Ehi, guarda quell’uomo. Aspetta, fa’ come se niente fosse, continuiamo a chiacchierare… Se si voltasse potrebbe vedermi, e io non voglio che mi saluti. Ecco, adesso puoi guardarlo… Quello basso, tarchiato, con il cappotto dal collo di martora? Ma figurati! Quello alto, pallido, con il cappotto nero, che sta parlando con la commessa. Si fa incartare della scorza d’arancia candita. Strano, a me non l’ha mai comprata, la scorza candita.
Che cosa ho? Niente, cara… Devo soffiarmi il naso.
Se n’è andato? Avvertimi quando va via.
Sta pagando?.. Dimmi, che portafogli ha? Guarda bene, io non voglio voltarmi. Per caso è marrone, di coccodrillo? … Sì? Oh, questo mi fa piacere.
Perché? Così. Vedi, gliel’ho regalato io quel portafogli, per il suo quarantesimo compleanno. Più di dieci anni fa. Se lo amavo?… È una bella domanda, mia cara. Sì, credo proprio di sì: lo amavo. È ancora lì?…
Se n’è andato, finalmente! Un attimo solo, mi do un po’ di cipria al naso. Si vede che ho pianto?… Lo so che è una stupidaggine, guarda un po’ quanto si può essere stupidi. Mi viene ancora il batticuore quando lo vedo. Vuoi che ti dica chi è? Certo che posso dirtelo, mia cara, non è un segreto: quell’uomo era mio marito.
Ti va un gelato al pistacchio? Chissà perçhé dicono che d’inverno non si può mangiare il gelato. È proprio d’inverno che preferisco venire in pasticceria a prendermi un gelato. A volte credo che si possa fare tutto, perché tutto è possibile, semplicemente, e non perché sia bello o sensato. E da qualche anno a questa parte, da quando sono sola, mi piace venire qui, d’inverno, verso le cinque, e stare un paio d’ore in questa sala rossa, con i suoi mobili degli anni che furono e le commesse di una certa età. Osservo attraverso le finestre a quadrelli la piazza dall’aspetto vivacemente metropolitano, e mi diverte il viavai della gente che viene a sedersi. C’è una specie di calore in tutto questo, un pizzico d’atmosfera fin de siècle. E poi, lo avrai notato… è qui che servono il miglior tè della città… Lo so, le donne moderne non frequentano più le pasticcerie. Vanno nei caffè, dove devi fare ogni cosa di corsa, non hai il tempo di startene seduto con comodo, l’espresso costa quaranta fillér, ma in compenso puoi pranzare con un’insalata – è così che va adesso il mondo, un mondo che non mi appartiene. Io ho ancora bisogno di questa pasticceria elegante, con tanto di mobili, tappezzerie di seta cremisi, vecchie nobildonne e specchiere. Non ci vengo tutti i giorni, come puoi ben immaginare, ma quando d’inverno faccio un salto qui mi sento a mio agio. Qui è dove mio marito e io ci trovavamo all’ora del tè – lui usciva dall’ufficio dopo le sei.
Sì, anche adesso sta tornando dal lavoro. Le sei e venti, è questo il suo orario. Ancora oggi so con esattezza tutto quello che fa – ogni suo passo, come se vivessi la sua stessa vita. Alle sei meno cinque chiama un commesso, quelli del guardaroba gli spazzolano cappotto e cappello, lo aiutano a indossarli, lui esce dall’ufficio, manda avanti la macchina e la segue a piedi, per prendere un po’ d’aria. Cammina poco, ecco perché è così pallido. O forse anche per altri motivi, chissà. Motivi che non posso conoscere perché non lo incontro mai, non parlo mai con lui, sono tre anni che non ci parlo. Non mi piacciono quelle separazioni stucchevoli in cui gli ex coniugi lasciano insieme l’aula del tribunale e se ne vanno a braccetto in quel famoso ristorante del Városliget, pieni di affetto e di riguardi, come niente fosse; poi, dopo aver divorziato e pranzato, ognuno per la sua strada. Io sono una donna di tutt’altri principi, ho un temperamento di tutt’altro genere. Non credo affatto che marito e moglie possano restare buoni amici dopo il divorzio. Il matrimonio è il matrimonio, e il divorzio è il divorzio. Io la penso così.
E tu? Già, è vero, tu non sei mai stata sposata.
Sàndor Marai, da “La donna giusta”, 2004 – Traduzione di Laura Sgarioto e Krisztina Sándor
*****
Immagine in evidenza: Edward Hopper, “Chop Suey”, 1929




Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.