“Mi aleggia sulle labbra qualcosa che in genere non si dovrebbe mai permettere alle labbra di pronunciare.”
(Robert Walser)
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“Questo paesaggio innevato lo vorrei grazioso. E spero che andrà così. Aveva appena fioccato, e la neve, nonostante una [certa] morbidezza, era ancora piuttosto compatta. C’è aria [di virtù] in me, adesso. Voglio essere gentile con le persone, ma a patto di poter magnificamente rinunciare a tutti quanti. Voglio essere buono, ma non troppo. Guardate qui, che regole. Mentre scrivo queste righe, mi sento quasi luminoso, chiaro, avvolto in uno strato sottile, in un velo di eccellenza, un po’ come una pagnottella messa in forno per esser cotta. Penso che in futuro mi accontenterò di poco. La mancanza di pretese è un’arma, forse una delle più splendide che ci siano. Una volta, sul palco, in un’opera ispirata all’epica cavalleresca, vidi un giovane re la cui armatura scintillava meravigliosa. All’inizio dell’opera lui si comportava come un infelice. La sua mesta condotta era [abbastanza] giustificata. Ma una ragazza coraggiosa lo aiutò. È così bello quando qualcuno soccorre chi ha bisogno di aiuto per tirarlo fuori da un mondo di guai. Come una scintillante armatura bianca si stendeva oggi il manto nevoso sulla terra che ho percorso. Qualcuno ride, ma io continuo a scrivere. Anch’io rido, quando penso alle sei o sette persone che, senza tregua, continuavano a raccontarsi l’un l’altra com’erano contente di qua e contente di là, contente di su e contente di giù. Queste sei persone avevano tutte dei visi talmente luminosi, e i loro modi erano talmente esultanti e gioviali che, a guardarle, sarebbe venuto da pensare che la vita fosse un paradiso terrestre. Ognuno assicurava all’altro che stava quasi per morire dalla gioia di esistere. «Tutto ciò che faccio non mi dà altro che piacere» diceva ognuno. Si erano abituati a risplendere di puro amore per le cose, e per tutto quello che capitava loro. Tornando al mio paesaggio innevato, che si sta un po’ arrabbiando con me perché pare che io l’abbia piantato in asso nella convinzione che non avrebbe sentito troppo la mia mancanza, dico che era il ritratto della calma. Con ardore la neve si stringe al cuore ogni rumore, si trasforma in una casa dove regna il silenzio. Un uomo appartenente agli ambienti più in vista si era fermato sul sentiero, pensieroso. Vidi una slitta sfrecciare, e l’uomo mi disse: «In quella slitta è seduta mia moglie con il suo spasimante». «Questo avrà delle conseguenze per Lei» ritenni di dover e poter commentare. Un paesaggio innevato somiglia a un bambino che riceve la cresima, a una sposa che va all’altare. Naturalmente si potrebbero tirar fuori altri paragoni, anche se non afferrati per i capelli o per le orecchie, come fanno gli insegnanti quando puniscono gli allievi disubbidienti. Incontrai poi uno scultore o un pittore, impegnato a realizzare una riproduzione artistica del paesaggio innevato, e una principessa in fuga che, quando le chiesi dove pensasse di recarsi, mi rispose che credeva fosse una buona idea diventare istitutrice, sicché mi congratulai con lei non senza una punta di inquietudine. Gli alberi si stagliano con giocosa delicatezza sulla superficie bianca. Il bianco si adagia anche sui tetti, che scendono quasi fino a terra, e da una di queste case forse proprio adesso un giovanetto sta andando a fare il suo apprendistato, non necessariamente cosparso di zucchero, e magari in un’altra casa un bambino è a letto malato, causando alla madre una grande preoccupazione. La neve non pensa a nulla, in compenso lo faccio io, ed è bello avere qua e là un qualche pensiero, che non sia però troppo profondo e lungo, così da non affaticarti. Quanto ai villaggi, essi non sono à la Potëmkin, bensì reali, se ne stanno lì come incantati e potëmkineggianti, dipinti come una quinta in lontananza, circondati dalla