Alois
Corda doppia.
Quando Ezio glielo aveva proposto, quel tentativo folle per un’impresa folle, Alois aveva provato solo un’ondata pazza di gioia. Incredulo quasi della scelta fatta dal compagno: come mai lui, proprio lui, un novellino ancora, mentre nel gruppo vi erano altri scalatori più esperti e probabilmente più bravi?
Ma Ezio, il più forte di tutti, aveva scelto proprio lui per tentare in quel febbraio del 1944 la prima invernale agli Strapiombi Nord del Campanile di Val Montanaia.
Una follia. Specie per le circostanze.
La guerra sempre più orribile e cruenta, la città direttamente incorporata nel Reich nazista, così per il solo fatto di viaggiare in treno con zaini ricolmi di viveri e di qualche indumento di riserva, con sci, piccozze, si correva il rischio di essere scambiati per partigiani e di finire quindi in carcere. O al muro.
Poi, assoluta carenza di materiale ed equipaggiamento: vestiario estivo, calzature inadatte, pedule da basket e scarponi militari chiodati di ferro, Ezio; scarpe basse da passeggio con suola “carro armato”, Alois. Inoltre, per superare il tratto-chiave degli Strapiombi Nord, quello di sesto grado, erano indispensabili due corde da 40 metri, ed essi ne avevano una da 30 e un cordino pure da 30. Neanche parlare poi di sacco bivacco (Carneade, chi è mai costui?).
Scesi a Calalzo nel pomeriggio del secondo giorno di un viaggio lento, ma relativamente calmo, avevamo raggiunto carichi come muli prima Domegge poi, dopo lunga salita, il Rifugio Padova.
L’indomani, alle prime luci dell’alba era incominciata la grande avventura. Che doveva dimostrarsi assai più “grande” di quanto previsto. Ezio infatti aveva preventivato di poter sbrigare il tentativo, bene o male, in una sola giornata: un’ora per arrivare sotto la Forcella Montanaia, due ore per risalirla, mezz’ora per portarsi alla base del Campanile, sull’altro versante. E dato che il tratto-chiave degli Strapiombi si trova all’inizio della via, avrebbero subito saputo se l’impresa era fattibile, o no.
Non avevano però preso in considerazione la possibilità di un innevamento così sfavorevole. O piuttosto, come supporlo tanto negativo?
Già il sentiero in lieve ascesa che porta alla forcella aveva riservato una brutta sorpresa: uno strato di ghiaccio sul quale le pelli di foca fissate sotto gli sci non erano servite a niente, obbligandoli a procedere a forza di braccia. La forcella poi aveva inferto il colpo di grazia: neve abbondante, troppo abbondante, soffice, inconsistente, in cui gli sci affondavano con tutte le gambe. Erano stati costretti ad abbandonarli procedendo a piedi, sprofondando fino all’inguine, scavando una vera e propria trincea a mano a mano che avanzavano. Fatica continua e bestiale. Poi d’un tratto, quasi con soluzione di continuità, la superficie si induriva diventando crosta di ghiaccio, lastra di ghiaccio, pendio di ghiaccio, costringendoli a intagliare tacche con la piccozza. Sforzi incredibili, nauseanti, mentre il tempo scorreva inesorabile. Altro che “salita in giornata!”.
Alla fine avevano impiegato cinque ore e mezza invece delle due preventivate per arrivare in cima. Ritardo pazzesco. Ma lo spettacolo indicibile che si era offerto dall’altro lato della forcella aveva compensato tempo perduto, sforzi, fatica e la certezza d’un bivacco cui non erano attrezzati.
Un colpo. Visione incredibile. Incantata. Di una violenza meravigliosa, incancellabile, tanto da poterla ritrovare sempre viva e reale nella mente — o nel cuore — con la freschezza e la genuinità di allora.
Pianura ogivale, coperta di neve, circondata da alte pareti verticali. E al centro, alto, sottile, disperatamente erto verso il cielo, meravigliosamente solo, isolato, il Campanile di Val Montanaia svetta con impeto irresistibile contro l’azzurro quasi cobalto dell’etere.
Sfida alla grevità della terra.
Negazione al concatenamento forzato di cime e versanti.
Razzo acuto, pietrificato nel suo slancio sublime verso l’empireo.
Via e simbolo che bisogna seguire per accostarsi all’eterno.
Ideale ingenuo del bimbo che disegnando il monte ad angolo acuto esprime il suo puro anelito verso il cielo.
Visione che è realtà, realtà che pare visione.
La terra che non è più terra, ma Bellezza infinita.
Spiro Dalla Porta-Xydias, da “La divina montagna”, 2012




Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.