Il mare è una creazione vivente straziata, un serbatoio di ricchezze vitali saccheggiato, una profondità raschiata meticolosamente. Dimentichiamo che è vivo, che possiede, a modo suo, un cuore, dei polmoni, dei muscoli. Pensiamo a lui solo tra il 10 e il 15 agosto.
Privo di anima e di vita nelle nostre rappresentazioni mentali, il mare concentra in sé la nostra ferocia. I delfini, nostri antenati, portano nel loro ventre lattine di bevande gassate e sacchetti di supermercato, finché morte non ne consegua.
A tremila anni di distanza, il nostro sguardo si rivela inquieto come quello dei primi pensatori ionici sulla loro roccia di granito: dall’osservazione del cielo volgiamo lo sguardo verso il mare. Solo che loro non pensavano all’aumento del livello degli oceani e alle conseguenze delle emissioni di gas a effetto serra.
Il mare è sensibile come una pelle. Facciamo tutt’uno con esso, fisicamente, simbolicamente. Il mare non garantisce solo l’equilibrio del pianeta: regola i nostri pensieri, s’impone come un’ideale d’immaginazione e saggezza.
A un duello con il mare è tempo di sostituire un duetto. Unirci alla natura in generale, sposare la sua dinamica senza vincolarla, trasformarla in alleato, in complice. È irresponsabile pensare che le nostre azioni non abbiano maggiori conseguenze di una goccia d’acqua dispersa nell’oceano. Questo pregiudizio ha lunga vita, fa parte delle cose che non mutano. Sapere che si va verso la catastrofe ecologica senza crederci veramente.
Ecco la difficoltà: sapere e credere allo stesso tempo. Vale a dire, tra fatalità e incoscienza, aprire una strada all’azione. Se non si è già convinti bisogna persuadersi dell’importanza di un’azione significativa e duratura da parte di ciascuno di noi.
Tutto si ripercuote, si corrisponde, ogni movimento interessa la natura intera, ogni nostro gesto ha un’eco: «Il mare cambia per una pietra» osserva Pascal. Quando i bambini fanno rimbalzare i sassi sul mare, il movimento si propaga all’infinito. Cerchiamo di conservare questa immagine felice, libera.
Il mare è il nostro cruccio più bello.
Cécile Guérarde, da “Piccola filosofia del mare”, 2010 – Traduzione di Leila Brioschi




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