“La fotografia è la mia passione. Non è mai stata una fatica, neppure quando da giovane partivo da casa all’alba e lavoravo dalle cinque di mattina fino a sera, quando calava il sole. Quando si agisce spinti dalla passione non ci sono pesi, non c’è fatica. Poi sono stato un uomo fortunato, certo. Potevo scegliere i lavori da fare. E guardandomi indietro posso dire di non aver mai fatto un brutto lavoro per denaro. Ho fatto solo lavori belli, almeno lavori in cui mi riconoscevo. Magari pagati poco ma intensi.”
“Io nasco fotoamatore, mi convinse a fare il salto e diventare professionista Romeo Martinez. Passeggiavamo insieme a Venezia, dove allora vivevo, e lui, che era direttore della più importante rivista di fotografia che si chiamava Camera, mi incitò a fare questa pazzia. Io non avevo il coraggio, il mio lavoro mi rendeva bene e avevo già moglie e due figli, ma se a consigliarmi era Romeo Martinez che era un colosso della fotografia, forse ce l’avrei fatta, e così tutto è iniziato.”
“Una fotografia è inutile quando non comunica niente. Se non ha niente da comunicare è inutile farla. Com’è una foto buona me l’ha insegnato il mio amico Ugo Mulas. Mi mostrava le foto, io gli ripetevo che erano bellissime, stupende. Lui mi ha rimproverato, dicendo: devi dire che è una buona fotografia, non una bella fotografia. Mulas mi ha insegnato che una foto, anche tecnicamente perfetta, può essere priva di significato, non avere niente da dire. La foto buona comunica.”
“In fondo, la foto artistica non mi interessa, mi interessa il documento. Indubbiamente la fotografia è un fatto culturale, su questo non ci piove. Ma non so fino a che punto la si debba considerare un’arte. Può capitare che io faccia una foto talmente riuscita, che qualcuno dirà: «è un’opera d’arte!» – ma sarà lui che lo dirà, non sarò io. Io mi contento di essere un fotografo, anzi, ne sono fiero!”
“Io non mi considero, a differenza di tanti giovani di oggi, un artista. Sono un artigiano o forse un giornalista che invece di usare il computer usa la macchina fotografica. Credo che il nostro dovere sia raccontare la società. Se vogliamo usare un termine non di moda sono convinto che l’impegno sociale sia ancora un valore”.
“Ognuno di noi interpreta la foto in maniera diversa seconda della propria sensibilità. C’è un detto, per cui è meglio una fotografia di mille parole, ma io non credo sia vero perché per ogni foto serve almeno sapere, dove è stata fatta, e quando è stata fatta”.
“Ho sempre cercato di partire dall’esterno. Ho bisogno di capire dove si trovano i soggetti che fotografo prima di fotografarli. Ho bisogno dell’anima di uno spazio per conoscere l’uomo.”
“(Il tempo) è l’attesa mentre fai una foto. A volte una buona fotografia la vedi subito, e la scatti perché è un colpo d’occhio. La capti immediatamente e la fai. In certi casi, invece, è necessario aspettare che cambi qualcosa. Che il soggetto si trasformi nello spazio. Che questo cambiamento trasformi una foto banale in una foto interessante.”
“Tendiamo a pensare che se facciamo facilmente una foto non sia buona. Che lo sia solo se incontriamo delle difficoltà materiali, logistiche. Se abbiamo faticato a farla. Spesso, invece, non è così. È anzi vero il contrario. La foto buona la fa il soggetto, insieme alla capacità del fotografo di intercettare il momento giusto dello scatto.”
“Anche se ho due milioni di scatti, brutti, buoni, ottimi, orribili, 1100 servizi e argomenti trattati, c’è sempre tutto da fotografare. Tantissime cose che oggi farei ancora e avrei ancora voglia di fare.
Posso solo più dire che la fotografia è stata davvero la mia grande passione, la mia benzina.
Ma per adesso basta, credo di aver raccontato tutto…”
Gianni Berengo Gardin (10 ottobre 1930 – 7 agosto 2025)





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