tremante dolcezza del freddo mite di una giornata invernale. In una locanda, uno che [sembrava] un politico che ha fatto strada disse al collega della stessa risma: «Le persone umili a volte hanno del buonsenso». Chi è al timone può concedersi il lusso della bontà. Conosco una poesia di Schubart sulla slitta incredibilmente graziosa e una novella molto toccante di Turgenev su una pelliccia da donna, e che cosa mi impedirebbe ora di tirare fuori dal cassetto delle mie reminiscenze di lettore Il racconto d’inverno shakespeariano e di contemplarlo ancora nella mente con meraviglia, accogliendo con un sì di gratitudine questa bellissima opera, nella quale davvero spicca la donna più commovente che ci sia, incolpata senza colpa, ritrovata casta dopo anni di separazione ed esilio, lei che, inspiegabilmente, aveva soggiornato per tutto il tempo nella stanza adiacente, arredata con estrema eleganza, e si era saggiamente trasformata in una statua? Quante faccende di cuore si sono svolte sulla neve, quasi un tappeto steso sulla scena. Potrei aggiungere ogni sorta di cose a questo articolo, ma per fortuna non mi sembra assolutamente necessario. La mia idea di lavoro quotidiano mi impedisce di lavorare troppo, e con ciò vi auguro [ora] una buona notte.
Robert Walser (Svizzera), da “Microgrammi”, 2025 – Traduzione di Giusi Drago
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Claude Monet, “La strada per la fattoria di Saint-Siméon in inverno”, 1867

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“Nella cesta da viaggio o della biancheria
che sta nella mia camera da letto,
di notte si schiariscono la gola,
come se lì disteso ci fosse qualcuno,
come se lì sulla cesta sedesse
uno schiavo [bisbigliante], il mio feroce
servitore, la mia ferma decisione
di appartenere a me stesso. Il mio pensiero,
[lui] sì che mi [conosce]. A me sembra spesso
spaventoso quello che penso, e dalla notte
esco come da una tomba di granito
e dal sonno spettrale come da un
passato
che scaglia intorno alle sue tempie
pallide immagini di molte
povere anime tormentate
e solo al mattino la mia vita torna a rasserenarsi.
A nessuno auguro di essere me.
Solo io sono capace di sopportarmi:
sapere così tanto e aver visto tanto e
così niente, così niente dire.”
Robert Walser (Svizzera), da “Microgrammi”, 2025 – Traduzione di Giusi Drago
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Robert Walser compose i “Microgrammi” nella clinica psichiatrica di Waldau, durante il primo di una lunga serie di internamenti. Li scrisse interamente a matita in una grafia fittissima, minuscola, ai limiti dell’indecifrabile, su 526 fogli di carta di recupero, che poi ripose in una vecchia scatola di scarpe: sono componimenti in poesia e in prosa, il più ampio dei quali è il “Romanzo del brigante”.
Nel 1937, la sorella Lisa consegnò tutti questi foglietti a Carl Seelig, amico di Robert e in seguito anche suo esecutore testamentario. Riuscire a decifrarli fu tutt’altro che semplice: basterebbe pensare che inizialmente lo stesso Seelig ipotizzò una sorta di scrittura segreta. Solo negli anni ’70 la prima parte di questi foglietti fu finalmente interpretata e data alle stampe, mentre gli altri sarebbero stati pubblicati in sei volumi dal 1985 al 2000. Il lavoro di decifrazione continuò ad essere portato avanti negli anni successivi, tanto più che gli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie permettevano ora una lettura più ampia e più precisa degli scritti. Le parole riportate tra parentesi sono, infatti, inserimenti, frutto di ipotesi interpretative.
Robert Walser si spense il 25 dicembre del 1956. Per un tragico scherzo del destino, incontrò la morte proprio durante una passeggiata su quella neve che tanto amava. Furono due ragazzini a trovare il suo corpo riverso nella neve alta, con il cappello scivolato a pochi metri da lui.
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