Le piaghe di Maqroll
“Le mie piaghe”, chiamava il Gabbiere le malattie e i malanni che lo portavano agli Ospedali d’Oltremare. Ecco alcune tra quelle che menzionava più di frequente:
Una grande fame che placa la febbre e la nasconde tra la cera dolce dei gangli.
L’incontrollabile trasformazione del sonno in un susseguirsi di squame brillanti che si ordinano fino a rimpiazzare la pelle per un desiderio incontenibile di solitudine.
La scomparsa dei piedi come ultima conseguenza della sua mutazione vegetale in una disubbidiente materia tranquilla.
Qualche sguardo, sempre lo stesso, nel quale il sospetto e il disinteresse assoluto appaiono in proporzione uguale.
Un’ala che il vento nero della notte spinge nella miseria delle navigazioni e allontana ogni volontà, ogni proposito di sopravvivere all’ordine serrato dei giorni che si accumulano come una zavorra senza rotta.
L’attesa gratuita di una grande gioia che ribolle e si prepara nel sangue in onde successive, mai presenti e determinate, ma evidenti dai segni:
Un desiderio irritabile e costante, un’agilità speciale per rispondere ai nostri nemici, un appetito per la selvaggina preparata in un intricato dogma di spezie e la frequenza di lunghi viaggi nei sogni.
Il frettoloso ordine di alte fabbriche lungo i cammini deserti.
La punizione di un occhio fermo nel suo duro rimprovero da squalo che placa la sua furia nella ronda trasparente dell’acquario.
Un appetito facile per certi dolci di maizena tinta di rosa che evocano la parola Marianao.
La scissione del sogno tra la vita in collegio e certe fresche sepolture.
Àlvaro Mutis (Colombia), da “Maqroll il Gabbiere”, 1993 – Traduzione di Fabio Rodríguez Amaya
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L’immagine in evidenza è tratta da “Vitamina Project”, VIAGGI E LETTERATURA: l’importanza di leggere Alvaro Mutis




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