In memoria degli Indios

“La donna e l’uomo sognavano che Dio li stava sognando.
Dio li sognava mentre cantava e agitava le sue maracas, avvolto in fumo di tabacco, e si sentiva felice e insieme turbato dal dubbio e dal mistero.
Gli indios makiritare sanno che, se Dio sogna cibo, fruttifica e dà da mangiare. Se Dio sogna la vita, nasce e dà la nascita.
La donna e l’uomo sognavano che nel sogno di Dio c’era un grande uovo splendente. Dentro all’uovo essi cantavano e ballavano e facevano un gran baccano, perché erano pazzi di voglia di nascere. Sognavano che nel sogno di Dio la gioia era più forte del dubbio e del mistero; e Dio, sognando, li creava, e cantando diceva:
– Rompo quest’uovo e nasce la donna e nasce l’uomo . E insieme vivranno e moriranno. Ma nasceranno nuovamente. Nasceranno e torneranno a morire un’altra volta. E mai cesseranno di nascere, perché la morte è menzogna.”
Eduardo Galeano, “La creazione”, in “La memoria del fuoco”, 1982
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Gli indios scendono da Mixco
“Gli indios scendono da Mixco,
carichi di azzurro oscuro
e la città li riceve
con le strade spaventate
da un mazzo di luci
che come stelle si spengono
appena giunge il mattino.
Un rumore di cuori lasciano
le loro mani che remano
come due rami al vento;
dei loro piedi rimangono,
come tele sottili, le orme
nella polvere della strada.
Le stelle che si affacciano
su Mixco, a Mixco rimangono,
perché gli indios le colgono
per canestri che empiono
di galline e corone
bianche di izote dorato.
È più silenziosa la vita
degli indios che la nostra,
e quando scendono a Mixco
si ode solo l’ansimare,
sibilo, a volte, sulle loro labbra
come un serpente d’argento.”
Miguel Angel Asturias (Guatemala)
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Julian Coche Mendoza
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Noi che viviamo ancora sulla terra
“Noi che viviamo ancora sulla terra
ci rivolgiamo a quelli che stanno sotto terra,
vicino alle radici degli alberi,
tra essi, con essi,
formando parte di essi,
vegetali che vedono, sentono, odono,
e che chiamiamo morti perché così li chiamano.
Noi che abbiamo sangue che cammina
e respiro che vola, e pensiero,
il pensiero è il respiro di Dio,
ci rivolgiamo a quelli che non hanno più sangue,
né respiro, né pensiero,
né linfa irrequieta vicino alle gioie dell’umidità,
perché fanno ormai parte del terreno petroso,
metallizzati fino alle ossa del cranio,
la cui chioma diedero per la guerra
per il cuoio capelluto della guerra,
nei terreni oleosi d’oro nero,
oro vestito a lutto per la guerra…”
Miguel Angel Asturias (Guatemala)
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Saggezza indigena
“T’hanno trovato dietro la tua ombra,
il sole del tramonto alle tue spalle,
per questo fu possibile la tua sconfitta.
Se il sole è sul tuo petto,
piedi e testa dorati,
gli uomini non ti vincono,
gli dèi né gli elementi.
Caduto, ormai, guardi senz’occhi,
odi senza orecchie, senti senza tatto,
parli senza lingua,
condannato al silenzio,
senz’altro grido che il sangue nelle ferite.
Quali erbe sostengono così dal profondo
il tuo respiro di timo e d’acqua dolce?
Estrai il tuo mattino dalla cenere
e lo rivolti tra penne
d’uccelli gelidi che gorgheggiano
in attesa che tu rida.
Non la smorfia. Il riso.
L’ahimè perduto riso dei tuoi bei denti.
Il sole tornerà alla tua gola,
alla tua fronte, al tuo petto,
prima che annotti definitivamente
sulla tua razza, sui tuoi villaggi,
e che umani saranno il grido, il salto,
il sogno, l’amore, la fame.
Oggi tu e domani
un altro come te continuerà ad attendere.
Non v’è fretta né bisogno.
Gli uomini non finiscono.
Qui era una valle, ora si leva un monte.
Là era un monte, ora c’è un abisso.
Il mare pietrificato si trasformò in montagna
e i lampi si cristallizzarono in laghi.
Sopravvivere a tutti i mutamenti è il tuo destino.
Non v’è fretta né bisogno. Gli uomini non finiscono.”
Miguel Angel Asturias (Guatemala), “Saggezza indigena”, da “Marimba suonata da indios”
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Diego Rivera, “Pan American Unity” (murale), 1940
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I Toltechi
“I Toltechi, che si possono chiamare
nella lingua romanza: “I primi
artigiani”.
Tolteca, uguale Artista.
Toltechi: i pittori
gli scrittori di codici
gli scultori. Quanti
ci lasciarono i loro sogni
su pietra, su legno e fragile
creta. Quanti
diedero i nomi alle stelle, e
conoscevano il permutare del cielo.
Un popolo senza tristezza
libero dalla miseria.
Comunicavano con le anime dei loro morti.
Saggio è colui che fa saggio il volto degli altri.
Il bel canto è simile
a una colonna di pietra
ben levigata.
Artisti delle labbra
artisti delle mani
ecco: la santità dei Toltechi.”
Ernesto Cardenal (Nicaragua), da “Quetzalcoatl. Il Serpente piumato”, 1999 – Traduzione di David Maria Turoldo
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David McNew
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Immagine in evidenza: Diego Rivera, “La canoa enflorada”

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