L’albero del riccio

Lettera II
Che farò da grande?
Carissima Tania *,
e così l’anno nuovo è incominciato.
Bisognerebbe fare dei programmi di vita nuova, secondo l’usanza: ma per quanto abbia pensato, un tale programma non sono riuscito ancora a combinarlo. È stata questa una grande difficoltà sempre nella mia vita, fin dai primi anni di attività raziocinatrice.
Nelle scuole elementari ogni anno di questi tempi assegnavano come tema di componimento
la questione: «Che cosa farete nella vita». Questione ardua che io risolvetti la prima volta, a otto anni, fissando la mia scelta nella professione di carrettiere. Avevo trovato che il carrettiere riuniva tutte le caratteristiche dell’utile e del dilettevole: schioccava la frusta e guidava i cavalli, ma, nello stesso tempo, compiva un lavoro che nobilita l’uomo e gli procura il pane quotidiano.
Sono rimasto fedele a questo indirizzo anche l’anno successivo, ma per ragioni che direi estrinseche. Se fossi stato sincero, avrei detto che la mia più viva aspirazione era quella di diventare usciere di pretura. Perché? Perché in quell’anno era venuto al mio paese come usciere di pretura un vecchio signore che possedeva un simpaticissimo cagnetto nero, sempre in ghingheri: fiocchetto rosso alla coda, gualdrappina sulla schiena, collana verniciata, finimenti da cavallo in testa. Io proprio non riuscivo a dividere l’immagine del cagnetto da quella del suo proprietario e dalla professione sua. Eppure rinunciai, con molto rammarico, a cullarmi in quella prospettiva che
tanto mi seduceva. Era di una logica formidabile e di una integrità morale da fare arrossire i più
grandi eroi del dovere. Sì, mi ritenevo indegno di diventare usciere di pretura, e quindi di possedere cagnetti così meravigliosi: non conoscevo a memoria gli ottantaquattro articoli dello Statuto del regno! Proprio così. Avevo fatto la seconda classe elementare (rivelazione prima delle virtù civiche del carrettiere!) e avevo pensato di fare nel mese di novembre gli esami di proscioglimento, per passare alla quarta saltando la terza classe: ero persuaso di essere capace di tanto, ma quando mi presentai al direttore didattico per presentargli la domanda protocollare, mi sentii far a bruciapelo la domanda: «Ma conosci gli ottantaquattro articoli dello Statuto?».
Non ci avevo neanche pensato a questi articoli: mi ero limitato a studiare le nozioni di «diritti e doveri del cittadino», contenute nel libro di testo. Ciò fu per me un terribile monito, che mi impressionò tanto più in quanto il 20 settembre
precedente avevo partecipato per la prima volta al corteo commemorativo, con un lampioncino veneziano e avevo gridato con gli altri: «Viva il leone di Caprera! Viva il morto di Staglieno» (non ricordo se si gridava il «morto» o il «profeta» di Staglieno: forse, tutti e due, per la verità), certo
come ero di essere promosso all’esame e di conquistare i titoli giuridici per l’elettorato, diventando un cittadino attivo e perfetto. Invece non conoscevo gli ottantaquattro articoli dello Statuto. Che cittadino ero dunque? E come potevo ambiziosamente aspirare a diventare usciere di pretura e a possedere un cane con il fiocchetto e la gualdrappa? L’usciere di pretura è una rotella dello Stato (io pensavo fosse una grande ruota); è un depositario e un custode della legge, anche contro i possibili tiranni che volessero calpestarla. E io ignoravo glottantaquattro articoli!
Così mi limitai gli orizzonti, e ancora una volta esaltai le virtù civiche del carrettiere, che tuttavia può avere un cane anch’egli, sia pure senza fiocchetto e senza gualdrappa. Vedi come i programmi precostituiti in modo troppo rigido e schematico vanno a cozzare, infrangendosi, contro la dura realtà, quando si ha una vigile coscienza del dovere!
