“Da ragazza studiai letteratura francese e spagnola per diventare scrittrice come Marguerite Duras. Scoprii la fotografia per caso a 24 anni, durante un viaggio con mio fratello in Ciad. Io sono alsaziana di origini, quando avevo 7 anni i miei genitori si separarono e io andai a vivere dai miei zii a Madrid. Mia zia mi portava due volte a settimana al museo del Prado. In Ciad mi tornarono in mente i “Disastri della Guerra”, di Goya. Nessuno come lui ha mai rappresentato gli orrori della guerra. Io sono autodidatta e posso dire che Goya è il mio solo maestro. Allora, quando presi in mano per la prima volta la macchina fotografica di mio fratello, sapevo già come dovevo impostare le inquadrature. Decisi in quel momento di diventare corrispondente di guerra.
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Non credo esista un modo femminile di fotografare. Catherine Leroy, per esempio, aveva una visione molto frontale della guerra e della violenza. Lei fotografava come un uomo e pur rispettando il mio lavoro, certe volte mi canzonava. Una volta a Beirut, rientrando dalla giornata di reportage, mi chiese: allora, cosa hai fotografato oggi, con il tuo sguardo da donna? Le risposi: ho fatto una foto sconvolgente, ma come faceva Robert Capa, senza una goccia di sangue.
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Penso che per mostrare l’orrore della guerra non sia necessario mostrare sangue e cadaveri. Un giorno in Cambogia vidi dei bambini che facevano il bagno nel Mekong. Mi fermai a fotografarli. Due ore dopo i miei colleghi uomini si precipitarono a fare foto di un soldato morto. Il corpo era avvolto in un sacco di plastica ed era stato legato a una barella. Mi dissi che non era questo che volevo mostrare. Si sa che i soldati muoiono in guerra. Non scattai neanche una foto. Poi vidi un bimbo arrivare di corsa. Era uno di quelli che avevo visto la mattina al fiume. Il soldato morto era suo papà. Capii che era quello il momento che volevo immortalare. Discretamente fotografai il bimbo che singhiozzava aggrappato alla barella. La foto mostrava tutto l’orrore, prima e dopo.
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In certi Paesi essere donna può risultare utile. Rispetto alle mie colleghe, avevo la fortuna di essere bruna. In Iraq, Iran, truccavo gli occhi con il kohl, come le donne arabe. Avevo imparato anche a parlare l’arabo, da autodidatta, e me la cavavo piuttosto bene. A differenza degli uomini noi donne possiamo indossare il velo. Persino i talebani non hanno il diritto di toccarci. Sotto il velo nascondevo i capelli, ma anche la macchina fotografica. Ho potuto scattare foto che nessun collega uomo poteva fare. (…)
Durante tutta la mia carriera, anche se era pericoloso, partivo da sola e mi muovevo sola, andavo dove non andavano i colleghi, donne e uomini. All’epoca i grandi giornali, «Newsweek», «Paris Match» e «Life», non commissionavano i reportage. Dovevamo vendere i nostri scatti, muoversi da soli era l’unico modo per fare foto uniche. Sul campo eravamo solo tre donne, per forza eravamo rivali. Ho sempre provato un’immensa ammirazione per Françoise Demulder e Catherine Leroy. Quando ci incontravamo a Parigi ci abbracciavano come delle amiche. Ma in reportage tornavamo rivali.
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Né io né le mie colleghe abbiamo mai avuto paura di morire, neanche nei momenti più rischiosi. Una volta a Beirut durante l’invasione israeliana del Libano fui arrestata e rischiai di essere giustiziata perché pensavano fossi una spia. Ho assistito a degli orrori a El Salvador nel 1981. Quando rientravo a Parigi dai miei reportage realizzavo dei montaggi di fotografie a colori, foto d’arte, ritratti di personalità per «Vogue» e «Yves Saint-Laurent». Era il mio modo per esorcizzare il dolore delle guerre, per abolire la frontiera tra vivi e morti. Ma se non ho mai avuto paura è soprattutto perché sono credente.”
Luana De Micco, da “Fotografe di guerra”, su “Giornale dell’arte”, 08 marzo 2022
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Foto di Christine Spengler – La foto in evidenza mostra Christine Spengler en Iran, nel 1979, (Courtesy Christine Spengler, © Sylvain Julienne)