“Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli, asciutti e bianchi sotto il sole, e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe e scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi e le foglie caddero presto quell’anno e si vedevano le truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano e poi la strada nuda e bianca se non per le foglie.” (Incipit)
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“A Capracotta, mi aveva detto, c’erano le trote nel torrente sotto la città; era proibito suonare il flauto la notte, quando i giovanotti facevano le serenate. Soltanto il flauto era proibito. Perché? Avevo chiesto. Perché alle ragazze non faceva bene udire il flauto di notte.
I contadini chiamano tutti Don e quando incontrano qualcuno si tolgono il cappello.
Suo padre andava a caccia ogni giorno e si fermava a mangiare nelle case dei contadini. Per loro era sempre un onore. Uno straniero, per cacciare, deve presentare un certificato che non è mai stato arrestato.
C’erano gli orsi sul Gran Sasso d’Italia, ma era lontano. L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia, ma quel che era bello era l’autunno, per andare a caccia nei boschi di castagni.
Gli uccelli erano tutti buoni perché si nutrivano d’uva e non c’era mai bisogno di preparare una colazione perché i contadini erano sempre onorati, si mangiava in casa loro. (…)
-Lei cosa farà dopo la guerra?
– Se mi sarà possibile tornerò negli Abruzzi.
Vidi il suo viso irraggiare improvvisamente di piacere.
– Vuol molto bene ai suoi Abruzzi?
– Sì, molto bene.
– Il suo posto allora è là.”
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“C’era qualcuno che diceva sempre, perché questo tale è così preoccupato e ossessionato dalla guerra, e ora dal 1933 forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra. Siccome di guerre ne ho fatte troppe, sono certo di avere dei pregiudizi, e spero di avere molti pregiudizi. Ma è persuasione ponderata dello scrittore di questo libro che le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è, o diciamo pure soltanto dalla gente, per quanto, quanto più ci si avvicina a dove si combatte e tanto più bella è la gente che si incontra; ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne.”
Ernest Hemingway, da “Addio alle armi”, 1929




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