Fotografia creativa

“Per fare fotografie che vi assomigliano, dovrete essere umili e sinceri con voi stessi. Dovrete guardarvi dentro, chiedervi: “Ma chi sono?”, e darvi una risposta onesta. Se non scoprirete chi siete e quello che siete venuti a fare al mondo, perderete tempo senza lasciare traccia. E il tempo è la cosa più preziosa. Anche chi non ha niente il tempo ce l’ha. Al contrario del denaro, però, non si può mettere da parte, né investire. L’eternità non restituisce neanche un minuto perso. Ecco perché il primo passo, per scattare fotografie convincenti, è scoprire chi siete. Altrimenti, rischiate di rimanere in maschera tutta la vita.
Oggi tutti vogliono apparire migliori di quello che sono. A volte funziona: come diceva Machiavelli nel Principe, “ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu sei”. Dovremmo però domandarci se vale davvero la pena di mentire, a noi stessi e agli altri.
Prima di diventare, bisogna essere. Se volete diventare Napoleone e lo siete è tutto a posto, oppure i manicomi sono pieni di gente che si crede Napoleone. Allo stesso modo, è inutile copiare i grandi fotografi, se si è altro: meglio provare a capire chi si è, cosa si ha da dire, ed esprimersi di conseguenza.
Che senso ha vivere in maschera? Ciascuno di noi ha un ruolo: bisogna capire qual è e comportarsi di conseguenza. In fotografia, e non solo, questo fa la differenza. […]
Il succo è che ci vuole umiltà per prendere coscienza di se stessi.
È un compito nient’affatto semplice. L’esortazione “Conosci te stesso” ci dà filo da torcere da quando accoglieva i pellegrini dal frontone del tempio di Apollo a Delfi: guardare dentro di sé può sembrare facile, ma non lo è per nulla.
Scherzando, mi piace ripetere che, quando bussano alla mia porta dicendo: “Sto cercando Franco Fontana”, vorrei rispondere: “Ah sì? Lo sto cercando anch’io”. E ho ottant’anni. Ce ne ho messi almeno quaranta a capire che direzione dovevo prendere, e a volte “Ma chi sono?” me lo chiedo ancora.”
*
“La creatività si nutre di immaginazione, e l’immaginazione si nutre di mistero. Non si può pretendere di trovare l’essenza delle cose se si è convinti che una nuvola sia solo una nuvola, il mare solo il mare, un albero solo un albero o un paesaggio solo un paesaggio.
Per dirla con una metafora, lo sappiamo tutti che in matematica due più due fa quattro: bè, per l’arte può fare anche cinque, sei. Perché no, anche sette. A fare la differenza è il mistero, naturalmente, l’alchimia. Senza, Picasso non avrebbe dipinto donne con tre occhi, no?
Se dalla vita togliamo l’alchimia rimarranno di certo conti molto precisi, e poi? Sarebbe come sfidare l’Everest con la certezza di raggiungere la vetta; come dare il massimo per realizzare un progetto che amiamo e avere sicurezza del successo; come andare al casinò e vincere sempre: senza rischio, perché allenarsi per mesi o rimanere svegli la notte a rifinire ogni dettaglio della nostra idea? Senza rischio, che brivido può dare puntare su un numero o su un colore? Nessuno. Più la vittoria è incerta, maggiore sarà la gioia nel conseguirla. La bellezza della vita sta nell’insicurezza, nel mistero. Altrimenti avremmo vite noiose, razionali, aride. A lungo andare, ogni forma di creatività si spegnerebbe. Un crimine gravissimo, questo, perché è la creatività a permetterci di caricare di nuovi significati quella collina, quel fiume, quel cielo, e a renderli emozionanti. A far vacillare davanti alla fotografia di un paesaggio, di una statua, di una città, non sono il paesaggio, la statua, la città: se voglio, posso guardarmeli benissimo dal vivo. A far vacillare è la creatività grazie alla quale l’artista ha reinventato il mondo e reso visibile l’invisibile, evidenziando una verità metafisica e mostrando ciò che è conosciuto in modo inaspettato. Ecco che due più due non fa più quattro, ma cinque, sei, sette. Ecco che un’operazione scontata come due più due viene messa in grado di suscitare meraviglia e di rimanere impressa nella memoria di chi guarda.
L’uomo razionale si disorienta di fronte a questo approccio, me ne rendo conto, ma funziona proprio così: quando si parla di creatività, di arte, di irrazionalità, bastano un minuto e una sensazione per fare il giro del mondo, non servono ottanta giorni e una mongolfiera.”
*
“La mia forma preferita è il cerchio: contiene tutto eppure è vuoto.
Filosoficamente parlando, ha una caratteristica rara: come ogni cosa ha un inizio e una fine, solo che nessuno li troverà mai. Eraclito, che non giocava in una squadra di calcio, nel suo trattato Sulla natura ha scritto che coincidono. Affascinante, vero? Anche per questo il cerchio è la forma perfetta. La filosofia zen – che di perfezione se ne intende – vi identifica la condizione originaria, quando lo spirito è presente dappertutto, senza bisogno di sostegno. In Lo zen e il tiro con l’arco, si dice: “Simile all’acqua che riempie uno stagno ma è sempre pronta a defluirne, lo spirito può ogni volta agire con la sua inesauribile forza, perché è libero, e aprirsi a tutto perché è vuoto”.