Ti abbraccio
ANTONIO
(* Si tratta di Tatiana Šucht, sorella di Giulia, compagna di vita di Gramsci. Tania aveva cominciato a collaborare con suo cognato facendogli traduzioni dal russo; quando poi Antonio fu arrestato, rimase una figura centrale fino alla sua morte, assistendolo materialmente e psicologicamente e anche facendo da tramite tra lui, la famiglia che viveva in Sardegna e il partito comunista italiano in esilio)
***
Lettera III:
I due passerotti
Carissima Tania,
ti racconterò la storia dei miei passerotti.
Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (una blatta o un millepiedi).
Il primo passerotto era molto piú simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa.
Il primo divenne subito padrone della cella. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e
quindi si assideva per qualche minuto ad assaporare la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo: e per ciò una volta cadde in un recipiente pieno di
rifiuti della caffettiera e fu lí lí per affogare.
Ciò che mi piaceva di questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso era che la sua relativa familiarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo
una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta, invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiare danzò freneticamente
intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose.
Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò piú, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. Ma non si lasciò mai prendere in mano, senza rivoltarsi e
cercare subito di scappare. È morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso di sera, mentre
era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi di colpo morì.
L’attuale passero, invece, è di una domesticità nauseante; vuole essere imbeccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei calzoni; se avesse le ali intere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa.
Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi, oltre al fatto che il mangiare sempre pane molle devprocurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate.
Questa la storia dei miei passerini.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio
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Lettera IV
Il topo e la montagna
Carissima Giulia,
puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puskin ami di piú. Io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore.
Vorrei ora raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano.
Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte.
Il bambino, non avendo latte, strilla, e la mamma che non serve a nulla corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole l’acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il maestro muratore; questo vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà i pini, querce, castagni ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto il nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura. Insomma il topo concepisce un vero
e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.
Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi l’impressione dei bimbi.
Ti abbraccio teneramente.
ANTONIO
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Lettera V
Lo “scurzone”
Carissima Tania,
voglio scriverti di una questione che ti farà arrabbiare e ti farà ridere. Sfogliando il piccolo Larousse mi è ritornato alla memoria un problema abbastanza curioso.
Da bambino ero un infaticabile cacciatore di lucertole e serpi, che davo da mangiare a un bellissimo falco che avevo addomesticato. Durante queste cacce nelle campagne del mio paese (Ghilarza), mi capitò tre o quattro volte di trovare un animale simile al serpe comune (biscia), solo che aveva quattro zampette, due vicino alla testa e due molto lontane dalle prime, vicino alla coda (se si può chiamare così); l’animale era lungo sessanta-settanta centimetri, molto grosso in confronto della lunghezza, la sua grossezza corrisponde a quella di una biscia di un metro e venti o un metro e cinquanta. Le gambette non gli sono molto utili, perché scappava strisciando molto lentamente.
Al mio paese questo rettile si chiama scurzone, che vorrebbe dire scorciato (curzo vuole dire corto), e il nome si riferisce certamente al fatto che sembra una biscia scorciata (bada che c’è anche l’orbettino, che alla poca lunghezza unisce la proporzionata sottigliezza del corpo).
A Santu Lussurgiu, dove ho fatto le ultime classi del ginnasio, domandai al professore di storia naturale (che veramente era un vecchio ingegnere del luogo), come si chiamasse in italiano lo
scurzone. Egli rise e mi disse che era un animale immaginario, come l’aspide o il basilisco, e che non conosceva alcun animale come quello che io descrivevo. I ragazzi di Santu Lussurgiu spiegarono che nel loro paese scurzone era appunto il basilisco, e che l’animale da me descritto si chiamava coloru (coluber latino), mentre la biscia si chiamava colora al femminile, ma il professore disse che erano tutte superstizioni dei contadini e che bisce con le zampe non ne esistono. Tu sai come faccia rabbia a un ragazzo sentirsi dar torto quando invece sa di aver ragione o addirittura di essere preso in giro come superstizioso in una questione di cose reali. Penso che a questa reazione contro l’autorità messa a servizio dell’ignoranza sicura di se stessa è dovuto se ancora mi ricordo l’episodio.
