Beata ignoranza…

Il grembiule, il voto in condotta, le focaccine all’intervallo, i tornelli e compagnia cantante non sono il problema, sono i contorni… e l’uomo pare il re dei contorni. Tutto contorno. Ci si accanisce sui contorni. Si studiano i contorni, si analizzano, ci si spantega a macchia d’olio su questioni minimali, su quisquilie e lo si fa per non dover affrontare il cuore delle situazioni.
Se mettiamo a paragone un ragazzo di terza media di oggi, da un punto di vista didattico ne sa meno di uno del 1975. Ma se allarghiamo l’orizzonte sulle fonti cognitive vince la dolce marmaglia del Ventunesimo secolo.
Ignoranti si nasce e poi iniziano le differenziazioni. Già il fatto di nascere in un ambiente in cui ci sono libri e dove viaggiano nell’etere parole non banali e svincolate dalla logica delle soap e della fanghiglia realiteggiante aiuta.
Non possiamo far finta di niente.
Una volta la dolce veniva nutrita dalla parola, dal racconto, dalla narrazione. Oggi è il dio denaro che gioca sia il ruolo principale che quello sussidiario. Agli occhi della dolce marmaglia l’aver abbandonato lo studio legale in cui avevo prospettive economiche notevoli – e magari diventavo ministro della pubblica istruzione! – per insegnare e scrivere libri, è una follia. È folle rinunciare a mettere in tasca due bigliettoni in più per passare un’ora con il piccolo Franz e con la cucciola Milena.
La scuola è una specie di purgatorio dove i dannati senz’arte né parte vanno a svernare perché, è opinione comune, non sono in grado di finire nel paradiso dell’euro, del lingotto d’oro, e al tempo stesso sono troppo miseri e piatti per osare discendere lo Stige o l’Acheronte all’inferno e provare i brividi delle fiamme impazzite. La scuola perciò diventa una sorta di limbo asettico.
Coltivare la beata ignoranza diventa una missione. Trasmettere un sapere di legno e rigido dà la sensazione a noialtri di essere comunque migliori della dolce… la scuola, si dice, è lo specchio dei tempi e i tempi sono sbudellati di fresco ogni giorno di più. Ogni tanto incontro un ex alunno in giro, a volte li trovo messi bene, a volte in difficoltà… Uno ad esempio era diventato un santone e appariva in tivù fino a che gli è saltata la testa. Un altro lavora sulle navi che fanno rotta verso la Groenlandia e quando torna in Lombardia mi passa a salutare. Diego ha un locale a Cesano Maderno e la sera ogni tanto calo per una birra e per domandare dei suoi ex compagni. L’unico che s’è mosso dalla palude è finito per diventare assessore comunale. Da Diego incontro anche alunne del liceo artistico e alunni da competizione dell’Iris più violento della Lombardia.
Numeri da circo, là dentro. Una seconda N indimenticabile un giorno portò in classe una torta con tre candeline: un UNO e due ZERO.
“Ehi ragazzi, che ci fate con la torta… è il compleanno di uno coi soldi o cosa?”
“No prof!” mi fa Vincenzino “È per la prossima ora… festeggiamo perché quella di inglese di sicuro ci mette la nota e quella sarà la centesima dall’inizio dell’anno!”
Ed eravamo solo a febbraio.
Sì, quella seconda era una classe violenta. Facevano gli aerei di carta e li facevano volare. Quella di inglese lo disse al preside.
“Be’, professoressa… è un classico, suvvia… chiuda un occhio!”
“Mica vero, preside… quei delinquenti incendiano le code e fanno le simulazioni verosimili!”
Un giorno facevo lezione in una quarta, sotto di loro, e vidi piombar giù una cattedra. Vennero bocciati in diciotto su ventuno… Ma quando ne incontro uno, da Diego, non trovo la dolce marmaglia… trovo maschi complessi, irrisolti, cambiati – ovvio – e capisco che dietro il branco c’erano personalità che non sono mai riuscito a capire fino in fondo e che probabilmente noi abbiamo lasciato così come le abbiamo trovate… nella beata ignoranza in cui sguazzavano e avrebbero sguazzato per sempre.
Nulla di più. Nulla di meno.
Come mi è stato detto una volta… si va oltre! Oltre… oltre le riforme, le cazzate e i tentativi di sabotaggio di ciò che va bene e di ciò che potrebbe andare meglio.
Nonostante tutto se ritornassi indietro, come Max, rifarei l’insegnante… forse…
Lo farei anche per esclusione perché non amo fare l’impiegato di banca; non sopporto fare l’avvocato perché devi avere un pelo sullo stomaco che arriva alle ginocchia; non reggo la vista del sangue perciò dal chirurgo al paziente sono ruoli che non ho voglia di interpretare; non riesco a vedermi giornalista perché sono un pasticcio vivente e gli schemi, le battute e il numero di cartelle mi mandano a male; per l’astronauta ho perso la coincidenza e per il missionario non ho la vocazione; per fare il pescatore c’era il limite della sveglia e lo stesso valeva per il panettiere… gratta gratta ecco che l’insegnante, gomito a gomito con la dolce marmaglia, restava e resta un modo onorevole per sbarcare il lunario e avere l’illusione di forgiare al meglio dell’1% le nuove leve di questo mondo da incaprettati.
Il tutto, per quant’è possibile, fatto con il sorriso sulle labbra.
Perciò prevedo che, a meno che noi precari non si venga spazzati via dalla riforma al tagliere, qui mi toccherà restare…registro al seguito.
Questo salvo che, dopo aver scritto questo breve libro, non decidano di sollevarmi dall’incarico per manifesta turbativa ambientale.
Cosimo Argentina, da “Beata ignoranza”, 2008
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In evidenza: Foto tratta dalla serie “I Liceali”, 2008

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