“Vuoto”: a noi occidentali fa paura anche solo la parola; figuriamoci il concetto. È sbagliato. Il vuoto non è la camera del diavolo: è lo spazio della crescita. Solo facendo il vuoto dentro di voi potrete conquistare libertà a sufficienza per imboccare una strada davvero vostra, senza fardelli né pesi morti. La mente libera contiene tutto, come il cerchio. Dovete fare in modo che contenga anche la macchina fotografica: la macchina non deve essere nelle vostre mani, ma nel vostro pensiero e nel vostro cuore. Deve essere parte di voi, costituire con voi un’unità inscindibile, perché solo quando la macchina fotografica sarà nel fotografo e il fotografo nella macchina fotografica potranno fluire creatività e indipendenza.
Io faccio così quando fotografo. A volte mi succede di trovare un paesaggio così irresistibile che dimentico tutto il resto. Lascio andare desideri, rancori, aspettative, la fretta. Lascio andare l’idea del passato e quella del futuro e rimango solo io, con la mia macchina e il paesaggio. Me ne lascio permeare: io divento il paesaggio e il paesaggio diventa me. Lo vivo. Permetto al paesaggio di riempire il mio vuoto, ne gioisco, e solo allora scatto. Mi piace dire che il paesaggio attraverso di me si fa l’autoritratto.
Questo libro raccoglie le riflessioni nate in più di trent’anni di corsi di fotografia. Ho scelto di cominciarlo parlando proprio del cerchio perché la sua forma disegna un percorso simile a quello che vi suggerirò di compiere: partire per poi tornare a voi stessi, accettando di fare il vuoto dentro di voi, per accogliere una verità che vi assomiglia più di una cartolina e imparare a significarla al meglio.”
*
“Esiste in fotografia un momento in cui l’artista intuisce dove vuole andare a parare. È l’intuizione creativa: nulla di definito, ma un istante nel quale tutto si fa chiaro.
Potrei paragonarlo a un lampo nella notte. O a un colpo di fulmine.
Prima stavate camminando su un sentiero ben definito insieme a tanti compagni di viaggio. Era giorno, conoscevate il punto di partenza ma non la meta, e procedevate tranquilli. Poi, al calare della notte, vi ritrovate d’improvviso soli, e non riuscite a vedere più niente. Non potete avanzare, perché rischiate di andare a sbattere contro qualche albero o di cadere. State brancolando. A quel punto, appare un lampo improvviso. Per un attimo ogni cosa è ben definita e scorgete un sentiero, poi il lampo scompare. Nel frattempo, però, è cambiato tutto. Ora sapete che un sentiero esiste e, cosa più importante, sapete dove vi porterà. Ancora non avete idea di come procedere, intanto però il sentiero lo avete visto ed è solo vostro, e vi rimarrà dentro anche se il buio avrà già ripreso il sopravvento. Vi muoverete a tentoni, ma a questo punto arrivare sarà solo questione di tempo.
C’entra anche il caso, a dirla tutta. Riuscirete a capire qualcosa di voi solo sperimentando, provando e riprovando. Se a un certo punto vi ritroverete tra le mani uno scatto che vi convince, che vi parla, potrete smettere di considerarlo “un caso”: il caso diventa un fatto nel momento in cui viene compreso, e può trasformarmi in un lavoro. Se non lo comprenderete, resterà frutto della “fortuna del principiante”. Altrimenti, sarà il lampo di creatività, di immaginazione, di genio – definitelo come preferite – che vi avrà permesso di identificare la vostra identità, e di seguirla.”
*
“Quando qualche giornalista o studente mi domanda: <<Che cos’è per lei la fotografia?>>, rispondo sempre che è la mia realtà, dopo gli affetti della famiglia e le amicizie. È quello che mi ha permesso di dare qualità alla mia quotidianità, esprimendo ciò che penso e rappresentandomi per l’uomo che sono.
Certo, per vivere di fotografia ho dovuto farne anche una professione. Non ho potuto realizzare solo le opere che sentivo mie – quelle di cui avvertivo il bisogno e che realizzavo per amore (e per amore si lavora gratis) – ma non è stato un male. Credo di poter dire senza timore di essere smentito che in questi quarant’anni da professionista ho davvero fatto di tutto e di più: dalle foto di moda, per “Vogue America” o “Paris Match”, alle copertine dell’annuario di “Time Life”, dell’”Espresso” o del “Venerdì di Repubblica”, dai reportage sul degrado di Venezia o sul Palio di Siena a foto pubblicitarie; e sono orgoglioso di aver mantenuto sempre salda la mia identità. In ciascuna di queste occasioni, ho trovato il modo di significare me stesso, anche quando la committenza sembrava lontanissima dalla mia sensibilità.”
Franco Fontana, da “Fotografia creativa”, 2016


Dalla stessa sezione

Lascia un commento