La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete; chi ha poca attività diventerà saggio. Come potrà divenir saggio chi maneggia l’aratro e si vanta di brandire un pungolo? Spinge innanzi ai buoi e si occupa del loro lavoro e parla solo di vitelli? Pone la sua mente a tracciare solchi, non dorme per dare il foraggio alle giovenche. Così ogni artigiano e ogni artista che passa la notte come il giorno: quelli che incidono incisioni per sigilli e con pazienza cercano di variare l’intaglio; pongono mente a ritrarre bene il disegno e stanno svegli per terminare il lavoro. Così il fabbro siede davanti all’incudine ed è intento ai lavori del ferro: la vampa del fuoco gli strugge le carni e col calore del fornello deve lottare; il rumore del martello gli assorda gli orecchi, i suoi occhi sono fissi al modello dell’oggetto, è tutto preoccupato di finire il suo lavoro, sta sveglio per rifinirlo alla perfezione. Così il vasaio seduto al suo lavoro gira con i piedi la ruota, è sempre in ansia per il suo lavoro; tutti i suoi gesti sono calcolati. Con il braccio imprime una forma all’argilla, mentre con i piedi ne piega la resistenza; è preoccupato per una verniciatura perfetta, sta sveglio per pulire il fornello. Tutti costoro hanno fiducia nelle proprie mani; ognuno è esperto nel proprio mestiere. Senza di loro sarebbe impossibile costruire una città; gli uomini non potrebbero né abitarvi né circolare. Ma essi non sono ricercati nel consiglio del popolo, nell’assemblea non hanno un posto speciale, non siedono sul seggio del giudice, non conoscono le disposizioni del giudizio, non fanno brillare né l’istruzione né il diritto, non compaiono tra gli autori di proverbi; ma sostengono le cose materiali e la loro preghiera riguarda i lavori del mestiere.
Ben Sirach, da “Libro del Siracide” 38, 24-34, in “La Bibbia”, versione CEI
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Sii scriba: ti salva dalla fatica e ti protegge da ogni tipo di lavoro. Ti tiene lontano dal portare la zappa e la marra e dal portare un cesto. Ti tiene lontano dal manovrare il remo e ti preserva dai tormenti, perché non sei sotto numerosi padroni e numerosi superiori. L’uomo esce dal grembo di sua madre e corre verso il suo padrone: il bambino è al servizio di un soldato, il giovanotto è un soldato di perlustrazione, l’anziano è destinato a fare il coltivatore, l’adulto a fare il soldato. Lo zoppo è messo a fare il portinaio e il cieco a fare l’ingrassatore di bestiame. L’uccellatore va sulla piattaforma da posta, il pescatore sprofonda nell’acqua, il profeta sta come coltivatore, il sacerdote-uab fa il servizio e passa il tempo – ve ne sono tre di servizi giornalieri – a immergersi nel fiume e non distingue tra inverno e estate, se il cielo è ventoso o piovoso. Il sovrastante alle stalle sta al lavoro appena la sua pariglia è lasciata nel campo; mentre l’orzo è misurato a sua moglie, sua figlia è nella diga e la serva nel gruppo di lavoratori e il suo servo è a Tura (cava di calcare). Il fornaio cuoce il pane e mette il pane sul fuoco, con la destra dentro il forno mentre suo figlio lo tiene per i piedi: se scivolasse dalle mani di suoi figlio cadrebbe nel fondo del forno. Ma lo scriba, lui, è alla testa di tutti i tipi di lavoro in questo mondo.
Anonimo egiziano del XIII sec. a. C., da “Le miscellanee scolastiche”, in “Letteratura e poesia dell’antico Egitto”, a cura di Edda Bresciani, 1999
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Immagine in evidenza: Rilievo degli scribi, dalla tomba di Horemheb, Saqqara, Nuovo Regno (XVIII dinastia, regni di Tutankhamon e di Ay 1333-1319 a.C.)




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