Al mio paese poi non avevo mai sentito parlare delle qualità malefiche del basilisco scurzone, che però in altri paesi era temuto e circondato da leggende. Ora appunto nel Larousse ho visto nelle tavole dei rettili un sauriano, il seps, che è appunto una biscia con quattro zampette (il Larousse dice che abita la Spagna e la Francia meridionale, è della famiglia degli scincidés il cui rappresentante tipico è lo scinque.
La figura del seps non corrisponde allo scurzone del mio paese: il seps è una biscia regolare,
sottile, lunga, proporzionata, e le zampette sono attaccate al corpo armonicamente. Lo scurzone invece è un animale repellente; la sua testa è molto grossa, non piccola come quella delle bisce; la coda è molto conica; le zampette davanti sono troppo vicine alla testa, e sono poi troppo lontane da quelle di dietro; le zampe sono bianchicce, malsane, come quelle del proteo e dànno l’impressione della mostruosità, dell’anormalità. Tutto l’animale, che abita in luoghi umidi (io l’ho sempre visto dopo aver rotolato grossi sassi), fa un’impressione sgraziata, non come la lucertola e la biscia, che a parte la repulsione generica dell’uomo per i rettili, sono in fondo eleganti e graziose.
Vorrei ora sapere dalla tua esperienza di storia naturale se questo animale ha un nome italiano e se è noto che in Sardegna esiste questa specie che deve essere della stessa famiglia dei seps francesi. È possibile che la leggenda del basilisco abbia impedito di ricercare l’animale in Sardegna; il professore di Santu Lussurgiu non era uno stupido, tutt’altro; ed era anche molto studioso; faceva collezioni mineralogiche ecc. eppure non credeva che esistesse lo scurzone come realtà molto pedestre, senza alito avvelenato e occhi incendiari. Certo questo animale non è molto comune: io l’ho visto non più di una mezza dozzina di volte e sempre sotto i massi, mentre bisce ne ho viste a migliaia senza bisogno di muovere sassi.
Ti abbraccio teneramente.
ANTONIO
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Oksana Schmidt
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Lettera VII
L’albero del riccio
Caro Delio,
mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque: due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c’era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa.
Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a
tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc., e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e così li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano più quando vedevano la gente. Avevano però molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle bisce vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava a pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli.
Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri, dell’uccello tessitore e dell’orso, e su altri animali ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della
volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa ecc. ecc. Mi pare che tu conosca la storia di Kim, le novelle della jungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi?
Ti bacio.
ANTONIO
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Lettera IX:
La sigaretta nella ciminiera
Caro Delio,
ho saputo che vai a scuola, che sei alto ben un metro e otto centimetri, e che pesi diciotto chili. Così penso che tu sei già molto grande e che tra poco tempo mi scriverai delle lettere. In attesa di ciò puoi già oggi far scrivere alla mamma, sotto tua dettatura, delle lettere, come facevi scrivere a
me, a Roma, i pimpò per la nonna. Così mi dirai se a scuola ti piacciono gli altri bambini e cosa impari e come ti piace giocare. So che costruisci aeroplani e treni, che partecipi attivamente
all’industrializzazione del paese, ma poi questi aeroplani volano davvero e questi treni corrono? Se
ci fossi io, almeno metterei la sigaretta nella ciminiera in modo che si vedesse un po’ di fumo.
Poi mi devi scrivere qualcosa di Giuliano. Che te ne pare? Ti aiuta nei tuoi lavori? È anch’egli un costruttore, oppure è ancora troppo piccolo per meritarsi questa qualifica? Insomma, io voglio sapere un mucchio di cose, e poiché tu sei così grande e, mi hanno detto, anche un po’ chiacchierino, così sono sicuro che mi scriverai, con la mano della mamma per adesso, una lettera lunga, lunga con tutte queste notizie e altre ancora. E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una lucertola che voglio educare.
