Presi il secchio, per attingere acqua alla fonte. Ero felice, quella notte, perché con il battello della notte sarebbe arrivata lei. Ma la conoscevo, la felicità, ne sapevo l’incostanza, e perciò avevo preso il secchio, come se non sperassi affatto nel suo arrivo, ma andassi semplicemente a prendere l’acqua. Continuava ad andarmi tutto troppo bene, quell’autunno.
Quella notte di tardo autunno era nera come l’inchiostro e non era piacevole uscire di casa, tuttavia uscii. Impiegai molto tempo per infilare la candela nella lanterna e, quando infine ve l’ebbi sistemata e accesa, i vetri si appannarono per un minuto e la debole macchia del lume vacillò finché la candela, finalmente, non si accese del tutto, i vetri si asciugarono e si fecero trasparenti.
Avevo lasciato apposta la luce accesa in casa, e potevo vedere chiaramente la finestra illuminata mentre scendevo per il viale di larici verso l’Oka.
[…]
Fa venire i brividi andare così, di notte, da solo, con la lanterna. Tu solo fai rumore con gli stivali, tu solo sei illuminato e visibile, tutto il resto, in agguato, ti osserva in silenzio.
[…]
Il sentiero si fece più ripido e tortuoso, cominciarono fitte betulle, i loro tronchi bianchi balzavano a ogni momento dall’oscurità. Poi anche le betulle finirono, sul sentiero comparvero delle pietre, si sentì un alito fresco e, sebbene non si potesse vedere niente, capii che una vasta distesa era comparsa davanti a me: ero uscito sul fiume.
Distinsi un segnale luminoso lontano, a destra. La sua fiammella rossa si rifletteva, doppia, sull’acqua. Poi un segnale comparve dalla mia parte, vicinissimo, ed ammiccò leggermente anche, e il fiume si delineò.
Discesi lungo il fiume nell’erba fradicia, in mezzo alla vegetazione del saliceto, fino al punto dove di solito attraccava il battello, se qualcuno doveva scendere nel nostro angolo remoto. La sorgente borbottava e gorgogliava monotona, nell’oscurità.
[…]
Il battello era già vicino allo scalo, si vedevano appena le sue luci rosse e verdi a bordo. Mi sedetti e accesi una sigaretta. Le mani mi tremavano ed erano fredde. Improvvisamente pensai che cosa sarebbe accaduto se, sul battello, lei non ci fosse stata e se, a bordo, avessero visto la mia lanterna: avrebbero pensato che volessi partire e si sarebbero avvicinati alla riva. Spensi la lanterna.
Subito si fece buio e soltanto i segnali luminosi sull’acqua, come trapunti da un ago, ardevano lungo il fiume. Si sentiva il silenzio; a quell’ora tarda, probabilmente, per molti chilometri lungo la riva, c’ero soltanto io. In alto, oltre il bosco di querce, posava il villaggio, piccolo, scuro: dormivano tutti da tempo e soltanto la mia casa, sul limite, era illuminata. M’immaginai d’improvviso tutto il suo lungo percorso per venire da me, il viaggio da Archangel’sk: la vidi dormire sul treno, o rimanersene seduta accanto al finestrino, a parlare con qualcuno. Anche lei, come me, doveva aver pensato tutti quei giorni al nostro incontro. E adesso stava navigando lungo l’Oka e vedeva le rive delle quali le avevo scritto, quando l’avevo invitata a venire da me. Sarebbe uscita sul ponte e il vento le avrebbe soffiato sul viso l’odore degli umidi boschi di querce. Pensai quali conversazioni, di sotto, durante il viaggio, al caldo dietro ai vetri appannati: le spiegavano dove scendere e dove passare la notte se nessuno fosse stato ad aspettarla.
Poi mi ricordai del nord, dei miei vagabondaggi lassù, e come avevo vissuto alla pescaia e noi due cacciavamo i dentici nelle notti bianche. I pescatori dormivano pesantemente, russando e lamentandosi nel sonno e noi aspettavamo la bassa marea e uscivamo sul mare con il barcone.
[…]
E ricordai anche tutto quell’anno, com’era stato felice per me, quanti racconti ero riuscito a scrivere e quanti ancora, probabilmente, ne avrei scritto nei giorni quieti, silenziosi che ancora rimanevano, su questo fiume, in mezzo a questa natura, già spenta e presaga dell’inverno.
La notte era intorno e la sigaretta, quando aspirai, m’illuminò vivamente le mani, il volto, gli stivali, ma non m’impedì di vedere le stelle, e ce n’erano una tal vivida moltitudine, quell’autunno, si scorgeva la loro luce cinerea, il fiume illuminato dalle stelle e gli alberi, le pietre candide sulla riva, i riquadri scuri dei campi sulle colline, e i dirupi, ancora più scuri e odorosi dei campi.
E allora pensai che la cosa più importante nella vita non è quanto a lungo si vive, trenta, cinquanta oppure ottant’anni, perché è comunque poco e morire sarà spaventoso lo stesso: la cosa più importante è quante notti così capitano nella vita a ciascuno.
Jurij Kazakov, da “Autunno nei boschi di querce” 1991 – Traduzione di Caterina Fiannaca
*****
In evidenza: Arthur John Strutt, “La quercia del Tasso”, 1843




Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.