhi, storcere le labbra, battere la punta del piede come per schiacciare ragni, mentre il suo ritardo cresce e diventa irrecuperabile, non giustificato, provocatorio.
È così pura, integerrima, ignara di sé, demente la noncuranza. Io vorrei possederne delle dosi considerevoli, in forma di elisir o anche di semplici pastiglie da sciogliere sotto la lingua, perché sarebbe bello calcolare, di notte, non il viavai degli euro dentro e fuori la borsa, non le mosse nemiche del collega plaudente e cortese, ma il numero di sorrisi che in settimana la giovane panettiera ci ha elargito, mostrando le braccia nude, tenere come la panna, quando recuperava in alto la pagnotta di segale. La noncuranza non è solo un concetto, uno stato privilegiato dello spirito, un dinoccolarsi della mente ancora prima che del corpo, una modalità dell’azione divagante e sviata, è innanzitutto una parola appetitosa, che comincia con una negazione, come un inciampo favorevole; è una parola di cui non esiste più il significato positivo, la “curanza”, come si trattasse di una vecchia maledizione di cui ci si è liberati, di un basto che si rovescia a lato, di una zavorra mollata d’un tratto, per muoversi con leggiadri passi di danza o sfarfallare come un insetto senza meta, effimero, vivente in grande sbadataggine il suo unico giorno di vita.
Andrea Inglese, pubblicato su “Qui libri” nel settembre del 2019

Dalla stessa sezione

Lascia un commento