Bacia Giuliano per conto mio e anche la mamma e tutti quanti di casa, e la mamma bacerà te a sua volta per conto mio.
ANTONIO
P.S. – Ho pensato che tu forse non conosci le lucertole: si tratta di una specie di coccodrilli
che rimangono sempre piccini.
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Lettera XVI
Studiare è difficile
Carissimo Giuliano,
ti faccio tanti auguri per l’andamento del tuo anno scolastico. Sarei molto contento se tu mi spiegassi in che consistono le difficoltà che trovi nello studiare. Mi pare che se tu stesso riconosci di avere delle difficoltà, queste non devono essere molto grandi e potrai superarle con lo studio: questo non è sufficiente per te? Forse sei un po’ disordinato, ti
distrai, la memoria non funziona e tu non sai farla funzionare? Dormi bene? Quando giochi pensi a ciò che hai studiato o quando studi pensi al gioco? Ormai sei un ragazzo formato e puoi rispondere alle mie domande con esattezza.
Alla tua età io ero molto disordinato, andavo molte ore a scorrazzare nei campi, però studiavo anche molto bene perché avevo una memoria molto forte e pronta e non mi sfuggiva nulla di ciò che era necessario per la scuola: per dirti tutta la verità debbo aggiungere che ero furbo e sapevo cavarmela anche nelle difficoltà pur avendo studiato poco. Ma il sistema di scuola che io ho seguito era molto arretrato; inoltre la quasi totalità dei condiscepoli non sapeva parlare l’italiano che molto male e stentatamente e ciò mi metteva in condizioni di superiorità perché il maestro doveva tener conto della media degli allievi e il saper parlare l’italiano era già una circostanza che facilitava molte cose (la scuola era in un paese rurale e la grande maggioranza degli allievi era di origine contadina).
Carissimo, sono certo che mi scriverai senza interruzione e mi terrai al corrente della tua vita.
Ti abbraccio.
ANTONIO
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Nikolay Bogdanov-Belsky, “Le nuove favole”, 1891 
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Lettera XXI
«Barbabucco»
Caro Giuliano,
ho ricevuto con molto entusiasmo i tuoi nuovi disegni: si vede che sei allegro e quindi credo
che tu sia in salute. Ma dimmi: sai fare altri disegni che non siano per burla? Non mi hai scritto se a scuola fanno imparare il disegno e se ti piace disegnare anche «sul serio».
Io da ragazzo disegnavo molto, ma i disegni erano piuttosto lavoro di pazienza; nessuno mi
aveva insegnato. Riproducevo, ingrandendoli, le figure e i quadretti di un giornalino. Cercavo anche i colori fondamentali con un mio sistema non difficile, ma che domandava molta pazienza.
Ricordo ancora un quadretto che mi costò almeno tre mesi di lavoro: un contadinello tutto vestito era caduto in un tino pieno d’uva, pronto per la pigiatura, e una contadinella tutta rotondetta
e grassottella lo guardava tra spaventata e divertita. Il quadretto apparteneva a una serie di avventure in cui il protagonista era un terribile caprone (Barbabucco) che, cozzando all’improvviso e a tradimento, faceva volare via i suoi nemici e i ragazzi che gli avevano dato la baia.
Le conclusioni erano sempre allegre, come nel mio quadretto. Come mi divertivo a ingrandire il disegnino: misure col doppio decimetro e col compasso, prove, riprove con la matita ecc. I fratelli e le sorelle guardavano, ridevano, ma preferivano correre e gridare e mi lasciavano alle mie esercitazioni.
Caro Giuliano, ti bacio.
ANTONIO
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Lettera XXXVI
Studia la storia
Carissimo Delio,
mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto.
Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola.
Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti piú uomini è possibile, tutti gli uomini
del mondo in quanto si uniscono fra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi, non può non piacerti piú di ogni altra cosa. Ma è cosí?
Ti abbraccio.
ANTONIO
Nota: Delio e Giuliano sono i figli di Gramsci
Antonio Gramsci, da “L’albero del riccio”, 1948

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